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Sulla Narrativa di NADIA TERRANOVA

recensione di Sergio Spadaro, critico letterario


:: Cultura Arte Spettacolo

Dom 04 Novembre 2018 - 23:33


Immagine Principale

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   Non si può non constatare come la nuova narrativa siciliana si sia lasciata alle spalle la tradizione, tipicamente isolana, dei manierismi e dei barocchismi, per abbracciare quelle virtù di puritas e perspicuitas che vedono nella sovrabbondanza degli “ornamenti” o nei pasticci linguistici un errore da evitare. E’ quello che, almeno, fa la messinese Nadia Terranova, che si è andata affermando con due pregevoli romanzi (Gli anni al contrario, Einaudi, TO, 2015 e Addio fantasmi, Einaudi, TO, 2018), dallo stile conciso e diretto, qua e là – specie nella prima narrazione – punteggiato da tocchi di umorismo e di ironia.

   La “chiave” narrativa de Gli anni al contrario è data dalla frase “aveva attraversato la storia” (p. 112): questo “attraversamento” va dal giugno 1977, quando i protagonisti Aurora e Giovanni (figli della buona borghesia messinese) s’incontrano, al 21 marzo 1989, quando “lui” muore per AIDS, parola pronunciata solo nell’epilogo postnarrativo, “come se quelle quattro lettere avessero il  potere di infettare la bocca di chi le pronuncia” (p. 143). Così, la “carriera” del protagonista Giovanni (con opportune citazioni storiche: il rapimento Moro, le Brigate Rosse, Margherita Cagol e Renato Curcio; o di quelle che erano le letture canoniche dei sessantottini: Che fare? di Lenin e di ?ernyševskij o di Majakovskij a p. 141) ne fa “un aspirante terrorista terrorizzato” (p. 54) che, a furia di provare droghe di ogni tipo e attraversando inutilmente “l’università, il matrimonio, la tentazione della lotta armata” (p. 111), arriverà al prevedibile esito finale. 

   Quanto ad Aurora, che veniva da una carriera da topo di biblioteca e di studio indefesso,  ecco un esempio di umorismo: “Fin dal principio di convivenza fu costretta ad ammettere che cucinare, pulire, tenere in ordine erano abitudini a lei sconosciute” (p. 35). Oppure si prenda quest’esempio di ironia: “Sui libri, Aurora scopriva un femminismo ferreo, orgoglioso. Poi rientrava in casa e non riusciva a parlare con la madre, che aveva fatto del distacco un’arte e della propria esistenza una depressione muta” (p. 15). Addirittura l’ironia si può considerare il tropo fondante dell’intero romanzo , perché si tratta di “anni andati tutti al contrario” (p. 105), che avevano “confuso il sogno con l’allucinazione” (p. 65), opportunamente poi incarnati nei personaggi romanzeschi.

   Una caratteristica dello stile dell’autrice è la localizzazione geografica della trama, sempre puntuale e precisa (e che si riscontrerà anche nel successivo romanzo): non solo qui la “piccola e addormentata città sul mare” (p.12), ma anche le gite a Stromboli, a Zafferana Etnea, a Pantelleria. Per la città si prenda questa descrizione: “Dalle finestre si vedevano la Calabria e lo Stretto poco prima che sfoci in mare aperto, quel mulino di correnti dove la Ionio sta per incontrare il Tirreno rendendo Messina la città dei due mari. I nomi dei quartieri che si susseguono sulla costa sembrano uno scherzo: Pace, Paradiso, Contemplazione. L’adolescente Aurora, non in pace, contemplava. Dietro le persiane di legno verde […] Aurora spiava i silenzi dei pescatori e le avventure notturne delle lampare” (p. 7).

   Quanto infine al lessico, c’è da notare che anche Terranova ogni tanto fa qualche incursione nel dialetto, ma – come dire? – tanto per gradire: picciridda (pp. 44 e 144), scacciata (focaccia catanese, p. 60), dammusi  (p. 127). Oppure l’autrice fa una citazione “mascherata”: “quella stanza tutta per sé” (p. 5), richiamante il famoso titolo di un’opera di Virginia Woolf.

