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L’Italia negli occhi, Mostra sull'emigrazione. Le interviste ai protagonisti Rocco Artale e Aldo Corgiat

A settimo Torinese dal 15 febbraio al 17 marzo 2019 l'esposizione sulla emigrazione italiana in Germania

di Nicola F. Pomponio


:: Cultura Arte Spettacolo

Ven 01 Marzo 2019 - 23:27


Immagine Principale



Immagine:Rocco Artale e Aldo Corgiat

 

TORINO - Abbiamo incontrato, a margine della mostra sull’emigrazione italiana in Germania “L’Italia negli occhi” che si tiene a Settimo Torinese dal 15 febbraio al 17marzo 2019, gli organizzatori dell’esposizione, Rocco Artale emigrante in Germania e Aldo Corgiat, presidente della Fondazione Ecm, potendo così porre loro alcune domande sull’iniziativa.

A Rocco Artale, cittadino onorario di Wolfsburg e presidente della locale associazione di Abruzzesi, chiediamo cosa ha significato emigrare e cosa ha significato per la Germania l’emigrazione italiana.

Io sono emigrato quando avevo 20 anni. Allora, negli anni ’60, mancava completamente il lavoro sia nel mio paese, Alanno (Pescara), sia negli altri paesi dell’entroterra abruzzese. Scelsi così di andare in Germania perché non volevo dipendere economicamente da mio padre e non volevo andare troppo lontano dall’Italia. Pensavo, all’inizio, di tornare ma poi il lavoro sicuro e ben retribuito alla Volkswagen mi convinse a restare in Germania dove mi sono sposato e ho avuto due figli. Per rispondere alla seconda domanda ritengo che l’emigrazione in generale, e quella italiana in particolare, abbia enormemente contribuito alla ricostruzione dell’economia tedesca. Se noi ricordiamo l’accordo bilaterale italo-tedesco del 1955 ci rendiamo subito conto del grande bisogno di manodopera che l’industria tedesca aveva: questa manodopera è stata fornita anche dall’Italia.

E oggi com’è vista la comunità italiana?

Oggi, a sessanta anni da quando andai per la prima volta in Germania si può dire che la comunità italiana è integrata nel tessuto sociale tedesco. I nostri figli sono parte integrante della vita tedesca e molti, grazie agli studi svolti, ricoprono ruoli importanti e dirigenziali; ora siamo giunti alla terza generazione e i nipoti dei primi emigranti sono, anche grazie alle scuole, tedeschi a tutti gli effetti. Certo, questo quadro odierno non può far dimenticare che quanti emigrarono, come me, in quegli anni, si scontrarono con forme di razzismo e marginalizzazione; abbiamo vissuto sulla nostra pelle la diffidenza, talvolta la xenofobia ma, fortunatamente, questa situazione, nel corso degli anni, si è superata. Questo è anche il senso della mostra ed è plasticamente rappresentato nelle pitture qui esposte di Morena Antonucci: a partire dal buio dei primi anni, attraverso un processo lungo e faticoso, siamo giunti all’integrazione e l’ultima generazione ha potuto archiviare l’oscurità della partenza.

Com’è noto, è ripresa un’emigrazione giovanile dall’Italia; fino a poco fa la Gran Bretagna era la meta preferita, ora, anche per via della Brexit, la Germania è tornata ad essere una meta importante. Cosa pensa di questo fenomeno e che consigli darebbe a chi vuole partire?

Io penso che l’emigrazione attuale sia profondamente diversa da quella che ho vissuto perché siamo davanti a un’emigrazione di persone spesso con una notevole preparazione scolastica (vi sono molti laureati) e, in un certo senso, più “consapevole” di quanto li aspetta. Ciò però non toglie che questi ragazzi vanno comunque incontro a notevoli difficoltà; spesso fanno lavori umili e sottopagati e non sempre ci si può integrare in tempi brevi. Potessi dare loro un consiglio, è questo: pensateci bene prima di partire perché la stessa economia tedesca sembra essere entrata in una fase di debolezza e la Germania non è in grado di assorbire facilmente la manodopera, anche qualificata, che aspira a stabilirvisi. Resta una grande amarezza che vale sia per la mia generazione, sia per l’attuale: il fatto che l’Italia non sia in grado di offrire una sistemazione ai suoi figli. Questo dovrebbe essere l’obiettivo principale di una sana politica: rendere possibile il lavoro in Italia senza costringere i propri figli ad emigrare. Il lavoro è il problema principale.

