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La politica nostrana resta distante dalla comprensione dei problemi

Il recupero dei valori assoluti attraverso la progressiva complementarietà tra potere religioso e potere temporale

di Michele Steinfl, studioso di Teologia


:: Editoriale

Lun 13 Novembre 2017 - 22:06


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Immagine. Roma, la Camera dei Deputati

 

Rifletto, in giorni di nuove tornate elettorali e di ballottaggi, di cosa davvero ed effettivamente “manchi” alla politica nostrana, e non solo, per farla rendere apparentemente e clamorosamente tanto distante dalla comprensione e risoluzione di molti, troppi problemi sociali che ancora non danno pace alla vita di questo Paese. Penso spesso al celebre e sempre attuale motto di Massimo D’Azeglio, sulla necessità, quando era stata fatta l’Italia, di dover ancora “fare gli italiani”.  I più molteplici e disparati fatti storici si sono susseguiti nel frattempo, ma poco o nulla sembra essere cambiato circa l’attualità di quella penetrante frase ma forse ancora troppo impegnativa da realizzare.

E’ su questa scia che, forse inevitabilmente, mi sono ritrovato ad un serrato tu per tu con il problema del nostro sistema politico democratico, a mio modo di vedere vittima di una esagerata apologia al suo riguardo, e omericamente quasi ‘divinizzato’..., forse per una mancanza culturale di adeguate proposte alternative. La democrazia non è un sistema politico “perfetto”, ma perfettibile. Perché ? Semplice, perché per vincere le elezioni basta soltanto raggiungere il quorum di “maggioranza”. Chi prende più voti, “chiunque” prenda più voti, conquista automaticamente la possibilità di governare un Paese...

Un sistema politico siffatto, basato soltanto su dei numeri elettorali, e su di uno sparuto gruppetto di veri e credibili contenuti etici e morali che un’alternanza tra maggioranza e minoranza può davvero sperare di assicurare, non dovrebbe mai, in nessun Paese, poter essere “assolutizzato”. Programmi politici e legiferazioni quando sono frutto di idee e credenze umane, senza aperture progettuali a fonti di ispirazione rivelate, soprannaturali, sovra-umane e spirituali, non potranno mai personificare “il vero bene” per un popolo. Potranno tendere a questo valore, potranno avvicinarsi a questa non-utopia, ma mai realizzarli pienamente.

L’alternanza fra “maggioranza” e “minoranza”, non poggiandosi su dei valori morali assoluti, ma soltanto su programmi ideologici mutevoli e relativi, non potrà mai offrire una garanzia totale, stabile e permanente per la pace e per la prosperità di “qualsiasi Paese”. I due troni, distinti e purtroppo separati fra di loro, mi appaiono essere lo sbocco spontaneo e naturale di queste prime considerazioni. Il potere spirituale e il potere temporale, molto più che permettersi di coesistere e tollerarsi a vicenda, dovrebbero ben diversamente riconoscersi reciprocamente, suddividersi i ruoli, redistribuire gli incarichi e le responsabilità, lavorare e collaborare insieme per il bene comune e per la “res publica”. Veramente non abbiamo ancora capito che Chiesa e Stato ben diversamente dall’essere due istituzioni parallele, sono invece potenzialmente e debbono diventare progressivamente complementari tra di loro??...

Ci vogliono tempo, consapevolezza, impegno e preparazione per potere sperare che un simile “Kulturkampf” convinca le menti e i cuori dei cittadini e attecchisca su di un così complesso, tormentato e articolato tessuto sociale.

