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Migranti. La furia del governo si abbatte sul CARA di Castelnuovo di Porto, il secondo più grande d’Italia.

Da oggi, 22 gennaio, iniziano gli spostamenti di 300 richiedenti asilo. Il Sindaco: “Spazzati via anni di impegno. E persi 107 posti di lavoro”

di Luca Cricenti


:: Attualità

Mar 22 Gennaio 2019 - 18:54


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“Lungi da me difendere il CARA di Castelnuovo di Porto, però questa della chiusura, in questo stato non è la modalità migliore”. Con queste parole un’operatrice chiude il suo messaggio di aiuto ed allerta a tutte le associazioni che lavorano sul territorio. Un messaggio che suona ancora più allarmante per chi è a conoscenza della situazione in questione e dello stato dell’arte. Perché infatti il CARA (centro di accoglienza per richiedenti asilo) di Castelnuovo di Porto non può definirsi un esempio di accoglienza e di efficienza. Situato in estrema periferia romana (circa 40 km dalla città), con pochi mezzi di collegamento con il mondo esterno, il centro di accoglienza è stato famoso le sue dimensioni e per aver accolto centinaia di richiedenti asilo. Quindi giungere a definire con allarme la sua chiusura desta più di una perplessità ad un occhio non attento. Infatti fino a qualche mese fa si sarebbe potuto giustamente obiettare contro questa presa di posizione. Ma oggi, quando i discorsi d’odio contro i richiedenti asilo stanno all’ordine del giorno, quando la situazione accoglienza per la maggior parte di loro è divenuta impossibile (la nuova legge non prevede più accoglienza per i richiedenti asilo, abbandonati a sé stessi), quando l’insicurezza ha totalmente preso le redini del contesto generale della vita di queste persone, oggi questo allarme ha senso. Eccome se ha senso. Infatti dall’oggi al domani centinaia di persone saranno costrette ad allontanarsi definitivamente (in particolare coloro più in difficoltà che non potranno permettersi alternative concrete di accoglienza) da Roma, luogo in cui hanno impostato, costruito le loro vite. Una città dove hanno avuto i primi contatti con organizzazioni a loro sostegno e in cui hanno intrapreso un percorso di inclusione sociale reale. Dall’oggi al domani, come si diceva, gli abitanti del centro verranno infatti smistati tra il Piemonte e la Basilicata, secondo un ordine, una selezione, non meglio noti. Smistati non è un uso improprio del termine. Volutamente non è stato virgolettato, perché queste persone, che restano fino a prova contraria esseri umani, vengono di fatto trattati come pacchi di Amazon (forse questi ultimi hanno più diritti a dire il vero, o almeno sono più tutelati). Come se non avessero una storia, dei legami con il territorio, come se ovunque li metti va bene, perché tanto è uguale no? Mica sono italiani. Non sono uomini.

Questa è l’ennesima offensiva contro i richiedenti asilo, contro le residue forme di umanità, contro il buon senso e contro tutta la cittadinanza. Ancora una volta ci si lava le mani da una difficoltà che si crede insormontabile. È la riprova di una gestione governativa del delegare ad altri le proprie responsabilità. Di additare qualcun altro e non prendersi l’onere di ciò che è giusto fare, in un senso universale del termine. Mette ancor più in luce le manovre e le mire di una legge sulla sicurezza che vuole solo rendere più insicuro questo paese, disgregare le unioni tra territorio e richiedenti, tra cittadini italiani e stranieri, marcandone le differenze e rompendo ogni forma di legame. Si perché chiudere un centro del genere significa anche allontanare queste persone da un lavoro intrapreso, da una tutela legale pro bono ricevuta, da percorsi di integrazione culturale e sociale e da scorci di fiducia trovati quasi per caso e cancellati via come se fossero stati casuali e indesiderati. Significa trasmettere un messaggio di violenza civica e di divisione. Significa far sentire ancor di più indesiderate ed emarginate queste persone. Significa, per fare solo un esempio, di costringere i bambini, a lasciare aula, maestre e compagni senza sapere dove andranno e cosa li aspetta. E questo, fa ancora più male in un paese come Castelnuovo di Porto, principe dell’accoglienza, durante il dopoguerra, degli ebrei vittime del genocidio. In quest’ottica, forse, una scelta come quella dei sindaci “disobbedienti” che si oppongono civilmente alle dinamiche attuali di odio e repressioni, senza essere complici delle violenze in atto, è ancora più comprensibile e lungimirante. E tra questi risuona la voce del primo cittadino di Castelnuovo di Porto: Da amministratore locale dico che il problema dell’Italia non sono i migranti - dichiara il Sindaco di Castelnuovo di Porto, Riccardo Travaglini - ma le problematiche diffuse ed endemiche che affrontiamo tutti i giorni: disoccupazione, corruzione, mafie, evasione fiscale, una giustizia che non funziona e che non riesce a garantire la certezza della pena, la mancanza di risorse per mettere in sicurezza i territori. Castelnuovo di Porto, che ha fatto fronte per oltre 10 anni ad una emergenza nazionale, auspica che la furia del Governo nell’affrontare il fenomeno dell’immigrazione contagi anche questi altri fronti».


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Registrazione Tribunale di Messina Registro Stampa n.7 del 20 Maggio 2014
Direttore Responsabile Mimma Cucinotta - Condirettore Domenica Puleio - Direttore Editoriale Silvia Gambadoro


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