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Roma. EASO Practical Cooperation Conference on Pakistan 2017

Scambio di informazioni tra esperti sul Pakistan

di Luca Cricenti


:: Uno Sguardo all' Europa

Gio 02 Novembre 2017 - 17:46


Immagine Principale



ROMA - Il 16 e 17 ottobre si è svolta presso il Centro Conferenze del Marriot Courtyard Central Park di Roma la conferenza, organizzata da EASO (l’Ufficio europeo per il supporto all’asilo) in collaborazione con il Ministero dell’Interno, sull’analisi della situazione generale in Pakistan. L’intento degli organizzatori è stato quello di creare maggior consapevolezza sui temi caldi dell’immigrazione pakistana e di armonizzare le decisioni tra i paesi europei sulle relative richieste di asilo. Difatti all’evento sono stati invitati membri delle Commissioni Territoriali italiane, ricercatori delle unità C.O.I. (informazioni sui paesi di origine) italiane e estere, magistrati e rappresentanti delle principali organizzazioni internazionali operanti nel settore (IOM e UNHCR).

Come di consueto, il discorso inaugurale è stato tenuto dal nuovo prefetto della Commissione Nazionale per il Diritto di Asilo Sandra Sarti, la quale ha esposto l’attuale flusso di migranti pakistani in Italia che si assesta al 7% del totale, con un sensibile aumento nell’ultimo anno dei minori non accompagnati (da 130 nel 2016 a 170 nel 2017). La rappresentante EASO Patricia Van Der Peer ha proseguito a braccio sottolineando il continuo flusso di pakistani dal 2014 ad oggi e il cambiamento della funzione dell’Italia da paese di transito a paese di destinazione. Ha poi descritto la collaborazione di EASO con le questure italiane nell’ambito dell’attività di supporto alla registrazione dei richiedenti asilo ed il lavoro quotidiano dell’ufficio EASO di Roma, il quale assiste circa cento persone al giorno. Ha quindi concluso l’intervento con un monito a cooperare a livello europeo per avere C.O.I. simili e con le stesse informazioni, in modo da aumentare l’armonizzazione delle decisioni in materia.

Successivamente Ward Lutin, analista EASO, ha descritto i più recenti data trends, per sciogliere il nodo della questione: “perché parliamo proprio del Pakistan?”.

In Unione Europea i richiedenti asilo pakistani tra marzo e agosto 2017 sono stati 200.000. Nel 2015 e 2016 sono giunti rispettivamente in 1,4 e 1,3 milioni, tra cui il 90% alla prima domanda di asilo. Le ragioni sono spiegabili con la situazione di forte instabilità socio-politica che ha vissuto e continua a vivere il paese, martoriato da guerre e conflitti etnico-religiosi. La distribuzione dei richiedenti nei paesi europei ha subito forti oscillazioni, dal momento che nel 2015 c’è stato un picco di richieste in Ungheria (con un alto numero di minori non accompagnati), mentre nel 2016, a seguito della chiusura della “rotta Medio-Orientale”, l’affluenza maggiore si è registrata in Germania. La maggioranza dei richiedenti pakistani, ad ogni modo, si dirige verso l’Italia, che con il 28% del totale è il primo paese di destinazione ed è anche il primo che riconosce un tipo di protezione (umanitaria, sussidiaria, internazionale) ai richiedenti in prima istanza (circa il 40%).

Successivamente, ha preso la parola Almeyda Cyril, giornalista e inviato del DAWN, giornale autoctono di ispirazione democratico-liberale, il quale ha analizzato la situazione politica e di sicurezza generale del paese. Rispetto alla prima, il Pakistan ha vissuto soprattutto nel triennio 2008-2011 una forte instabilità che si è poi ripresentata negli ultimi anni. “È una politica fratturata, senza un partito nazionale”, prosegue Almeyda, “in cui nessun partito politico sembra poter avere una maggioranza sufficiente a governare”. Egli ha poi effettuato una descrizione della sicurezza su base geografica, esprimendo dapprima preoccupazione per la situazione nel Nord-Est, nel Kashmir, dove si presume che la guerra proseguirà per almeno un’altra decade. Poi, ha esposto la situazione in Punjab (regione da cui proviene la maggioranza dei richiedenti asilo), distinguendo tra militanze settarie che imperversano nella regione con atti di violenza diversificati e un forte aumento della presenza di islamisti al confine sud nell’ultimo periodo. Infine, ha concluso l’intervento descrivendo cinque gruppi armati militanti: le militanze del TTP, i gruppi Indo centrici, i Talebani (che non subiscono controffensive governative), i gruppi settari (i quali ricevono offensive sporadiche da parte del governo) e i gruppi stranieri, tra cui Al-Qaeda, destinatari di misure governative specifiche.

