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Lavoratori migranti: la calda estate in Puglia

Alla ricerca dell’inedito, quando in realtà dovrebbe essere la norma

di Luca Cricenti


:: Sociale

Mar 05 Settembre 2017 - 22:50


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Nardò (Lecce) – Nardò è una piccola città del leccese nota a livello nazionale per la risonanza mediatica ricevuta con il primo grande “sciopero” dei migranti contro il lavoro nero e quindi il caporalato del 2011. Tale sciopero ebbe inizio su una strada che collega Lecce a Nardò, nei pressi della Masseria Boncuri, punto di riferimento per i migranti lavoratori stagionali oggi come allora. Infatti, fino al 2010 i migranti impegnati principalmente nel lavoro di raccolta dei pomodori risiedevano in un ghetto autogestito di fronte alla masseria abbandonata e in disuso da anni. Attraverso le pressioni di varie associazioni e ONLUS, tra cui le ormai dismesse Finis Terrae e Brigata di Solidarietà Attiva e la più recente “Diritti a Sud”, i migranti hanno potuto accedere regolarmente nella masseria (ristrutturata in parte dal Comune di Nardò). Il grande esodo si è verificato nel novembre 2015, quando le temperature rigide miste alle precarie condizioni igieniche del ghetto hanno costretto il Comune a riconoscere la necessità dell’occupazione della masseria da parte dei lavoratori residenti, con il conseguente affidamento della gestione e della sorveglianza della stessa a “Diritti a Sud”, promotrice del trasferimento. L’associazione in questione ha svolto attività di sorveglianza H24 e ha continuato a fornire assistenza tecnica e psicologica, come d’altronde ha fatto negli ultimi anni (dal 2014 come associazione e dal 2009 autonomamente attraverso i suoi singoli membri). L’accordo con le istituzioni locali prevedeva finanziamenti per un totale di 1.000 € al mese per l’attività di sorveglianza. Nell’anno di riferimento Diritti a Sud ha investito circa 10.000 €, ma solo 4.000 € sono stati rilasciati dal Comune. “Come Diritti a Sud abbiamo inviato numerose denunce, ma le istituzioni non hanno risposto adeguatamente”, dichiara Angelo Cleopazzo, vicepresidente dell’associazione, “Diritti a Sud ha quindi voluto rompere (contratto sciolto nel giugno 2016, ndr) anche per lanciare un messaggio mediatico.” Non c’erano infatti le condizioni minime per continuare, perché “l’unico pensiero delle istituzioni era quello di risparmiare.” Quando nel novembre 2015 era stata proposta a “Diritti a Sud” la gestione della masseria, i ragazzi hanno “accettato la sfida per un dovere di restituzione storico sociale”, come riscatto dal colonialismo, ritenuto una delle principali cause delle migrazioni odierne da Cleopazzo. Subito dopo la chiusura dei rapporti con le istituzioni locali, la masseria Boncuri è stata aggiudicata a una cooperativa creata ad hoc per questa attività, attraverso un affidamento diretto (ottenuto grazie a una delibera emergenziale) e con una composizione che lascia alcuni dubbi sulla genuinità della stessa (delle fonti rivelano la presenza di parenti stretti del Sindaco di Nardò all’interno della stessa). Tralasciando queste indicazioni tecniche, il controllo effettuato dalla nuova cooperativa non è H24 e le condizioni igieniche della struttura sono peggiorate drasticamente.

