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80 anni dalle leggi razziali

1938-2018. Il 18 settembre del 1938, in piazza dell’Unità a Trieste, Benito Mussolini annunciava la promulgazione delle leggi razziali

di Roberto Sciarrone, Sapienza Università di Roma


:: Cultura Arte Spettacolo

Mar 18 Settembre 2018 - 14:33


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Leggi razziali che furono antipate il 14 luglio dalla pubblicazione del Manifesto degli scienziati razzisti (spesso chiamato Manifesto della Razza) in forma anonima e ripubblicato il 5 agosto firmato da 10 scienziati.

La deriva era compiuta.

Alcuni degli scienziati e degli intellettuali ebrei emigrano negli Stati Uniti, tra loro ricordiamo: Emilio Segrè, Achille Viterbi Bruno Pontecorvo, Bruno Rossi, Ugo Lombroso, Giorgio Levi Della Vida, Mario Castelnuovo-Tedesco, Vittorio Rieti, Piero Foà, Luigi Jacchia, Guido Fubini, Massimo Calabresi, Franco Modigliani, con loro lasceranno l’Italia anche Enrico Fermi e Luigi Bogliolo, le cui mogli erano ebree. Galeazzo Ciano, genero e ministro di Benito Mussolini scrisse nel suo diario a proposito del Manifesto della Razza: “Il Duce mi dice che in realtà l’ha quasi completamente redatto lui”. Dalla residenza estiva di San Rossore, quindi, Vittorio Emanuele III re d’Italia firma il primo decreto delle leggi razziali.

Agli ebrei è vietato insegnare in scuole e università statali e parastatali, iscriversi a scuole di qualsiasi ordine e grado, fare gli assistenti universitari, i presidi o i direttori, far parte di associazioni scientifiche, di lettere o arti.

Il decreto regio n°1381 vieta agli stranieri di origine ebrea di stabilirsi in Italia e nelle colonie, revoca anche agli ebrei stranieri la cittadinanza acquisita dopo il 1919, impone a chi si è stabilito nei territori dell’Impero (Italia e colonie) dopo il 1919 di abbandonarli.

Il Gran Consiglio del Fascismo, quindi, emette la dichiarazione sulla razza che verrà poi tradotta in legge nei successivi decreti, il RDL 1779 vieta agli ebrei: di frequentare scuole dove ci siano alunni italiani, di insegnare, di usare libri di scrittori ebrei, matrimoni di italiani “ariani” con altre razze, matrimoni con stranieri a dipendenti del Partito e della pubblica amministrazione, ivi compresi enti ad essa collegati. Agli ebrei è anche vietato possedere aziende legate alla difesa dello Stato e avere domestici italiani di “razza ariana”, possedere terre stimate più di 5mila lire e fabbricati urbani per più di 20mila lire, essere dipendenti delle PA municipalizzate, enti, istituzioni pubbliche o aziende ad esse collegate.

Il RDL disciplina l’esercizio delle professioni precludendo agli ebrei di essere giornalisti, notai e iscritti alle associazioni sindacali, di essere revisori dei conti o amministratori giudiziari e di collaborare con altri professionisti non ebrei.

Gli ebrei devono essere iscritti agli albi professionali e per farlo Mussolini decide che devono avere determinati requisiti: indicare la loro razza, essere italiani, essere retti moralmente, non avere mai svolto “azione contraria al regime”, esercitare solo a favore di altri ebrei.

I numeri della follia

Le leggi razziali sono state abrogate il 20 gennaio del 1944.

Nel 1938 gli ebrei in Italia erano 47mila, circa lo 0.1% della popolazione, di cui 8906 dei quali iscritti al Partito Nazionale Fascista, in seguito alle leggi razziali in poche settimane persero l’impiego: 200 insegnanti, 400 dipendenti pubblici, 500 dipendenti privati, 150 militari, 2500 professionisti. Inoltre 5600 studenti furono allontanati da scuola, 96 accademici italiani furono costretti a lasciare le cattedre. Gli ebrei arrestati e deportati in Italia furono 6807, di cui solo 837 sopravvissuti, gli arrestati e morti in Italia furono 322.

L’orrore non va mai dimenticato.


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