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Uno studio approfondito della situazione in Nigeria e i relativi effetti sul nostro paese

EASO Working group on Nigeria 2017

“Perché fuggono in così tanti e vengono qui da noi?”

di Luca Cricenti


:: Sociale

Gio 29 Giugno 2017 - 14:26


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L’European Asylum Support Office (EASO) ha organizzato, al Marriot Conference Center di Roma, un working group tra i rappresentanti delle commissioni territoriali italiane sulle C.O.I. e, in particolare, sulla Nigeria. Prima di analizzare i contributi più significativi affrontati dai relatori durante questa conferenza di esperti, è bene chiarire alcune questioni di fondo. Cosa sono le C.O.I.? Per quale motivo un working group riservato esclusivamente allo studio di un unico paese? E, infine, per quale motivo proprio la Nigeria? Le C.O.I. (Country of Origin Information) sono dei rapporti concernenti informazioni sui paesi di origine dei richiedenti asilo, rilevanti per i giudici nel settore dell’analisi delle richieste di protezione internazionale. Ogni Stato dell’Unione Europea redige, attraverso un’istituzione ad hoc (per l’Italia l’unità C.O.I. presso la Commissione Nazionale per il Diritto di Asilo – Ministero dell’Interno), un rapporto inerente le questioni presentate dai giudici per i singoli casi concreti affrontati. In tal modo può essere raggiunto l’obiettivo, promosso da EASO, di trattare in modo uniforme i casi analoghi a livello europeo. Per questo motivo EASO organizza dei working group inerenti i singoli paesi d’origine dei flussi migratori sia a livello europeo che nazionale. Quest’ultimo punto è di importanza fondamentale poiché propedeutico al raggiungimento dello scopo principale di EASO. Inoltre, permette a un paese come l’Italia, in cui il sistema di riconoscimento della protezione internazionale è variegato e decentrato in 48 commissioni territoriali, di adottare approcci comuni e analizzare meglio questioni cruciali nell’attribuzione dello status di protezione al richiedente. La scelta di dedicare due intere giornate alla Nigeria (12-13 giugno 2017) risiede nella consapevolezza del ruolo estremamente rilevante di questo paese per l’Italia e delle complessità e diversità delle problematiche presenti sul territorio. La Nigeria è il primo paese di origine dei richiedenti asilo in Italia sin dal 2008 (fatti salvi il 2010 e il 2012). Circa il 20% del totale delle domande di protezione internazionale provengono da cittadini nigeriani. Di queste il 69% vengono rigettate in prima istanza, al 25% è riconosciuta una protezione umanitaria, al 2% quella sussidiaria e solo al 4% lo status di rifugiato. Nei primi sei mesi del 2017 si è inoltre costatato un aumento significativo dei flussi in entrata da questo paese con 13.253 domande di protezione presentate, rispetto alle 6.866 dello stesso periodo nel 2016. Questi dati evidenziano l’importanza di uno studio approfondito della Nigeria nel contesto italiano di riferimento, per comprendere al meglio ragioni del fenomeno e metodi di analisi in sede di commissione territoriale. Il Prefetto Angelo Trovato, Presidente della Commissione Nazionale per il Diritto di Asilo, ha espresso grande soddisfazione per l’organizzazione di questo working group, poiché mette alla luce i risultati raggiunti attraverso l’utilizzo dello strumento C.O.I. come base per la costruzione di un percorso europeo di cooperazione. Infatti, il principio del mutuo riconoscimento, fondamenta del sistema Europa, “è realizzabile se sono resi omogenei i parametri e le decisioni delle procedure di asilo”, sottolinea il Prefetto. Il Capo Dipartimento EASO a Malta, Patricia Van Der Peer, ha analizzato le statistiche dei flussi migratori provenienti dalla Nigeria a livello europeo, riscontrando un interessante picco negli ultimi 2 anni (49.000 ingressi circa) e un aumento incisivo nelle stagioni autunnali ed estive. Il primo paese di destinazione è l’Italia (58%, principalmente uomini giovani), seguita da Germania (22%, in gran parte minori non accompagnati), Francia e Regno Unito (4%). Tale riscontro è stato ripreso da Anna Giustiniani, IOM Italy Project Manager, sottolineando come l’Italia sia il “main intended destination country” (il primo paese di destinazione voluto) per i nigeriani. Le ragioni risiedono in motivi socio-economici, come PIL basso, alta disoccupazione e la particolarità dell’essere una delle economie più veloci al mondo; e in fattori politici, quali la violenza intra-etnica, gli sfollati causati da Boko Haram e dalla guerra in Biafra. Inoltre, un ruolo fondamentale lo gioca la scarsa conoscenza riguardo l’esistenza di leggi sull’immigrazione, in