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MARIO FRESA E LA SCOMPARSA DELL’IO LIRICO

recensione di Sergio Spadaro - critico letterario


:: Cultura Arte Spettacolo

Dom 01 Aprile 2018 - 13:34


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      Il salernitano Mario Fresa pubblica un nuovo libro, Svenimenti a distanza (Il Melangolo, GE, 2017), che il prefatore Eugenio Lucrezi con proprietà definisce prosìmetro, perché composto alternativamente in versi e in prosa (delle nove sezioni di cui si compone, due sono in prosa-prosa e sette in versi: ma in qualche sezione di versi ci sono poi singole prose, a p, 89, p, 103 e p. 111). Sempre il prefatore sostiene che il libro “non può che svolgersi […] in forma di racconto”, perché “esperienza di sofferenza e di perdita, anzi di sofferenza risultante da una successione di perdite”. E, riferendosi allo stile, continua col dire che   “si tratta […] di un ritrarsi del linguaggio dagli atteggiamenti della compiutezza (dell’illusione della forma, armonica o difforme che si voglia e che sia)”.

   Già per il precedente libro poetico, Uno stupore quieto (Ed. Stampa 2009, Azzate [VA], 2012), chi scrive queste note aveva parlato di relazionalità (perché, secondo Alfonso Berardinelli, i linguaggi  non possono essere che a funzionamento ermetico o a funzionamento relazionale) e di crisi della  presenza (alla Ernesto De Martino), perché il reale si riduceva a mero “ricordo” e soprattutto  perché - come avviene in Svenimenti a distanza – si assiste alla definitiva scomparsa dell’io lirico. Anche qui, come nel precedente libro, c’è qualche frase in cui l’ellissi del verbo, o del complemento, denuncia questa perdita: “e poi nel vuoto a rendere noi spereremo che” (p. 124), “il caldo non ci impedisce di” (p. 125), “non possiamo giudicarla soltanto per una cosa che” (p. 128), il coraggio / di segnarle la schiena a quel modo, con tanta” (p. 134).

   Apparentemente, la relazione ai fatti, nel libro di Fresa, non potrebbe essere più piena. Infatti, sia nella parte in prosa che in quelle in versi, l’intero libro non è che una congerie di fatti. Dice egli stesso: ”questi si chiamano fatti” (p. 24). Ma il “fatto” – com’è detto a p. 95 – “si ripara dietro di me, che non esisto. / Di chi parliamo allora?”.  Ecco, il libro finisce col tramutarsi, e perdersi, in quel “mare dell’oggettività” di cui parlava Italo Calvino, in un suo famoso saggio: “Allora era il flusso della soggettività prorompente – espressionismo, Joyce, surrealismo – che pareva inondare tutto, contestare la cittadinanza dell’uomo in un mondo oggettivo per farlo navigare nel fiume ininterrotto  del monologo interiore o dell’automatismo inconscio. Ora è il contrario: è l’oggettività che annega l’io, il vulcano da cui dilaga la colata di lava non è più l’animo del poeta, è il ribollente cratere dell’alterità nel quale il poeta si getta” (“Il Menabò” n° 2, Einaudi, TO, 1960, p. 11).

   Di chi parliamo allora nel libro?  Se si prendono i nomi che via via compaiono nei testi, non si finisce più di elencare quelli che non sono più persone ma fantasmi: Benedetta e Michele, Maria (p. 23 e  . 49), Antonio, Bruno e Maria Luisa, Emme (p, 26 e pp. 64/65), Tommaso, Alberico, Francesco e Beniamino, Luca o Rachele, e via seguitando, Gli unici nomi “propri”, nel senso dell’appartenenza, sembrano essere quelli a riferimento musicale, in virtù forse della cultura ad hoc dell’autore: Jacopo e Giulio (cfr. p. 139), Luigi Bassi e Leporello (cfr. p. 140), Clara Schumann (p. 27), Schikaneder (cfr, p. 141), il Signor Boccherini di Lucca (che in quella città era nato, p. 127). Ci sono anche quelli indicati con la sola sigla: S. e C. (p. 128).

   E’ vero che, per alcuni di questi nomi, viene fornito in appendice il riferimento. Ma, a prescindere dai riferimenti musicali,la stessa appendice o “istruzioni per l’uso” non è che – alla lettera – un bugiardino. Al punto che sembra l’autore abbia voluto appositamente rompere  ogni razionalità ed effettualità fattuale, come – se si prende metaforicamente – pare indicare la seguente frase sui “citofoni”: “Per festeggiare, allora, abbiamo rotto le etichette dei citofoni, in rigoroso ordine alfabetico” (pp. 126/27).

   Sicché, alla fine, il libro non risulta quel “manuale di poesia” (p. 127) che l’autore ci voleva offrire, ma appunto solo un manuale: vale a dire un esercizio di poetica.

   Sotto l’aspetto linguistico, il libro offre anche degli usi lessicali particolari: la gnostia (p. 44) si può ridurre a gnosia (conoscenza, percezione); malestro (p. 118) sta per “sciagurato”; le fusaglie (p. 122) sono i lupini bolliti e salati; la fanga (p. 29 e p. 123) corrisponde a “fanghiglia”e la ragna (p. 129) a “ragnatela”; per la pastellessa è l’autore stesso a indicarci cos’è (p. 141). Mentre pischelli è un termine romanesco per “ragazzi” (usato da Pasolini nei suoi primi romanzi).

   Va infine chiarito che gli “svenimenti a distanza” sono richiamati dall’epigrafe di Francesco Redi,che non è stato solo un poeta “burlesco”, ma anche – com’è noto – un medico.

            

MARIO FRESA, Svenimenti a distanza, Il Melangolo, GE, 2017, € 12,00.

 


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