Un aspetto particolare: negli Usa un ruolo fondamentale per le nostre comunità fu svolto dalla Chiesa Cattolica. E’ successo lo stesso in Germania?

Noi emigranti eravamo tutti cattolici e ci siamo trovati in posti dove il Cattolicesimo era minoranza. Ma questo non ha mai costituito motivo di discriminazione, anzi ti racconto un episodio che dà l’idea dell’importanza delle relazioni tra tedeschi e Vaticano. Il direttore generale della Volkswagen era un conoscente di Papa Pio XII e, grazie a questa conoscenza, nel 1962 più di 3000 italiani poterono andare a Wolfsburg senza intoppi burocratici e difficoltà per le pratiche d’immigrazione!

Un’ultima domanda: in Italia nei confronti degli immigrati si sta assistendo a fenomeni fino a poco tempo fa sconosciuti. Com’è la situazione in Germania?

Anche in Germania vi sono partiti apertamente xenofobi, se non razzisti e per me che ho vissuto sulla mia pelle queste situazioni è triste vedere la storia che si ripete, stavolta a danno di stranieri a cui non si vuole riconoscere lo status di rifugiato. Io credo invece che ciò che serve a noi tutti è rimettere al centro i valori della tolleranza e del rispetto di chi è diverso: senza tolleranza, io credo, i paesi europei non possono andare avanti!

Ad Aldo Corgiat, presidente della Fondazione Ecm ed ex sindaco di Settimo, chiediamo invece quali siano, a suo avviso, i temi che, insieme all’emigrazione, sono centrali in questa mostra.

L’emigrazione è un grande tema a cui sono legati molti altri elementi. Ne ricorderei almeno tre. Innanzi tutto il tema del lavoro. Si emigra perché non c’è lavoro, esistono squilibri territoriali ed economici profondi e l’emigrazione rappresenta una possibile soluzione, però a vantaggio delle aree economicamente più avanzate, a questi squilibri. Il lavoro inoltre, grazie agli stimoli provenienti con i nuovi arrivati, diventa il luogo fondamentale per almeno altri due aspetti. Da un lato la contaminazione culturale (preferisco questo termine a quello di integrazione, che talvolta sembra prospettare una sorta di superiorità di una cultura rispetto alle altre) e dall’altra è la sede in cui emergono nuovi bisogni interni al lavoro stesso o esterni all’ambiente di lavoro ma ad esso più o meno collegati (dal tema dei trasporti, all’assistenza medica ecc.). Vedrei quindi l’emigrazione strettamente intrecciata alle questioni dello sviluppo e sottosviluppo economico, della disoccupazione e della necessità di rivedere, reinventare, sia gli assetti lavorativi di dove si emigra, sia il tessuto sociale e urbano dei luoghi di immigrazione.

A proposito di quest’ultimo punto, qual è stata l’esperienza di un sindaco che ha dovuto confrontarsi con notevoli flussi migratori?

E’ chiaro che, soprattutto all’inizio, ci si trova davanti a problemi notevoli dovuti a un grande aumento della richiesta di servizi da parte dei nuovi arrivati. Le strutture del welfare cittadino si trovano sotto pressione e il primo compito è quello di cercare di rispondere alla crescita della domanda. E’ un processo che, ovviamente, non si risolve velocemente, ma si innescano dei meccanismi che, se gestiti bene, possono condurre a situazioni di notevole miglioramento rispetto a quanto si offriva ai cittadini prima dell’arrivo degli immigrati. Non a caso i luoghi che hanno vissuto l’esperienza dell’immigrazione spesso hanno uno standard di servizi superiore a luoghi che sono rimasti ai margini di questo fenomeno, penso, ad esempio, agli squilibri che si sono approfonditi tra la città e la campagna. Settimo ha vissuto almeno tre ondate migratorie: dalla campagna (da dove provengo anch’io), dal Veneto e dal Meridione. Oggi, pur continuando ad essere presente l’identificazione originaria, i cittadini si sentono settimesi a tutti gli effetti e ciò è importante per tutto il tessuto sociale che non può che beneficiare da questo atteggiamento.

