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Myanmar. L’infinita crisi umanitaria dei Rohingya assume connotati sempre più internazionali

Il 27 luglio scade l’ultimato della Corte Penale Internazionale al Myanmar sulla giurisdizione

di Luca Cricenti


:: Esteri

Mer 25 Luglio 2018 - 19:39


Immagine Principale

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Myanmar – I Rohingya, da decenni perseguitati, uccisi e costretti a fuggire dalla loro casa, finalmente iniziano a sentire la voce di qualcuno che perori la loro causa. Situati nell’Arakanan, la regione occidentale del Myanmar al confine con il Bangladesh, i Rohingya sono diventati tristemente noti in Italia solo di recente. Infatti, durante l’agosto del 2017, si è assistito a un esodo forzato di circa 250.000 Rohingya dal Myanmar al Bangladesh, a cui poi hanno fatto seguito altre 600.000 persone (836.210 a gennaio 2018). Inoltre, sono state registrate almeno 6.700 uccisioni di Rohingya, di cui 730 bambini, tra il 25 agosto e il 24 settembre. Le ragioni di questa gigantesca migrazione risiedono nelle terribili condizioni di vita a cui sono assoggettati i Rohingya in Myanmar e soprattutto nella campagna di repressione generale (un regime di apartheid per alcuni) del governo birmano il quale intende eliminarli fisicamente dal proprio territorio. Infatti, i satelliti hanno registrato numerosi villaggi bruciati e scene raccapriccianti sono state registrate e testimoniate da alcuni giornalisti. Ma su questo ci si tornerà più avanti.

Come si sottolineava in principio, oggi c’è qualcuno che parla dei Rohingya e di ciò che stanno subendo. Non sono più solo i giornalisti, troppo spesso lasciati soli, abusati e addirittura perseguiti a norma di legge. Oggi anche diverse ONG e addirittura la Corte Penale Internazionale (CPI) si stanno muovendo per cambiare questa tendenza di morte e repressione che attanaglia la popolazione Rohingya.

La CPI ha iniziato a muoversi il 9 aprile 2018, quando il Prosecutor (come un nostro PM) Fatou Bensouda della Corte ha richiesto alla stessa di poter iniziare ad indagare sulla piaga dei Rohingya, ritenendo di avere giurisdizione sul caso. Infatti il problema principale è che il Myanmar non fa parte del Trattato di Roma (convenzione istitutiva della CPI) e che quindi i crimini contro l’umanità, di guerra e di genocidio compiuti all’interno del suo territorio non sarebbero perseguibili dalla Corte. Detto ciò il Bangladesh è invece uno Stato parte del Trattato e il Prosecutor ritiene che molti crimini commessi dalle autorità birmane nei confronti dei Rohingya si siano protratti anche successivamente all’attraversamento del confine Birmano-bengalese.

La CPI ha permesso al Fatou Bensouda di iniziare le indagine che sono giunte a una prima decisione il 22 giugno 2018. Il The Guardian ha pubblicato un articolo in cui vengono descritte alcune delle violenze sottoposte alle indagini del Prosecutor, tra cui una bambina di 10 anni ripetutamente stuprata dall’esercito birmano dopo che la sua famiglia è stata fucilata e una ragazza 25 che ha assistito alla morte atroce di tutta la sua famiglia: rinchiusi nella propria casa che è stata data alle fiamme.

Il 22 giugno quindi la CPI ha dato un ultimatum al governo del Myanmar. Quest’ultimo avrà tempo fino al 27 luglio per depositare delle osservazioni sia sulla giurisdizione della Corte che sui crimini avvenuti al confine con il Bangladesh.

Probabilmente il Myanmar dichiarerà l’incompetenza della CPI e tenterà di prendere tempo onde evitare indagini sul proprio territorio. Ma oramai la portata della crisi ha superato i confini nazionali e il Myanmar non può più esimersi dal prendersi carico delle proprie responsabilità.

Di recente (il 12 luglio 2018) è stato pubblicato un report di 162 pagine sulla situazione dei Rohingya in Myanmar. Il rapporto, concernente 200 interviste fatte negli ultimi 20 mesi, è stato redatto dal gruppo Fortify Rights, organizzazione no profit operante nel sud est asiatico. Il testo del report racconta dettagliatamente come le autorità birmane avessero preparato meticolosamente l’attacco ai Rohingya nell’agosto 2017. Ma lo stesso raccoglie molte testimonianze che raccontano delle violenze subite anche antecedentemente al 2017.  Infatti la denuncia verso le autorità birmane di crimini contro l’umanità e di genocidio si estende per un periodo indefinito, essendo tali crimini continuativi ed iniziati con ogni probabilità già nel secolo scorso.

Alcuni giornalisti di Reuters avevano già tentato di denunciare questi crimini l’anno scorso. Per tutta risposta Wa Lone e Kyaw Soe Oo sono stati arrestati a dicembre 2017 per aver parlato della morte di 10 giovani Rohingya e sono sotto processo per aver violato la “Legge birmana sul segreto di stato”. La pena massima prevista è di 14 anni.

Questo è un esempio concreto di come purtroppo non sia fattibile un cambiamento del paese dall’interno per risolvere questa piaga. La spinta allora deve necessariamente venire dall’esterno, in particolare attraverso i canali giurisdizionali della CPI, unica a poter processare in maniera imparziale e civile (senza l’uso della forza) i perpetratori di questo sterminio.

D’altronde ormai ciò che avviene in Myanmar nei confronti dei Rohingya è cosa nota. Il Commissario delle Nazioni Unite sui Diritti Umani lo ha definito nel modo più chiaro possibile: “un esempio di pulizia etnica da manuale”. La speranza è che anche la soluzione sia da manuale e che sia fatta giustizia per il popolo più discriminato al mondo.


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