Cosa resta del giaguaro. Il futuro del predatore rinasce sotto le cascate di Iguazù

Una speranza dalla Fondazione Rewilding Argentina
Jaguar (Panthera onca) in a tree Pantanal, Brazil.

“Sotto il sole giaguaro” recita il titolo dei racconti di Italo Calvino. Si racconta che ‘l’uomo che muore si tramuti in giaguaro’, scriveva l’antropologo e filosofo francese Levi Strauss. Il carnivoro della famiglia dei felidi, con uno storico e altisonante bagaglio di immagini mitologiche e visionarie, conta le sue ore per la sopravvivenza, minacciato dalla deforestazione e dal bracconaggio, e nello stesso tempo la sua ardita scommessa per il futuro che arriva dritta dal parco nazionale dell’Iguazù. 

L’ultima operazione, messa in atto dalla fondazione Rewilding Argentina, dal parco nazionale Iberà, partita con l’inizio del 2021, è un percorso di rieducazione di giaguari provenienti da zoo e riserve per ripopolare un’area incontaminata al confine con il Cile, come si legge su diverse testate nazionali. Ma i giaguari, scrive il Corriere che ha rilanciato la notizia per primo, dovranno imparare nuovamente a procurarsi le prede da soli. Il pesante sfruttamento per fini industriali ha trasformato questi luoghi in scenari senza fauna. Si torna indietro, potremmo dire, per andare avanti.

Si parte da cinque esemplari, come riporta sempre la testata nazionale, per ripopolare 260 mila ettari disabitati. Una scommessa lungimirante anche per il futuro. Tra lontre giganti di fiume, formichieri, pappagalli verdi, capibara l’obiettivo è investire nell’ecoturismo collegando la fauna alla bellezza delle cascate dell’Iguazú. Una scommessa affatto semplice per questi ‘gattoni’ che hanno i loro acciacchi a causa di una vita trascorsa in prigionia: sovrappeso, letargia, mal di denti, incapaci di procurarsi cibo da soli, figuriamoci ripopolare il territorio. “Zoppi e depressi” li hanno definiti le testate nazionali, e sembra quasi impossibile avere speranza che ce la faranno. Resta difficile del resto anche solo pensare l’ossimoro di un giaguaro depresso.

Il WWF ha addirittura ideato per proteggere questo felino un “corridoio naturale”. L’area del progetto, si legge sul sito dell’organizzazione, coinvolge Colombia, Ecuador e Perù, e rappresenta una delle regioni di maggior valore quanto a biodiversità. “In Amazzonia- denuncia il WWF-  solo nel mese di agosto sono stati 30mila i roghi registrati, con un aumento del 196%. Le fiamme hanno ucciso circa 500 giaguari”. 

Testa e collo muscolosi, gambe corte e robuste e mascella possente, capace di uccidere con un morso al cranio- questa la sua mossa fatale-, lungo 1,8 metri per 113 kg. Questo è l’identikit del temibile predatore. La pelle del giaguaro è di colore marrone chiaro o arancione e ha macchie di colore scuro, riunite in strutture dette rosette. Da non confondere con il leopardo che ha macchie più fitte e regolari rispetto al felino americano. Yaguar,  come suggerisce questa descrizione di forza e possenza, vuol dire proprio “colui che uccide con un balzo”. Un’ istantanea che sembra tracciare nel nome un destino che oggi sembra quasi incredibile leggere nella missione assegnata a questi cinque esemplari malconci. 

Ma gli indigeni del Sud America lo chiamano «Jag War»,  «colui che caccia volando». E chi crede e tiene a un sogno combatte per realizzarlo. Se sarà così lo racconteranno gli spazi immensi a ridosso delle maestose cascate di Iguazù. Se e quando questi re torneranno a popolare quegli scenari. Intanto crederci è non solo già parte del sogno, ma un inizio di giustizia.

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