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Cotidiemorimur. Gioventù criminale

di Maria Teresa Infante


:: Rubrica

Mar 21 Novembre 2017 - 23:26


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Violenza e aggressività ad ogni stadio sembrano essere divenute le caratteristiche più comuni appartenenti all’essere umano, se di umanità possiamo ancora parlare. Non possiamo evitare di rifarci alla famiglia come nucleo primario responsabile della formazione del bambino. Secondo le teorie sull’apprendimento sociale, il bambino impara soprattutto attraverso l’osservazione e l’imitazione, per cui se proviene da famiglie in cui gli atti riprovevoli o aggressivi tra i membri sono di pratica ordinaria, svilupperà di sicuro tendenze all’aggressività. Non aiutano neanche i mass media e i programmi televisivi; basti pensare che se nei cartoni animati il bambino vede il suo eroe picchiare o uccidere l’antagonista, penserà come norma quel tipo di azione con il rischio conseguente dell’emulazione. E se è vero che anche l’eredità genetica influenza i nostri comportamenti, a maggior ragione entra in gioco l’educazione, di cui l’intera società (istituzioni comprese) a partire dai nuclei di appartenenza più piccoli, – famiglia, scuola, palestre, oratori – devono fare fronte comune per cercare di smussare gli orientamenti deleteri a un sano sviluppo della personalità.  Compito sicuramente non facile in una società che si è trasformata repentinamente e in cui si saltano passaggi fondamentali per una equilibrata crescita individuale. Fino a qualche decennio fa, infatti, il bambino viveva in una struttura famigliare parentale, in cui le relazioni erano estese ai vari membri della famiglia, legati da rapporti di sangue (nonni, zii, parenti vari, spesso anche vicini di casa con cui si condivideva la quotidianità) ed aveva quindi, più modelli con cui confrontarsi, mentre oggi siamo passati a una famiglia immediata, cioè quella di procreazione in cui i fattori di riferimento sono solo i due genitori e da ciò si evince la forte responsabilità educativa dei coniugi. Non esistono, in pratica, ulteriori termini di paragone o figure che potrebbero colmare eventuali carenze genitoriali, per cui bisogna ben sperare in una famiglia dai solidi valori etici e morali. Con questo non possiamo crocifiggere i soli componenti del nucleo famigliare di appartenenza e addossargli l’intero carico di colpe, perché man mano che si affrontano le varie fasi di crescita cambiano i gruppi di interazione e nelle tappe successive si è portati ad emulare i comportamenti della massa, soprattutto se non si ha come base una personalità forte e ben strutturata: il gruppo di appartenenza diventa trainante, la mancanza di omologazione è a rischio emarginazione e per i giovanissimi l’isolamento è fonte di malessere e disagio sociale. Ad oggi, bisogna aggiungere che il tanto agognato benessere, rincorso nel dopoguerra, è stato prevaricato dagli eccessi sfocianti nell’uso sfrenato di alcool e droghe, con conseguenze devastanti per il fruitore. A nulla sembrano valere le massicce campagne d’informazione. Le tesi degli psicologi, dei sociologi ci rimbalzano contro, mentre assistiamo impotenti alla marcia delle nuove generazioni che si avviano verso l’auto-distruzione, in assenza di modelli positivi in cui identificarsi, e qui entra in gioco anche l’inettitudine dei nostri governanti che genera sfiducia nel futuro, le cui previsioni diventano sempre meno rosee. La frustrazione può rimanere latente, ma se associata al consumo di alcool o droghe che riducono l’autoconsapevolezza e la capacità di valutare le conseguenze dei propri gesti, può sfociare in pura aggressività, una volta ridotte le inibizioni sociali. Insorgono gesti generati da vere e proprie devianze per cui dovremmo focalizzare l’attenzione sul fatto che le azioni violente sono il frutto di un vero e proprio deficit relazionale all’interno dei sistemi di convivenza e non considerarle delle bravate relative alle giovani età, come spesso accade per eccessivo buonismo.iolenza e aggressività ad ogni stadio sembrano essere divenute le caratteristiche più comuni appartenenti all’essere umano, se di umanità possiamo ancora parlare. Ne respiriamo ovunque, inoculate a dosi massicce ad ogni ora del giorno, ne sentiamo il fetore e non riusciamo a scrollarcelo di dosso. Neanche nelle nostre case, tra le pareti domestiche in cui dovremmo sentirci al sicuro. Ciò che più spaventa è l’abbassamento dell’età in cui già compaiono segni premonitori preoccupanti, come nei casi del bullismo, in aumento nei luoghi di aggregazione frequentati da adolescenti, in primis la scuola che dovrebbe essere l’istituzione educativa per eccellenza. Con l’avanzare della tecnologia, il fenomeno divenuto dilagante, ha assunto dimensioni dai risvolti preoccupanti ed è stato necessario l’intervento dei legislatori per arginare le disastrose conseguenze del cyberbullismo; i gesti denigratori, offensivi o addirittura violenti vengono amplificati nella loro crudeltà dalla velocità di diffusione e veicolati a una vasta gamma di utenti con esiti devastanti sulle vittime. Ma, se una legge può sortire sicuramente i suoi effetti, i “soggetti” preposti all’educazione hanno la responsabilità di far comprendere che dietro uno smartphone, un computer, un video, esiste un essere umano reale a cui si infliggono sofferenze, un nostro simile, a cui è dovuto lo stesso rispetto che dovremmo avere per noi stessi.

Forse siamo stati fin troppo accondiscendenti, troppo permissivi, giustificando comportamenti tipici del sabato sera, che poi sono diventati quelli di ogni giorno della settimana, se assistiamo a continui pestaggi, accoltellamenti, risse, stupri da parte del branco (atto di grande viltà) fino ad arrivare all’orrore di St Trop’, il locale di Lloret de Mar, in Spagna. Un atto criminale dai connotati di estrema, gratuita malvagità: Niccolò Ciatti, ventidue anni, durante una serata in discoteca, che doveva essere di svago e divertimento è stato barbaramente massacrato da tre uomini, (e che siano ceceni o di altra nazionalità non cambia) pressoché suoi coetanei, a pugni e calci. Ma l’aspetto più orribile è che il dramma si è svolto sotto gli sguardi indifferenti di centinaia di giovanissimi che non hanno mosso un dito in suo aiuto e dopo poco hanno ripreso a ballare sulle sue macchie di sangue. Forse inebetiti da alcool e droghe, inconsapevoli del crimine di cui si sono resi complici, o forse peggio ancora indifferenti alla sofferenza altrui!.

Gli eventi ci costringono a prendere atto dell’abbassamento della soglia di età del crimine e non possiamo non sentirci tirati in causa per questi ragazzi lasciati in balìa di se stessi. Dobbiamo in tutta onestà ammettere che è proprio all’interno delle nostre case che si alimenta il mostro del disagio sociale adolescenziale di cui spesso non ci si rende conto, o magari ci si rifiuta di prenderne atto. Abbiamo il dovere morale di operare e tra le nostre pareti e all’interno dei nostri nuclei di aggregazione. Un oceano sarebbe una pozzanghera senza tutte le sue gocce; sentiamoci gocce per cercare di cambiare il mondo e il mondo, chissà, un giorno – anche se lontano – ce ne sarà grato. Ma almeno non saremo morti in un catino.

“Dos est magna parentumvirtus.” (La virtù dei genitori è una grande dote)

 


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