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SCUOLA: A CHE COSA SERVE?

di Gianni Dell’Aiuto


:: Società

Mer 25 Ottobre 2017 - 17:20


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L’ultima notizia in ordine di tempo è la promozione ad una classe superiore ottenuta da uno studente con una sentenza del TAR. Dalle notizie di stampa sembra che una bocciatura dovuta a “poco impegno, scarso interesse e atteggiamenti poco collaborativi” possa essere annullata, con conseguente premio per lo studente svogliato, perché la scuola non aveva informato il genitore separato, che sarebbe potuto intervenire sul rendimento del figlio. Prescindendo dalla considerazione che il padre avrebbe potuto (e dovuto) attivarsi per informarsi sull’andamento scolastico del figlio, quello che emerge è come, e non per la prima volta, il giudizio dei docenti sia stato superato da una sentenza che, nell’applicazione puntigliosa della norma, ai limiti dell’ottusità interpretativa, potrebbe espandere le proprie conseguenze ben oltre i limiti del singolo episodio. Diplomati e laureati a colpi di marche da bollo che a quel punto, ben legittimamente potrebbero partecipare a concorsi che, in caso non riuscissero a vincere, potrebbero essere annullati da provvedimenti giurisdizionali. E ciò potrebbe ripetersi per un’intera carriera lavorativa: avanzamenti e promozioni mediante l’annullamento delle decisioni di dirigenti e preposti alle valutazioni. In sintesi ottenere un posto di lavoro o assicurarsi una carriera ben potrebbe giungere dagli studi e dalla preparazione dei propri avvocati. Ciò, ammetto, dovrebbe non dispiacermi, facendo anche io parte di questa categoria. Ma, onestamente, sono terrorizzato, per non dire angosciato, dal rischio di trovarmi davanti un funzionario amministrativo che decide per gli altri senza avere guadagnato sul campo la propria posizione. E speriamo che ciò non accada nella sanità. Ma allo stesso modo non mi sento certo più sicuro di quanti ottengono il loro pezzo di carta con i sistemi tre anni in uno, o recupero anno scolastico in un mese, ampiamente pubblicizzati non solo dopo l’uscita degli scrutini che concludono l’anno scolastico. Su questi istituti ricordo il momento in cui ho cercato di spiegarli ad alcuni amici stranieri che non riuscivano a capire il sistema. Per un taiwanese era follia l’idea di avere una promozione mediante scorciatoie dopo avere fallito nella scuola. Un amico messicano non poteva accettare l’idea che una persona, tanto più il proprio figlio, potesse ottenere un posto di lavoro con titoli di studio non ottenuti dalle scuole migliori, magari anche le più selettive. Un ragazzo croato che ho conosciuto, a quindici anni studia finlandese. Il suo desiderio è una laurea in materie scientifiche e ha deciso di studiare un anno delle scuole superiori in Finlandia dove, secondo lui, esistono i migliori istituti per la matematica e la fisica. Non parliamo poi di molti cinesi che lavorano per poter risparmiare le somme necessarie a far avere ai loro figli la migliore istruzione e accedere alle università migliori. Ecco la parola giusta: istruzione. Andrebbe sostituita una volta per tutte. È vecchia, obsoleta e, oggi, decisamente fuorviante. Istruzione sono le basi di qualsiasi materia. È l’ABC elementare. Dovremmo sostituirla con la più corretta EDUCATION. Non è amore per l’inglese o esterofilia che mi consiglia di usare questo termine, ma il suo reale significato che gli viene dato di preparazione complessiva all’ingresso nel lavoro. La sentii molti anni fa, quando un amico di università (americano) mi spiegò che non ci si poteva fermare alla semplice laurea, ma occorreva qualcosa in più per “completare la propria education.” Lui sicuramente intendeva un master o qualche corso di specializzazione di alto livello a Harvard o Yale. Io oggi rifletto sulle sue parole e penso che, oggi, qui in Italia, ancora abbiamo la mentalità del pezzo di carta. La sentenza del TAR che promuove uno studente mi sembra che porti ancora in questa direzione. Conseguenza del pezzo di carta? Ovvio: il posto fisso. Sono strettamente correlati. Un binomio indissolubile che è stato magnificamente sintetizzato e rappresentato dalla tragicomica figura del Ragionier Fantozzi (a proposito, grazie a Paolo Villaggio). Tutti lo hanno almeno una volta visto, compatito, ci hanno riso sopra, forse pianto. Ma chi non ha pensato che quell’immagine è un po’ tutti noi? Pezzo di carta e posto fisso. Qualcosa che da anni viene ripetuto e da molti ambito, pur nella consapevolezza che si chiedono certezze e punti fermi in un mondo e in una società dove nulla ormai è fermo. Ma tornando al punto originario (la scuola e a che cosa serve), mi si potrebbe obiettare che non abbiamo certo una “buona scuola”, che molti docenti non sono all’altezza e che anche loro ricorrono a mezzi comodi e scorciatoie perché più interessati ad avere un luogo di lavoro vicino a casa che non lavorare presso un’università prestigiosa. Effettivamente, sempre scorrendo la stampa, le recenti vicende che hanno visto alcuni docenti universitari coinvolti scoraggiano non poco quelli che, come me, vogliono piccarsi a credere nella meritocrazia. Ma da qualcosa dobbiamo pur iniziare e, riflettere sul ruolo e l’utilizzo della scuola potrebbe essere un primo importante passo per affrontare qualcosa di nuovo e diverso. Specialmente per i giovani che, per ora, potranno continuare a sentirsi protetti e garantiti, dall’avvocato di papà. Continuando magari nel frattempo a trascorrere qualche allegra giornata occupando la scuola per dedicarsi a discoteca e grigliate.

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