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Étienne Gilson e il suo lascito filosofico. Ne discutiamo con Daniele Fazio

intervista di Domenico Interdonato


:: Cultura Arte Spettacolo

Dom 11 Novembre 2018 - 16:22


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Il 19 Settembre 21018 è caduto il quarantesimo anniversario della morte del filosofo francese Étienne Gilson. Nei manuali di filosofia, insieme a Jacques Maritain, è considerato tra i principali esponenti della corrente del Neotomismo. È, dunque, un pensatore che si pone alla scuola del pensiero di San Tommaso d’Aquino e che San Giovanni Paolo II ha voluto citare nominalmente, tra gli altri, anche nell’Enciclica Fides et Ratio, quale esempio di intellettuale che ha saputo operare una sintesi tra la ragione e la fede. Al fine di ricordare la figura e il pensiero di questo filosofo del Novecento abbiamo rivolto alcune domande a Daniele Fazio, dottore in Metodologie della Filosofia presso l’Università degli studi di Messina, che proprio quest’anno ha dato alle stampe un volume dal titolo Étienne Gilson. Metafisica dell’actus essendi e modernità, Orthotes editrice, Napoli-Salerno 2018.

Ci può offrire, per prima cosa, un breve identikit del filosofo Gilson?

Étienne Gilson (1884-1978) è conosciuto principalmente come un autorevole storico della filosofia medievale. I suoi scritti, infatti, su tale aspetto del percorso storico del pensiero, sono ormai divenuti dei classici. Uno fra tutti è Lo spirito della filosofia medioevale. Possiamo, altresì, ricordare i suoi studi sul pensiero di Tommaso d’Aquino, di Giovanni Duns Scoto, di Bonaventura da Bagnoregio, di Agostino d’Ippona, senza dimenticare i volumi su Bernardo di Chiaravalle, Abelardo e Dante Alighieri. E, tuttavia, se questo è l’ambito dove maggiormente si è segnalato, limitare il suo pensiero solo all’elemento storiografico è veramente riduttivo, dal momento che ci offre un impianto teoretico, metafisico e gnoseologico, testimoniato dai suoi scritti sull’essere e sul realismo. Ancora di più non vanno dimenticati alcuni suoi significativi interventi su questioni importanti del Novecento, quali la società di massa e la sua cultura, il problema dell’ateismo, il rapporto tra la filosofia e la scienza, in particolare sulla questione evoluzionista, e alcuni aspetti di filosofia della storia.

Come scopre Gilson la filosofia medievale?

Il giovane Gilson studia presso la Sorbona di Parigi all’inizio del secolo scorso, in anni nettamente sfavorevoli verso una comprensione pacata del lascito filosofico o culturale in genere del Medioevo. L’idea comune – in quell’ambiente dominato dal neo-positivismo – è che la filosofia abbia fatto un balzo dall’Antichità a Cartesio e che il Medioevo sia stato semplicemente teatro di una dittatura teologica. Viene bandita così ogni possibilità di uno studio prettamente metafisico e l’ambito della ricerca in filosofia si situ sul versante storiografico. Proposta dal suo maestro Lévy-Bhrul, Gilson inizia, quindi, una ricerca sulle fonti scolastiche del pensiero di Descartes ed è proprio lì che incontra una costellazione teorica che diverrà il suo principale campo di indagine e punto di riferimento.

Cosa predilige del pensiero medievale?

Tra tutti i pensatori che incontra, Gilson viene folgorato dal pensiero di San Tommaso d’Aquino, che diventerà il suo maestro ideale. Vi è da ricordare che contemporaneamente alla sua formazione alla Sorbona, Gilson frequentava le lezioni di un grande pensatore del suo tempo, Henri Bergson, in quanto interessato proprio alla metafisica. Stimolato, quindi, dagli input di Bergson, trovò nel pensiero dell’Aquinate quanto di più fecondo e stimolante andava ricercando. Il principale merito di Gilson, allora, da un punto di vista storiografico, è quello di aver riabilitato la filosofia medievale e di aver dimostrato la sua densità teoretica attraverso le monumentali opere che ho prima citato. A questo si può aggiungere un secondo merito, ovvero quello di aver depurato il pensiero di Tommaso d’Aquino da incrostazioni scolastiche che nel tempo si erano sedimentate, al punto da corrompere la stessa genuinità e freschezza del pensiero tommasiano, ad esempio, sulla questione dell’essere.

La concezione dell’essere è un ambito su cui Gilson ha molto riflettuto?

