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10 febbraio “Giorno del Ricordo” in memoria delle vittime delle foibe

Nel secondo dopoguerra migliaia di italiani furono costretti a lasciare le loro terre e i loro beni per sfuggire alle efferatezze delle milizie comuniste del maresciallo Tito.

di Domenico Maria Ardizzone


:: Politica

Mar 10 Febbraio 2015 - 12:37


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Immagine: Manifesto del Giorno del Ricordo

Il 10 febbraio è il Giorno del Ricordo delle vittime delle foibe e dell'esodo giuliano-dalmata. Stefania Giannini, ministro dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca, ha invitato le scuole di ogni ordine e grado “a prevedere iniziative volte a diffondere la conoscenza dei tragici eventi che costrinsero gli italiani residenti in Istria, Fiume e Dalmazia, a lasciare le loro case, spezzando secoli di storia e di tradizioni”.
Tra il 1943 e il 1947 migliaia di italiani, fra essi gruppi di fascisti, ma soprattutto gente comune, colpevole solo di essere italiana e contraria al regime comunista, furono catturati dalle milizie comuniste del maresciallo Tito e gettati - vivi o morti nelle foibe, cioè “inghiottitoi”, voragini rocciose a forma di imbuto rovesciato, profonde anche più di duecento metri. Per lunghi anni le cavità carsiche nascosero i corpi delle vittime. Le efferatezze furono tali da evocare quasi un disegno di “pulizia etnica”. Intere famiglie si videro costrette ad abbandonare un territorio non più italiano, ma jugoslavo a seguito del trattato di pace del 1947.

Il sipario del silenzio sui massacri e sugli esodi è calato per oltre mezzo secolo. Si è rialzato quando furono riesumate le prime salme di un migliaio di “infoibati”, altre ne vennero scoperte in seguito, tuttavia è impossibile stabilire quanti finirono negli inghiottitoi, dato che molte cavità sono irraggiungibili. Si ritiene che le vittime siano state circa settemila.

La politica di casa nostra ha cominciato a interessarsi della tragedia giuliano-dalmata solo negli anni 90, e bisognerà aspettare il 2004 prima di vedere il decreto che istituisce il Giorno del Ricordo “per rendere omaggio alle vittime e agli esuli - insieme al riconoscimento delle ingiustizie subite - e per trasmettere alle nuove generazioni i valori di pace, democrazia, uguaglianza e solidarietà, nel segno della tolleranza e del rispetto delle diversità”. La stessa legge ha riconosciuto il Museo della civiltà istriano-fiumano-dalmata, con sede a Trieste e l'Archivio museo storico di Fiume, con sede a Roma. Analogo riconoscimento è dato anche al Centro di ricerche storiche, con sede a Rovigno (Croazia) per il "suo inestimabile apporto dato alla ricerca, allo studio, alla conoscenza e alla divulgazione di queste terre".

Per comprendere la malvagità degli infoibamenti basterà rifarsi ai racconti dei pochi sopravvissuti. Le vittime venivano condotte nei pressi delle foibe, dove si notavano pile di matasse di filo spinato. I catturati, messi in fila, venivano legati alle caviglie con il fil di ferro. Gli aguzzini, servendosi di pinze, legavano poi gli uni agli altri sempre col filo spinato. Quindi conducevano la colonna, capeggiata dal più alto di statura, all’imbocco della voragine. I massacratori si divertivano a sparare al primo che ruzzolando nella foiba, trascinava con sé gli altri compagni della fila.

Fra le diverse migliaia di vittime e le tragiche storie, la più cruenta e terrificante è quella di Norma Cossetto, 24 anni, studentessa universitaria istriana, che venne rapita da partigiani titini, torturata, violentata e gettata nella foiba di Villa Surani nella notte tra il 4 e 5 ottobre 1943. Queste agghiaccianti esecuzioni determinarono, proprio nel ’43, i primi esodi quelli cioè delle popolazioni istriane e dalmate. Nel '47, con il trattato di Parigi che assegnò alla Jugoslavia le province di Pola, Fiume, Zara e parte dei territori di Trieste e Gorizia, si è registrata l'ondata maggiore. Si stima che 35 mila italiani lasciarono case e terre. Tra le città che accolsero gli esuli, Messina - assieme a Venezia, Milano, Torino e Roma - faceva parte di una rete organizzativa dell’Opera per l’assistenza ai profughi giuliani e dalmati. I primi gruppi giunsero nella città dello Stretto nell’agosto del 1948.


Domenico Maria Ardizzone (Messina 1926), risiede a Roma.
Giornalista e documentarista con esperienze nella comunicazione e informazione stampata, radiofonica, televisiva e di agenzia. Formatosi giovanissimo nella Redazione messinese del Giornale di Sicilia sotto la guida del padre, Giuseppe Maria Ardizzone, ha esordito nel 1946. Collaboratore free lance di vari quotidiani, delle agenzie Italia, Reuter, The Associated Press e di uffici stampa, è stato co-autore del Cinegiornale Sicilia e di cine-documentari sulla ricostruzione per conto del Ministero dei lavori pubblici. Dal 1958 al 1962 ha curato un ciclo di esposizioni della Mostra Messina Turistica in vari paesi europei. Cronista della Gazzetta del Sud, poi della Tribuna del Mezzogiorno è passato nel 1965 alla Rai-Radiotelevisione Italiana (sede regionale di Palermo) e nel 1976 alla Redazione centrale di Roma per la nascita del GR3. Ha ricoperto incarichi dirigenziali e curato rubriche e inchieste di attualità culturale e internazionale fino al 1993. Ha firmato per oltre un decennio il quotidiano “Succede in Europa” e - in collaborazione con la BBC e la DLF - le rubriche settimanali “Europa”, “Quadrante Internazionale” e “Press House”, rassegna radiofonica della stampa estera, prima del genere in Italia.

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