Personalmente auspico che finisca presto il tempo di uno Stato laicista e secolarizzato, resistente ed intollerante a molte, troppe cose aventi a che vedere con la rivelazione biblica di Dio all’uomo, con le sue leggi e i suoi comandamenti, privati e soggettivi così come pubblici e sociali; e allo stesso modo auspico che finisca una volta per tutte il reclusionismo difensivo e  “di posizione” di stampo pre-conciliare, ma non solo, della Chiesa, il finto misticismo fumoso e retrogrado di molte devozioni immature che appaiono nelle chiese per poi scomparire al di fuori delle stesse, la puerilità di molti discernimenti vocazionali troppo unilaterali, troppo semplicistici, troppo lontani dalla realtà e dal mondo. “Nel mondo, ma non del mondo”:questo è stato, è e sarà sempre il grande mandatum di Dio agli uomini attraverso Cristo e la religione da lui fondata.

L’altare del sacrificio eucaristico è, ormai, in tutte le chiese definitivamente rivolto verso l’assemblea dei fedeli, non più soltanto inteso come un irraggiungibile dialogo tra eletti, ma come un annuncio da vivere rivolto a tutti. E neanche si può, poi, essere sacerdoti “secondo l’ordine di Melchizedek” e restare per tutta la vita chiusi dentro ad un convento, o, ancora peggio, chiusi mentalmente e intellettualmente al dialogo interculturale, politico e interreligioso la cui sintomatica necessità tanto caratterizza, come dovrebbe continuare fisiologicamente a caratterizzare, la vita in questo nostro tempo così come in ogni tempo.

Urge un popolo di credenti in Dio, sia religiosi che laici, sempre più fidato e credibile ed aperto al mondo e alla propria epoca, partecipe del suo tempo, impegnato nella testimonianza dei valori della legge di Dio vivendo si, nel mondo, ma non secondo l’opinione del mondo.

Urge anche, scendendo anche alle radici di questa visione e di questo impegno, una Chiesa occidentale che apra, come già fa nel suo rito orientale, alla libera scelta dei sacerdoti e ai religiosi di entrambi i sessi se sposarsi oppure no. Una sessuofobia plurisecolare rischia di fare, alla Chiesa e al mondo, molto più male che bene, proprio in quanto “fobia repressiva”, al posto di una eventuale capacità naturale individuata e compresa con un discernimento profondo e prolungato nel tempo di “sublimazione” della propria forza e del proprio istinto sessuale, prendendo in prestito dalla psicologia junghiana e dalle filosofie orientali un concetto ancora oggi troppo poco ricercato, studiato e compreso da parte delle chiese cristiane. Si può certamente senza ombra di dubbio vivere una vita giusta ed essere santi davanti a Dio. E davanti agli uomini, sia come sacerdoti sposati che come monaci rinuncianti. Con entrambe le categorie nel mondo, non del mondo, e per il mondo!

Sogno davvero questo “riconoscimento reciproco” tra mondo e spirito, tra terra e cielo, tra Chiesa e Stato, tra poteri religiosi e poteri temporali. Abbiamo tutti bisogno di aprirci al cosmo e alle sue forze benefiche, di non vivere come dei reclusi, o degli ostinati solitari incapaci di interesse e di amore per la vita e/o per gli altri, ma di imparare a stare invece sempre di più in mezzo alla vita e in mezzo agli altri. “Mai senza l’altro”, e’ il titolo di un celebre saggio del gesuita Michel de Certau. Ma per potere realizzare la visione di questa comunione fraterna con il prossimo, e per poter essere persone forti e felici a tutti i livelli, non sono sufficienti improvvise riforme missionarie. Non basta uscire allo sbaraglio, e neppure degenerare nel triste luogo comune dell’armiamoci e partite...!  Bisogna, piuttosto, che la visione aristotelica dell’uomo come “animale sociale” converga e si fonda con i valori rivelati dello Spirito di Dio, che mette al centro di tutto il CUORE e insegna a prendere atto degli onnipresenti, infiniti, ed illusori “dualismi naturali” e a renderci sempre più immuni da essi e dalle loro influenze oscillatorie, e a superarli.

Rimanendo sempre “nel mondo, ma non secondo l’opinione del mondo”..


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