Per quanto riguarda la composizione del gruppo di migranti lavoratori all’interno della masseria, essi hanno “principalmente origine africana”, continua Angelo, “e vengono dal Sudan e dalla Tunisia.” Nel periodo della stagione lavorativa circa il 99% è regolare (con permesso di soggiorno per motivi di lavoro o motivi umanitari), il tutto grazie anche all’opera dell’associazione in questione: “abbiamo inaugurato un modo di fare accoglienza innovativo. La masseria non è un posto di raccolta come gli odierni SPRAR e CARA. Noi gestivamo la struttura aiutando le persone a regolarizzare la loro posizione giuridica e lavorativa, senza tener conto del loro status di clandestini o richiedenti asilo” sottolinea Cleopazzo. Ma la situazione è ancora difficoltosa. Sebbene con il processo “Sabr” (famoso per le prime condanne contro caporali e imprenditori proprio nella zona) si sia assistito a una diminuzione dei lavoratori migranti sfruttati (si consideri che negli scorsi anni nel terreno circostante la masseria venivano ospitati fino a 1.000 persone, mentre oggi appena 300) grazie anche all’aumento delle indagini contro il fenomeno del caporalato, la situazione di crisi è rimasta la stessa, se non peggiorata. Il camion di Emergency “non viene più da 4-5 anni, perché il minivan finanziato da Vendola (l’allora Presidente della Regione Puglia, ndr) con Emiliano (il nuovo governatore, ndr) non è stato più finanziato”, prosegue Angelo. Inoltre i centri per l’impiego non svolgono appieno la loro attività di intermediazione del lavoro. Essi ricevono richieste e registrazioni, ma poi non contattano i richiedenti, perché “i modi di reclutamento sono altri”. In questa situazione chi controlla la regolarità del lavoro? La FLAI CGIL ne avrebbe il compito. Sono state stilate delle liste di prenotazione al lavoro, ma finora si sono rivelate “inefficaci, solo manovre pubblicitarie, senza instaurare una reale collaborazione e rapporti di fiducia con i lavoratori. Per 5 volte sono venuti al campo (durante il periodo estivo, ndr) a lasciare gadget e controllare alcuni contratti” e nel momento in cui hanno effettuato dei controlli sui campi per rilevare situazioni di sfruttamento lavorativo, li hanno “sbandierati e pubblicizzati il giorno prima.” Neanche l’ispettorato del lavoro effettua controlli e la gravità di tutto ciò risiede nel fatto che le aziende di trasformazione e raccolta del territorio circostante sono le stesse condannate in primo grado nella sentenza Sabr. Le nuove manovre per ovviare a tali situazioni di sfruttamento come il certificato di filiera di qualità non hanno cambiato le cose. Come riferisce Cleopazzo “i lavoratori dichiarano che il lavoro è rimasto lo stesso. Ma l’africano costa meno non solo nell’agricoltura,” bisogna infatti considerare anche il lavoro sommerso nei parcheggi e nei grandi magazzini. “C’è una concezione delle persone africane di totale inferiorità umana”, prosegue con fermezza Angelo. A riprova di ciò si consideri che per questa torrida estate il governo di Nardò aveva previsto l’istituzione di luoghi di rifugio nel territorio della masseria. Il Ministero dell’Interno ha posto circa una ventina di tende a metà giugno. In concomitanza hanno avuto inizio i lavori per la istituzione di circa 300 container climatizzati (facenti parte del pacchetto emergenza Puglia da 1,4 mln), i quali terminati a fine luglio (il 27 luglio) sono stati inaugurati in pompa magna e ne è stato permesso l’accesso ai fruitori solo a fine agosto, a stagione ormai conclusa. Inoltre è previsto che gli stessi verranno dismessi il 30 settembre e probabilmente anche la masseria verrà sgomberata nello stesso periodo. “Non si capisce se lo Stato non vuole o non può affrontare queste situazioni” dichiara Angelo. Riguardo all’odierno fenomeno migratorio riconosce lucidamente che “la parola emergenza per queste situazioni non dovrebbe esistere. Il linguaggio emergenziale aiuta a non fare i dovuti passaggi legali e provoca affidamenti in maniera diretta senza troppi controlli.”

Nonostante non si occupi più della gestione della masseria Boncuri, “Diritti a Sud” continua ad operare sul territorio, in mezzo ai lavoratori migranti (di cui molti ne fanno parte come soci), fornendo la stessa assistenza tecnica e psicologica dal 2009. Inoltre sta avviando corsi di italiano per stranieri e quest’anno ha inaugurato, vincendo un progetto regionale, “Ogni Paese è Mondo”, un’iniziativa che prevede l’apertura di una scuola gratuita di lingue per stranieri e per chiunque altro voglia fruirne. Questo è un esempio di associazionismo, a tratti inedito, che si spera abbia col tempo la dovuta risonanza e diventi la norma a livello nazionale, per non dover più distinguere le persone tra noi e loro, cittadini e migranti.

 

 


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