Quando si può dire di aver raggiunto una piena integrazione?

Io, al riguardo, la penso come mi ha detto un mio amico somalo: mi sento integrato quando scelgo liberamente se restare in un determinato posto o se andare via. Credo che sia questo il segno dell’integrazione, quando vivo come libera scelta il luogo dove vivere; a quel punto divento una sorta di cittadino del mondo e non vivo più come costrittiva la mia residenza in un luogo anziché in un altro. Ma attenzione, a questa risposta sono collegati veramente molti aspetti. Il primo è la capacità/possibilità di un paese ospitante di restituire al paese da cui si emigra energie che, attraverso l’emigrazione, gli sono state sottratte. Quando si emigra, s’impoverisce il paese d’origine e si contribuisce a costruire la ricchezza sociale del paese in cui si immigra. Una politica lungimirante dovrebbe tener conto di dare la possibilità di tornare al luogo d’origine con le capacità acquisite per renderne possibile lo sviluppo; se un migrante sceglie liberamente di tornare a casa e lo fa dopo aver acquisito capacità professionali che prima non possedeva, noi aiutiamo il suo paese d’origine restituendogli anche una piccola parte di quanto l’attività predatoria nel passato, e purtroppo ancora oggi, gli aveva sottratto. Quindi, collegato al fatto che sono integrato quando mi sento libero di decidere dove stare, c’è una grande questione di politica estera, di rapporti tra gli stati. Continuare a pensare l’immigrazione come una questione solo di politica interna (se non addirittura, ciò è veramente folle, solo di sicurezza) vuol dire non prospettare una soluzione reale del problema che nasce dagli squilibri economici tra zone diverse del pianeta, ma, nella migliore delle ipotesi, impostare il problema solo sotto la rubrica dell’accoglienza. Il che è sempre meglio dell’equazione immigrato uguale delinquente ma si limita a una risposta moralmente alta, ma che non affronta il problema di base dell’emigrazione. Noi dobbiamo contribuire a costruire una classe dirigente nei paesi d’origine senza trascurare il fatto che, contrariamente a quanto si dice di norma, gran parte dei flussi migratori sono composti da persone che hanno già, da parte loro, notevoli capacità tecniche e professionali.

C’è ancora in programma qualcosa, oltre questa bella mostra, come Fondazione Ecm sul tema dell’emigrazione?

Sì. Noi abbiamo organizzato un ciclo d’incontri sull’immigrazione a Settimo senza però privilegiare un approccio legato alle realtà regionali di provenienza, anche perché sono presenti qui quasi tutte le regioni d’Italia: probabilmente, a mo’ d’esempio, vi sono più ischitellani a Settimo che a Ischitella! Abbiamo pensato fosse più utile parlare dell’emigrazione legandola a particolari contesti d’origine che facessero emergere l’intreccio tra emigrazione e altre questioni importanti (come dicevamo prima). In questo senso presentiamo, tra gli altri, il libro di un autore calabrese, Santo Gioffrè “L’opera degli ulivi” (ed. Castelvecchi), che ricostruisce la storia degli scontri tra estremisti di destra e di sinistra a Reggio Calabria, ma sullo sfondo di faide tra famiglie e di scontri all’interno della ‘ndrangheta; questo vuol dire tenere insieme l’emigrazione con la storia del novecento italiano e alcuni aspetti particolarmente bui dell’Italia di oggi (in questo caso la malavita prima e il terrorismo poi).

 

 

 


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