Altro intervento interessante è stato tenuto Matthew Nelson, professore e ricercatore alla SOAS (Università di Scienze Politiche di Londra), con un’analisi dettagliata ed esauriente sulle politiche settarie e i conflitti intra-religiosi. Prima di entrare nel merito del suo studio, il Dr. Nelson ha precisato gli altri elementi che incidono sulle conflittualità religiose, tra cui le rivalità e i fattori politici, le rivalità geostrategiche, il contesto educativo di riferimento e alcune particolarità costituzionali. Tra quest’ultime ha annoverato la disposizione che prevede l’obbligo per il Capo di Stato di essere musulmano, il secondo emendamento concernente il necessario riconoscimento governativo dell’appartenenza di un soggetto all’Islam e la clausola sulla libertà religiosa, fortemente limitata dal rispetto dell’ordine pubblico. Il quadro giuridico è, quindi, molto complesso e negli ultimi tempi lo Stato ha utilizzato spesso l’eccezione dell’ordine pubblico per restringere il campo di azione e di influenza delle minoranze religiose, poiché considerate provocatorie verso la popolazione e prima causa di disordini nella società. Poi, ha iniziato l’esposizione dei conflitti intra-religiosi con la conflittualità tra Sciiti e Sunniti, evidenziando anche le differenze di pensiero all’interno degli ultimi tra riti commemorativi (shrines) e doni religiosi (shaik), che spostano l’oggetto del contendere su questioni politico-economiche piuttosto che religiose. I principali gruppi intra-sunnitici in conflitto elencati dal Dr. Nelson sono stati i Berichul, i Deobandi, i Salafi e gli Ahmadi, e generano situazioni di violenza indiscriminata tra gli uni e gli altri. È stata poi descritto il movimento musulmano dell’Ahmadiyya e la repressione nei confronti degli Ahmadi da parte dello Stato. La Corte Suprema del Pakistan ha tentato di salvaguardare le libertà di tale minoranza religiosa nel 1969 e nel 1978, ma si è infine adeguata alle direttive governative che, attraverso una modifica costituzionale risalente ad inizio anni 60, non riconoscono gli Ahmadi come musulmani e ritengono le loro pratiche alla stregua di crimini, poiché lesivi dell’ordine pubblico. Infine, è stato fatto un breve cenno ai conflitti tra musulmani e non musulmani, sia quando si tratti di persone di altri credi religiosi che nei casi di apostasia (abbandono) dell’Islam. Per i primi, il Dr. Nelson ha portato come esempio di frizione l’emanazione di una legge ad hoc per gli hindu, ritenuta dagli stessi troppo generosa e permissiva per le donne. Per il caso di apostasia, invece, il problema si presenta nelle comunità, essendo ricorrenti le persecuzioni sociali per chi si converte dall’Islam al Cristianesimo e le accuse di blasfemia legate a questioni politiche e/o economiche.

Shehryar Fazli, analista regionale dell’International Crisis Group, ha poi esposto la sua presentazione sui conflitti tra privati, in particolare quelli legati alle proprietà terriere. Infatti, nonostante il diritto di proprietà sia costituzionalmente garantito, vi sono delle problematiche strutturali al sistema che ne impediscono l’effettiva attuazione, tra cui: la corruzione del sistema giurisdizionale a livello locale; la composizione/risoluzione di molte liti da parte di corti informali; e l’esistenza di sistemi giuridici paralleli (i.e. Shariah, FATA, corti antiterrorismo e tribunali militari). In generale, l’accesso alla giustizia dipende dalla volontà dello Stato di permetterlo. Così, spesso, dei casi civili diventano casi penali, poiché a causa delle lungaggini dei processi, si verifica una risoluzione “privata” (e violenta) della lite. Perciò, la competizione per le terre, essendo per la maggior parte possedute da piccoli proprietari terrieri, è considerata da Fazli come la prima causa dei conflitti violenti in Pakistan, e si sovrappone alle violenze settarie e a tutti gli altri problemi nazionali. Inoltre, egli sottolinea quanto sia difficile ricollocare (attraverso i.e. il rimpatrio assistito) un soggetto spossessato di un terreno, soprattutto perché spesso i conflitti legati alle proprietà coinvolgono anche accuse di blasfemia e discriminazione religiosa o settaria.

