di Tiziana Santoro
Ercole Patti, scrittore, giornalista, sceneggiatore e drammaturgo, nacque a Catania il 16 febbraio 1904 e morì a Roma il 15 novembre 1976. La sua vita e la sua opera si svilupparono tra due città destinate a rappresentare due dimensioni della sua esperienza. Roma fu il luogo del giornalismo, del cinema, della letteratura e della vita culturale. Catania e la Sicilia rimasero invece il territorio delle origini, dei paesaggi, delle prime emozioni e di una felicità che avrebbe cercato a lungo attraverso la scrittura.
Patti proveniva da una famiglia agiata catanese. Il padre era un avvocato molto noto e lo zio Giuseppe Villaroel era scrittore. A diciassette anni si trasferì a Roma e nel 1925 si laureò in diritto internazionale. Non avrebbe però seguito la strada dell’avvocatura. Scelse il giornalismo e cominciò a costruire una scrittura attenta alla società, ai suoi comportamenti e alle sue contraddizioni.
Collaborò con la Gazzetta del Popolo, diretta da Ermanno Amicucci, e con Il Tevere di Telesio Interlandi, per il quale fu anche inviato all’estero. Dal 1931 scrisse per il Popolo di Sicilia, diretto da Piero Saporiti. A metà degli anni Trenta si occupò anche di cinema, tenendo una rubrica di critica cinematografica sul Popolo d’Italia. Il giornalismo gli offrì così uno sguardo diretto sulla società, che sarebbe diventato uno degli elementi caratteristici della sua narrativa.
La sua vicenda personale attraversò anche gli anni drammatici della guerra. Dopo il 25 luglio 1943 Patti si schierò con Badoglio. Con l’occupazione tedesca di Roma fu arrestato e rimase in carcere per tre mesi, da ottobre a dicembre dello stesso anno.

La notorietà letteraria era arrivata già nel 1940 con Quartieri alti, romanzo nel quale osservava con ironia l’alta borghesia romana e i suoi comportamenti. Il libro attirò anche l’attenzione del cinema. Nel 1945 Mario Soldati ne trasse l’omonimo film, prendendo ispirazione anche da Le rendez-vous de Senlis di Jean Anouilh.
Nel 1953 Patti ottenne il “Bagutta del venticinquennale” con Il punto debole ed entrò tra i finalisti del Premio Strega. L’anno successivo fu nuovamente finalista con Giovannino, nel quale inserì parti di un romanzo giovanile rimasto incompiuto, I Barbagallo o Il signor Barbagallo. Tra Catania e Roma, il libro raccontava l’apatia e le inquietudini della giovinezza, insieme alla difficoltà di diventare adulti.
In queste opere prendeva forma il suo modo di raccontare gli uomini e la società, attraverso l’ironia, l’osservazione dei comportamenti e una sottile amarezza. Una linea che proseguì con Un amore a Roma del 1956, Le donne e altri racconti del 1959 e Cronache romane del 1962.

Nel 1965 arrivò La cugina e con quel romanzo cambiò anche il paesaggio della sua narrativa. Patti tornò con maggiore decisione alla Sicilia, raccontando una terra morbida, sensuale e sospesa nel tempo. Profumi, colori, case, campagne e relazioni diventavano parte integrante della storia. L’eros acquistava una presenza forte, legata soprattutto alla dimensione dei sensi.

Due anni dopo uscì Un bellissimo novembre, considerato il suo capolavoro.
Nel 1970 arrivò Graziella, dal quale fu tratto il film La seduzione.
Nel 1971 Patti pubblicò Diario siciliano, vincitore nello stesso anno del Premio Selezione Campiello.
È soprattutto in questo libro che la Sicilia diventa il centro di un ritorno alle origini. Dove la Sicilia riaffiora attraverso le sensazioni, gli oggetti, i paesaggi e gli anni della giovinezza.

