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Presentato a Roma il docu-film “Generale Mori . Un’Italia a testa alta”.

Grande apprezzamento di pubblico e di critica per il film che restituisce il giusto onore a un eroe dei nostri tempi.

di Silvia Gambadoro


:: Cultura Arte Spettacolo

Ven 22 Dicembre 2017 - 21:23


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Roma, 21 dicembre - E’ gremito il parterre della sala Capranichetta  a Roma per la presentazione  della prima nazionale del docu-film  “Generale Mori. Un’Italia a testa alta”. Un appuntamento che ha visto la partecipazione di centinaia di persone, fra cui lo stesso Generale Mori, il regista Ambrogio Crespi, il colonnello Giuseppe De Donno e il direttore de il Tempo Gian Marco Chiocci. Il film, prodotto da Index Production, scritto dal Colonnello De Donno, ripercorre  la storia degli ultimi 50 anni d’Italia, dalla morte del Generale Carlo Alberto dalla Chiesa (che ammirava Mori) al sequestro e l’uccisione di Aldo Moro; dalla strage di Capaci a quella di via D’Amelio, fino alla cattura di Toto Riina e alla lotta contro il terrorismo (anche se Mori parla nel film, del rispetto, ricambiato, verso alcuni elementi dell’eversione, sia di estrema destra che di estrema sinistra). Fatti  e retroscena inediti, raccontati per la prima volta dal Generale Mori in un dialogo face to face con Giovanni Negri, presidente de "La Marianna" e gia segretario del Partito Radicale - suo interlocutore nel film . La pellicola  racconta anche il punto di vista di  un ragazzo diciottenne  di oggi, che  non ha vissuto gli anni bui del nostro Paese e di conseguenza non ha conosciuto il generale Mori, ma che attraverso quanto raccontato nel documentario, ne diventa un ammiratore. Il film restituisce un’immagine inedita del generale, un uomo schivo, che rifiuta la definizione di uomo di potere e si descrive invece come un servitore dello stato. Il “comandante Unico”, così ribattezzato dai suoi  per il rigore, la tenacia, la grande umanità,  ma anche per non aver mai lasciato da soli i suoi uomini, come afferma nel film il colonnello De Donno, anche lui  protagonista diretto di quegli anni. Il film esce in un momento particolare della vita del Generale Mori: dopo essere stato trascinato sul banco degli imputati per una presunta, fantomatica trattativa che avrebbe consentito agli affiliati di Riina di svuotare il covo del capomafia dopo il suo arresto, avvenuto il 15 gennaio 1993, da cui è stato  assolto con formula piena; processato di nuovo, come l’uomo che avrebbe coperto la latitanza di Provenzano,  sempre in nome della immaginaria trattativa – e di nuovo assolto. Infine l’ultimo processo durante il quale, nonostante le precedenti assoluzioni,  si è arrivati addirittura ad accusare Mori come   l’autore materiale della trattativa tra stato e Mafia, basandosi sulle  dichiarazioni già attestate dai tribunali  come  false e calunniose,  di Davide Ciancimino.  Perché un uomo che dovrebbe essere considerato un eroe per la sua strenua lotta contro la criminalità organizzata, che ha collaboratto con Falcone e Borsellino mettendo a segno colpi fatali alla mafia, l’uomo al quale il nostro Paese deve tanto, viene invece trascinato nel fango con l’ignobile etichetta di “trattativista”  “Forse l’unica sua colpa”, come ha affermato Gian Marco Chiocci nel dibattito che è seguito alla proiezione del film, “è quella di non essere stato ucciso dalla mafia, perché solo così sarebbe diventato un eroe”.


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