Dopodiché, la rappresentante IOM Anna Giustiniani ha elencato alcuni dati interessanti riguardanti i profili dei richiedenti asilo pakistani in UE. Innanzitutto, la maggioranza proviene dal Punjab (70% nel 2016; 75% nel 2017), una delle regioni più sviluppate, quindi molti posseggono almeno un’istruzione secondaria. Sono per lo più uomini, single e di età media 26 anni, la cui destinazione prefissata è l’Italia per il 75% di coloro che passano per la rotta centro-mediterranea (Libia) e per il 53% di coloro che attraversano la frontiera orientale. Le ragioni dell’emigrazione sono legate principalmente a violenze personali e persecuzioni (circa il 90%), connesse in alcuni casi a disastri di tipo ambientale (i.e. terremoti, alluvioni). Il paese di destinazione, invece, è deciso prevalentemente dalle organizzazioni di smugglers (contrabbandieri/trafficanti) che per un “pacchetto touchdown” per l’Italia arrivano a chiedere fino a 12.000 euro. I migranti pakistani ottengono queste liquidità vendendo tutte le loro terre ed addebitandosi (insieme alle proprie famiglie) con gli smugglers. Il debito incide soprattutto sulla posizione dei minori non accompagnati (circa 15-16.000 euro). Infatti le famiglie si mettono in situazioni di grande difficoltà a causa dell’elevato ammontare dei costi e, inoltre, essendo le organizzazioni di smugglers stanziate in ogni paese, il minore vive in uno stato di paura perenne per la sicurezza delle persone lasciate indietro.

Alla luce di tali profili tecnici, l’attuale situazione del paese non è tra le più rosee. Tra l’altro, nel 2017 è stato registrato un aumento degli sfollati interni (17mila a causa di guerre e violenze e 21mila per disastri naturali) e un flusso ininterrotto di migranti afgani (ben 1 milione di clandestini quest’anno) nelle zone più compromesse del Pakistan, dove le frontiere sono porose e il controllo del territorio è incerto (FATA – aree tribali di amministrazione federale).

 Purtroppo la Commissione nazionale per il diritto d’asilo ha riscontrato nell’ultimo periodo una prassi seguita da circa 20mila pakistani con status di rifugiato in Italia, di andare e tornare nel proprio paese di origine, per motivazioni di carattere personale/familiare non facilmente appurabili, il che può incidere significativamente sul loro riconoscimento della protezione internazionale (infatti un rifugiato che torni nel proprio paese senza un giustificato motivo può perdere il suo status). L’Italia ha quindi incominciato a dichiarare cessate molte situazioni di protezione riconosciute e ad ordinare il conseguente rimpatrio. Sul rimpatrio deve essere fatta una considerazione finale, evidenziata da Kylie Pierce (UNHCR – legal officer) e dal Dr. Nelson: la ricollocazione dei migranti pakistani nel proprio paese di origine non può essere effettuata in maniera sicura nei casi di blasfemia (anche solo presunta). Essa rappresenta un crimine statale, ma soprattutto uno stigma sociale che può realmente mettere a repentaglio la vita dell’accusato/richiedente. Ciò è ancor più vero per gli Ahmadi, la componente religiosa più perseguitata. Infatti, verificarne l’appartenenza religiosa non è facile, poiché non possono essere identificati dalle comunità pakistane in Europa (né tantomeno essere convertiti in UE), ma solo dalla propria comunità di appartenenza.

Conferenze di questo livello sono avvenimenti speciali da cui emergono nuove conoscenze e un determinante valore aggiunto. L’auspicio è che le Commissioni Territoriali italiane, tanto quanto le rispettive europee, riescano ad applicarle e a farne tesoro.


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