Nel suo L’essere e l’essenza, il filosofo francese s’impegna in una indagine storiografica e metafisica circa le concezioni dell’essere che si sono ripetute nel pensiero occidentale. Egli dimostra che vi è una tendenza all’oblio dell’essere in quanto viene sin da subito attirato nelle maglie del pensiero, ovverosia concettualizzato. Ciò stabilisce un primato del pensiero sull’essere che induce la filosofia non più a contemplare la realtà e a comprenderla, ma a fagocitarla. L’essere non è più tale in sé, ma diventa il pensiero dell’essere. Questo è evidente soprattutto nella corrente idealistica della modernità. Reazione a questa tendenza da non sottovalutare è il pensiero di Kierkegaard, che tuttavia viene visto da Gilson come l’altra faccia della medaglia, in quanto pretende una esistenza senza l’essenza. Da questo vortice si salva – se così possiamo esprimerci – Tommaso d’Aquino, che illuminato dalla Rivelazione cristiana, interpreta l’essere come actus essendi, ovvero comprendendo all’interno di questa dimensione una polarità riguardante l’esistenza e una polarità riguardante l’essenza, in modo che l’esistenza non sia fagocitata dall’essenza. Porsi, in questa prospettiva, per Gilson significa comprendere quanto di più profondo proviene dalla testimonianza linguistica del verbo essere.

Possiamo affermare, dunque, che la filosofia che presenta Gilson ha un impianto realista?

La filosofia gilsoniana ha un impianto profondamente realista, forgiato tra l’altro da una querelle affrontata dal Nostro Autore negli anni ’30 del secolo scorso. La posizione moderna che pone la gnoseologia al di sopra di ogni altro aspetto, per Gilson, è irriducibile al pensiero di Tommaso e ne è diametralmente opposta. Se l’origine di ogni idealismo è il cogito cartesiano, il principio di ogni realismo è l’affermazione res sunt. La realtà così ha sempre un primato sul pensiero e rappresenta, a mio modo di vedere, una sorta di disciplina etica per il pensiero stesso, che così dovrebbe immunizzarsi dallo scadere in ideologia.

Comprendiamo da quanto detto finora che per Gilson teologia e filosofia o fede e filosofia non si oppongo, ma addirittura sono, in qualche modo, di aiuto l’una all’altra …

La Rivelazione cristiana ha certamente avuto un ruolo fondamentale per i pensatori che hanno avuto o hanno la fede cristiana. La filosofia più originale di Tommaso non può che essere ritrovata all’interno dei suoi scritti teologici, come le due Summae, e tuttavia, non vi è da dimenticare che i due ambiti sono distinti. Ciò che io “so” e ciò che io “credo” si pongono a livelli differenti. La ragione è sempre uguale per tutti gli uomini, ma i credenti svolgono un esercizio cristiano della ragione, ovvero illuminato dalla Parola di Dio. Questo più che essere un limite nel corso della storia si è potuto notare che è stato un valore aggiunto, in quanto si sono codificate nozioni e tendenze importanti, quali la scoperta della nozione di persona, o in campo metafisico per quanto riguarda il problema dell’essere e di Dio. Grazie a quella che è stata definita “metafisica dell’Esodo” si è giunti ad una positiva contaminazione tra il “problema” indagato dalla ragione e il “mistero”, ambito della rivelazione. In questo senso, Gilson ha difeso la possibilità dell’utilizzo del termine “filosofia cristiana” che è il nome storico del tentativo meritorio non solo di Tommaso d’Aquino, ma di molti altri pensatori di fare sintesi tra la fede e la ragione.  

Non si rischia, però, di razionalizzare ciò che viene dalla Rivelazione?

Gilson, sulla scia di Tommaso d’Aquino, ci aiuta a capire che c’è un territorio di confine tra la teologia e la filosofia, in cui la ragione ha il suo ampio spazio per poter agire e portare il suo contributo. Nel deposito della Rivelazione è bene che si differenzi, a questo punto, un rivelatum ovvero le verità che l’uomo non avrebbe mai potuto sapere se non gli fossero appunto state manifestate da Dio e il rivelabile, verità, sì contenute del deposito della Rivelazione, ma che l’uomo già con la sola forza della ragione conosce o potrebbe conoscere. La Rivelazione, allora, in quest’ottica più che essere razionalizzata – come se ci trovassimo innanzi ad una filosofia della religione cristiana – diventa uno stimolo perché la stessa ragione raggiunga le vette del suo operare.

Quale insegnamento oggi può venire dal pensiero di Gilson?

Reputo, tra le tante cose che si potrebbero dire, che il pensiero di Gilson ci possa vaccinare da due tendenze. La prima è quella razionalistica – che forse oggi ha meno presa – ovvero ritenere che la ragione, e la ragione strumentale in particolare, sia un assoluto al di fuori della quale tutto andrebbe rifiutato. L’intelletto per le operazioni che compie è straordinario ed è oggetto del nostro stupore, ma ciò non deve farci giungere alla concezione – di marca idealista – che esso sia la causa della realtà, la causa dell’esistenza. L’altra tendenza – forse più di moda oggi – è quella nichilistica. Icasticamente Gilson un giorno scrisse: “io sono per l’essere contro il nulla”. Ridimensionare l’assolutismo della ragione, allora, non vuol dire cadere in posizioni irrazionaliste, ma saper porre il giusto primato tra la realtà e il pensiero e una volta giunti con il pensiero alle porte dell’Essere rimangono due scelte: tacere o pregare.  

 


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