Patti osserva i colori e i paesaggi della campagna intorno a Catania, tra l’Etna e il mare, soprattutto a Trecastagni, circondata dagli agrumeti. È novembre e le arance, scrive, hanno la stessa tonalità delle foglie. La sua attenzione si concentra sulle cose semplici, quelle che spesso rischiano di passare inosservate e che nella scrittura acquistano improvvisamente un valore nuovo.
Il capitolo Alla ricerca della felicità rappresenta uno dei nuclei più importanti del libro. Patti compie quello che definisce un “viaggio autunnale compiuto a ritroso”, tornando verso gli anni della giovinezza e verso una felicità che allora sembrava naturale.
Il prologo, L’adolescenza, rielabora in forma poetica alcuni dei temi più cari allo scrittore. La gioia di sentirsi giovani, l’amore, lo stupore davanti al mondo e il piacere delle piccole cose diventano il filo attraverso il quale il presente torna a incontrare ciò che è stato.
La felicità, nella scrittura di Patti, non ha bisogno di eventi eccezionali. Può essere nascosta in un paesaggio, nel profumo degli agrumi, nella luce di un mattino, in una casa o in un oggetto rimasto nell’abitazione dell’infanzia. Sono proprio queste cose semplici a restituire al presente qualcosa che il tempo sembrava aver cancellato.
Anche il tema della morte, evocato nel capitolo I notabili di Savoca, viene osservato attraverso una continuità tra passato e presente. Nella Credenza, invece, un oggetto quotidiano diventa il punto di partenza per riportare alla luce un tempo lontano. L’elegia di Patti non è però soltanto malinconia. Gli oggetti sono ancora lì e con la loro presenza rendono concreto un mondo che sembrava perduto.

La Sicilia di Diario siciliano appare così fuori dal tempo e, nello stesso momento, profondamente legata al cambiamento. Patti registra anche la trasformazione dei paesi e del paesaggio.
In Paesetti sull’Etna descrive piccoli centri “immersi in un grande languore, in un dolcissimo letargo”, mentre intorno cresce la città e il cemento modifica lentamente il territorio.
È una Sicilia che scompare sotto gli occhi dello scrittore, ma che la letteratura riesce almeno in parte a conservare. I paesaggi dell’Etna, gli agrumeti, gli ulivi, i boschi di castagni, le case e le strade dei paesi diventano così qualcosa di più di uno sfondo. Sono luoghi attraversati dalla vita e dalle emozioni.

Nel 1974 Patti pubblicò Gli ospiti di quel castello, vincitore del Premio Brancati-Zafferana. Con questo libro cambiò ancora registro, immergendo la narrazione in una dimensione quasi fiabesca e tornando verso Roma, la città nella quale aveva vissuto per gran parte della sua esistenza e dove aveva lavorato anche per il teatro e per il cinema.
Bompiani raccolse Tutti i romanzi di Patti nel 1972 e nel 1974. Era il tentativo di riunire una produzione cresciuta nel corso di decenni, tra giornali, libri e pagine rimaste disperse. Lo stesso scrittore spiegò che molti di quei fogli, scritti in epoche diverse, erano rimasti sparsi tra giornali, libri e cassetti, prima di essere raccolti in un unico volume.

Ercole Patti rimane così una figura originale della letteratura italiana del Novecento.
La sua Sicilia è soprattutto una Sicilia vissuta con i sensi. È nei colori dell’Etna, nei profumi degli agrumeti, nelle campagne, nelle case, nelle strade dei paesi e negli oggetti quotidiani. Ma è anche una terra che cambia e che Patti cerca di fermare sulla pagina prima che scompaia.
Resta così l’immagine delle passeggiate all’alba nella frescura dei boschi di castagni, tra agrumeti e ulivi, mentre il frastuono della vita contemporanea appare lontano. In quelle pagine, Ercole Patti ritrova la Sicilia della sua giovinezza insieme agli attimi di felicità della esistenza.
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