  Nella successiva prova, Addio fantasmi, la Terranova adotta la prima persona, che accentua la mescolanza fra esperienza personale e fatti d’invenzione. D’altronde il romanzo ha un’epigrafe da Natalia Ginzburg, che proprio in Lessico famigliare aveva del tutto tralasciato ogni finzione narrativa. E, con ironia, userà l’ossimoro “finte storie vere” (p. 11). Qui la protagonista, Ida Laquidara, ritorna a Messina per aiutare la madre a svuotare, e fare dei lavori di riparazione, della casa dove aveva vissuto l’infanzia e l’adolescenza, abitando adesso a Roma col marito. Questo nostos, questo ritorno è veramente “nostalgico”, perché darà la stura ai ricordi, ma soprattutto al dolore che aveva provato dai tredici anni in poi, quando il padre – caduto in un’irreversibile e  profonda depressione – aveva all’improvviso abbandonato lei, la moglie e la casa, senza più fare ritorno. Il rientro, pertanto, avrà il fine di far decantare una volta per tutte il proprio dolore, ma ciò avverrà – ahimé – provandone uno nuovo per il suicidio di un ragazzo di vent’anni, che era venuto a lavorare sul terrazzo della casa avita, e che con lei si era confidato. E avverrà seppellendo in mare – dalla tolda del traghetto per tornare a Roma – la scatola rossa che conteneva i ricordi più cari di quegli anni. Per questo la protagonista si sentirà una “sopravvissuta”: “Gli estranei mi appaiono per quello che sono, che siamo, un gruppo di sopravvissuti ciascuno alla propria battaglia. […] Veniamo tutti da un funerale […]; tutti abbiamo perso qualcuno e sappiamo quanto lunghissimo e ingiusto sia il tempo davanti a noi, il tempo senza quella persona. Il tempo che cominceremo a contare anno dopo anno, a partire dalla perdita” (p. 195). Questo della sopravvivenza costituisce un vero e proprio Leitmotiv, dato che c’è anche una dedica iniziale e che, persino nel primo romanzo, veniva detto: “I grandi, in fondo, non sono che bambini sopravvissuti” (p. 55). A p. 190 è detto: “Nessuno è vivo – tutti noi siamo soltanto ancora vivi”.

   Ma l’infelicità della giovinezza per la perdita (l’assenza) del proprio padre, e soprattutto il macerarsi nel dolore, può essere una colpevole malattia, come la più cara amica della protagonista le rimprovererà: “Esiste anche il dolore degli altri […]. Hai permesso al tuo dolore di divorarti e la tua ferita è diventata più grande di te” (pp. 160/163). E qui, ancora una volta, si può richiamare la Ginzburg, perché la “possibilità di sofferenza sconfinata” diventa un “male radicato tutto al femminile: oscuro sentimento della propria incapacità a disporre pienamente della propria vita e metterla al servizio di tutti”.

   Anche in questo romanzo sono moltissime le descrizioni geografiche e monumentali di Messina e   dello Stretto. Riportiamo per economia solo: “passeggiatammare, quel mare talmente mischiato alla città che ci si può dimenticare che esista, come i fiumi sepolti sotto le vie” (p. 58). A differenza invece del primo romanzo, le notazioni erotiche sono più numerose e diffuse.

   Così il lessico, che fa anche qui qualche incursione nel dialetto: trìulu malanova e scuntintizza, ‘na rispustera (una risponditrice), spasciate (rotte), scartafruscia, scafulìa; ma poi prende il volo col tedesco di ein Augenblick (un battito di ciglia). Anche qui c’è infine una citazione “mascherata”, come “una rosa non è una rosa non è una rosa”, che traspone al negativo una famosa frase di Gertrude Stein.

                                                                                           

 

NADIA TERRANOVA, Gli anni al contrario, Einaudi, TO, 2015, €  11,00

NADIA TERRANOVA, Addio fantasmi, Einaudi, TO, 2018, € 17,00   

 


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