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Lucio Falcone nel "maredimezzo" del linguaggio

recensione di Sergio Spadaro - critico letterario


:: Cultura Arte Spettacolo

Gio 08 Marzo 2018 - 22:21


Immagine Principale

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Immagine: Falcone in un ritratto di Michele Spadaro, circa 1980

 

   Lucio Falcone, l’editore che “vive sulla costa del golfo di Patti” (risvolto di copertina) pubblica altri due libretti di versi (Pocodistante [2015-2016] e Permododidire [2017], Pungitopo Ed., 2017) [in sigla A e B], in edizione fuori commercio,che confermano e ribadiscono quell’asintattismo  espressionistico da noi già messo in luce nei precedenti libri poetici. Esclusa per principio ogni narratività, i testi sono organizzati infatti paratatticamente, sicché le parole si sommano alle parole  (o ai composti più ampi) a prescindere da ogni  subordinazione. Ecco perché l’autore, nel primo testo (suddiviso in due parti) della prima raccolta, può parlare di acròliti, con una metafora che richiama le statue antiche con la testa e le estremità di pietra, marmo o avorio, e il resto del corpo di legno (un esempio: la statua della Venere Ericina che si trova al Museo Altemps di Roma). Nel corpo del materiale inerte, legnoso, del testo aggallano insomma le vere parole, o i veri sintagmi, significanti e perciò fatti di materiali nobili. Ma parlando di materiali inerti e nobili, si stabilisce involontariamente una gerarchia che in effetti non c’è. E’ meglio quindi, rifacendosi alla distinzione  jakobsoniana fra significanti e significati, dire che nel corpo di significanti assunti spesso per la loro fonematicità, residuano poi veri significati concettuali. La metafora è ribadita con un altro testo, Acròliti, a p. 45/A, dove si parla anche di collages.

    Le unità costitutive di base, le parole, sono spessissimo costituite da composti, sia in italiano (es.: nottidimèzzo, pp. 7 e 61/A; maredimèzzo, pp. 7 e 61/A e 24/B; copiancòlla, pp. 69/A e 64/B) che in dialetto (es.: dunninnispuntò stu puddicìnuntopèttu, p. 10/A; nunsividilùstru, alllancallària, p. 48/A). Ma in questo gioco d’artificio espressionistico vale ogni lingua, sia quelle antiche (greco, latino, veteroitaliano) che moderne e allotrie (francese, inglese, spagnolo). Quello che conta, in verità, sono i valori fonici. Per il greco si cita: kalòs, limen (in A); tàlatta, éureka (in B: d’altra parte non va dimenticato che l’autore aveva esercitato il suo estro in questa lingua già nel libro edito nel 2014, intitolato Apò-Ypò). Per il latino l’elenco è lungo: deleta [e non delenda] Carthago, premissis impedimentis, incipit, pulcrest, brevelumen, hic et nunc, absentia, paxinterra, omnis moriar, gloria in excèlsis, agnus dei, misererenòbis, respublica, resnullius, (in A); ergo sum, mater dolorosa, aere perennius [che è parte del famoso verso oraziano exegi monumentum aere perennius], carpe diem [anche qui è richiamato Orazio, nel quale il verso continua con et quam minimum querula postero] (in B: può essere persino richiamata la grafia, e la pronuncia, latina: patienti, p. 64/B).

   Per il veteroitaliano esiste addirittura la citazione per kelle terre per kelli fini (p. 61/B), che è il primo documento in volgare del 960, dell’archivio cassinese, nel quale viene riportato il giuramento giudiziale del testimone che attesta l’avvenuta usucapione di terreni a favore del Monastero di Montecassino (il testo continua: que ki contene, trenta anni le possette parte Santi Benedicti). E non mancano poi altri esempi di varia collocazione temporale: de tuttu tempu fructata (p. 45/B), ambo addemandaru de nubelle / l’un e-ll’altru dìcuse nubelle e pàrtiti e fuji spiritu  abbruxiatu (p.47/B). Si arriva persino alla voluta “anticazione”della grafia o all’uso di voci verbali desuete: jardini (p. 45/A), cumpatisci (p. 48/A), potriano (p. 47/B: potrebbero).

ngraces  (p. 27/B), voici le temps des Assassins (p. 36/B); dejavù, decolté, purparlé, autrè, che sono francesismi.  Oppure ci può essere la mimesi fonica di quella lingua: bulevàr, sulesieldeparì (su le ciel de Paris), monamùr (in A), dàrbremagìk, sciansondegèst (in B).  C’è anche un composto franco inglese: dangerous se pencher par la fenêtre (p. 16/B). Le attestazioni inglesi e spagnole sono date da: singin’ in the rain (p. 19/B) e y cantos (p. 25/A).

   Abbiamo già definito in passato la Weltanschauung che traspare dai testi come smarrimento esistenziale dell’essere “gettati nel mondo”, in senso heideggeriano, che dà perciò continua “cura” (Sorge) in mancanza di un orizzonte ultrastorico. Ebbene, i due libri di cui ci stiamo occupando contengono due epigrafi rivelatrici in tale direzione (quella di B si può tralasciare, perché riguarda  qualificazioni latine del mare, essendo fra l’altro apposta all’inizio della sezione appunto dedicata al mare). E’ quella di A che va invece riportata, ripresa da Giuseppe Bonaviri (richiamato anche a p. 50 con il titolo della sua prima opera, stradalùnga ): “Son segni o corpi celesti, che interminabilmente ci portano di vuoto in vuoto”. Com’è noto, la “partecipazione alla vita universale […] di un cosmo in movimento perpetuo” venne definita da Bonaviri stesso come ‘corrente ondulatoria sfuggente’. Perciò Giacinto Spagnoletti di lui poteva dire: “Manca qualunque disegno provvidenziale a questo scrittore perpetuamente attratto dalla crisi della natura, dallo imprescindibile mistero della nostra esistenza in mezzo al cosmo” (Letteratura italiana del nostro . secolo, Mondadori, MI, 1985, Vol. III, pp.106 e “ 1007). E di quanto la visione di Falcone sia affine a questa di Bonaviri ci sembra persino inutile ribadire. Qualche esemplificazione: il casaccio kegoverna (p. 31/A), tutt’era inutile / la morte uscente dal mare / il lievito delle cose / la storia contata a vanto e senza vergogna (p. 55/A), lo spreco di infiniti pensieri / interrati assieme a  tanta ancoravìva solitudine (p. 37/B), extrasistole della storia (p. 64/B). Con i relativi effetti: compagno llammicacòri [afflitto] di mute malinconie (p. 17/A).

   Nei testi non viene richiamato solo Bonaviri. Vengono addirittura definiti traghettatori (p. 88/A) Stefano D’Arrigo (ciccinacircé) e Dante (carondimònio: dell’Alighieri vengono riportati sei versi a p.71/A, tra cui il famoso di qua, di là, di giù, di su li mena ). Richiamati sono poi Omero (telemakie, aurorediròsa ), Lucio Piccolo (giocoannascòndere ), Cesare Pavese (verrà la morte e avrà i tuoi occhi) e persino quel poeta che fu Fabrizio De André (signoreboccadiròsa ). E questo oltretutto ci dà un bel panorama delle frequentazioni  culturali di Falcone.

   Del tutto conseguente alle scelte stilistiche dell’autore è poi la grande connotazione fonologica dei suoi versi. Si può cominciare dalle figure della ripetizione, come quella “composita” a inizio o a fine di parola: kissacòsa kissakkì (p. 18/A) e cosibèllo cosidèbole (p. 19/A), rossopadronàle  vinopadronàle (pp. 56 e 63/A). Ovviamente ci sono delle anafore (il mare, 2 volte, p. 72/A; di e del, preposizioni ripetute, p. 35/A; poco, 3 volte, p. 46/A; non piove, 2 volte, p. 85/A; con variatio nel pronome personale è il mare non si vede/ il mare non mi vede, p. 8/B) e molte allitterazioni (SA SO Sanno / SA SA SA, p. 25/A; RImuovi RInnovi le simmetrie, l’ESIto l’ESIle, p. 33/A; SCAMPano SCAMPolo, p. 34/A; PREsa PREda, p. 23/A; AFFIdato AFFIlodaquilòne, Sapido Sapore / Sale Sapiente, p. 25/A.  Ci sono invece poche rime proprie (fuco / buco, p. 30/A). C’è poi la paronomàsia “i versi osceni o scemi” (p. 64/B) e i polittòti :  emozionati /emozionali, false classifike dei classificati, le ore liete / il lieto delle ore (in B). Nonché l’isocòlo “segnato / sognato”, in A.

    Quanto ai grafismi, sono noti dalle precedenti prove dell’autore quelli dell’uso della consonante “k” al posto di “ch”, o dell’eliminazione della “h” in qualche voce degli ausiliari essere e avere, ma con posizionamento dell’accento. La congiunzione “e” è sostituita, quasi del tutto, dal segno  grafico della “&” commerciale. Innumerevoli sono poi i troncamenti (soprattutto sto per “questo”) o l’uso di “po” senza segno d’apocope. Ci possono anche essere inserimenti di consonanti per deformazione espressiva: arrivi e Spartenze, scàccoSmacco (si sa, lo scacco matto non è che uno smacco). E c’è persino un voluto lapsus linguistico, con raddoppiamento di consonante: secco greTto di fiumara / lapsus festeggiato comesiconviene (p. 37/A e 56/B).

    Ci piace segnalare invece l’uso di lessico raro: fileggia (sbattere della vela), intruglia (ingarbuglia), prilli (piroette); le epèntesi agr[il]umi (pp. 45 e 53/A) e l’elenco di verbi per sognare segnare/ stanare / stancare (p. 66/A).

   Ogni vero poeta è legato al territorio di appartenenza e di formazione e anche Falcone non sfugge alla regola. Ecco alcuni esempi addirittura descrittivi del “suo” paesaggio:  su questa strada paesi ancoralì / isolati su dòcilicollìne  (p. 34/A); fermo sulla pankìna /malinconica marina di palme (p. 38/A); gioia di mezza giornata di sole / quando la neve arriva anke sotto Tripi (p. 47/A); sotto le fronde di una canicola siciliana/  dislessia dei nostri panorami (altro che “tremolar di marina” dantesco, p. 49/A); plenilunio vallivo lattedimàndorla (p. 55/A); il panico immobile del cielostellàto di Pollara (Pollara è una delle più belle baie dell’isola di Salina, dove in parte fu girato il film Il  postino, p. 67/A); affidando leggere parole a fogli di carta velina / trasparenti velelle d’amore (le velelle sono piccoli organismi  trasportati dal vento sulla superficie del mare, Velella spirans, p. 76/A); giovani belli / inebetiti d’amore / si bagnano in quest’acqua solforosa / al puzzo di forgia di Vulcano (le “acque calde” sono sull’isola di Vulcano, p. 31/B). E lasciamo al lettore di valutare quanto siano creativi e originali tanti di questi sintagmi.

                                                                                                    Sergio Spadaro

 

LUCIO FALCONE, Pocodistante e Permododidire, Pungitopo Ed., S.G.Gioiosa Marea [ME], 2017, s.i.p. -

  


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