un’area di movimento libero come l’ECOWAS, dove si tende ad evitare le frontiere “porose” nella generalità dei casi. La dott.ssa Van Der Peer ha infine espresso giudizi favorevoli verso gli accordi di riammissione UE-Nigeria (in fase di negoziazione) e la “UE-IOM joint initiative” in territorio africano. Il dott. Stephane Jaquemet, rappresentante regionale UNHCR per il Sud Europa, pur riconoscendo l’indubbia complessità dei casi nigeriani, ha mostrato al pubblico un elenco delle principali problematiche presenti nel territorio che richiedono una protezione per i richiedenti asilo. La situazione nel Nord-Est del paese è sicuramente la più drammatica con l’epicentro delle violenze di Boko Haram nello stato di Borno. Anche se vi sono stati ultimamente meno conflitti, risultano persistere delle problematiche evidenti, tra cui: violazione del diritto umanitario da parte delle forze governative e di Boko Haram; asimmetria nel warfare; gravi abusi dei diritti umani (soprattutto bambini bomba e schiavitù sessuale) commessi anche dalle milizie governative e paramilitari. Di non secondaria importanza la situazione del “Delta del Niger”, area di produzione del petrolio in cui sono presenti terribili ineguaglianze e una seria mancanza di beni primari per la popolazione. Seguono poi in questa speciale classifica la crisi nel Biafra e del relativo movimento indipendentista; la condizione di persecuzione delle minoranze religiose (prima fra tutte la “Shia”); e la situazione degli omosessuali, in un paese dove è presente la normativa più omofobica dell’Africa (seconda solo all’Uganda). I lavori sono quindi proseguiti attraverso studi analitici di professionisti per ogni singola problematica. Il Presidente della commissione territoriale di Milano, Luisa Inversini, ha analizzato il concetto di “conflitto armato” contenuto nella direttiva UE c.d. “qualifiche” in rapporto alle violenze presenti nel nord est del paese. Sono state espresse cifre significative riguardo il rischio generale per la popolazione nigeriana più vulnerabile nell’area in esame, con più di 2.000 donne rapite e circa 2410 scuole chiuse nel periodo 2009-2015. Purtuttavia, il Presidente ha evidenziato come “non sembra essere più Boko Haram la prima fonte di uccisioni di civili in Nigeria, bensì altri gruppi armati organizzati che sfruttano la minor difesa del governo nelle zone non Boko Haram”. Infatti tra gli attacchi di abigeato e le uccisioni condotte dai pastori “fulani” (fenomeni non direttamente correlati), le vittime civili si aggirano intorno al 44% del totale. L’auspicio finale è stato indirizzato verso l’adozione di un approccio diverso nei confronti della definizione di conflitto armato, in modo che con essa possano ricomprendersi le situazioni in cui un gruppo armato si scontra con le popolazioni civili. Megan Turnball, ricercatrice allo Skidmore College, ha invece analizzato la situazione nel Delta del Niger e nel Sud Est del paese. Quanto alla prima ha esposto una rassegna di gruppi armati che si sono susseguiti nel tempo a seconda delle correnti politiche vincitrici, criticando duramente l’approccio lascivo dei leader, soprattutto sotto il profilo della concessione di amnistie generali nel 2009. Esse sono state un modo per arricchire i grandi poteri instauratisi nella regione e per aumentare il numero di violenze, anche in vista delle elezioni del 2013. Questi gruppi armati hanno dunque cambiato ruolo, passando da nemici del paese a mercenari sotto contratto del Niger State, ai fini dell’ottenimento di ingenti guadagni sul petrolio. Esaminando la situazione del Sud Est, quindi del Biafra, la dott.ssa Turnball ha espresso preoccupazione per gli effetti a lungo termine della guerra civile del 1967-1970. Sono infatti 1.200.000 i morti, di cui la maggior parte per fame, mentre il governo esprime sì la volontà di ricostruire, ma con un approccio neutrale in cui non esistono vinti o vincitori. Inoltre, il Biafra è attraversato da movimenti indipendentisti non violenti che protestano per le recenti elezioni del 2015 e i soprusi subiti dai loro esponenti. Tali movimenti vengono repressi nel sangue da gruppi armati finanziati dal governo per mantenere lo status quo delle cose, con ovvie ripercussioni sui diritti umani della popolazione. L’avv. Stella Amadi Odiase, International Federation of Women Lawyers, ha aperto la sua relazione con un pensiero molto significativo sulle divisioni tra cittadini del Nord e del Sud della Nigeria, spesso considerate come unico parametro di riferimento per la concessione della protezione internazionale. Esse infatti non sono sempre “black or white”, le persone originarie di un luogo possono spostarsi e ogni stato ha le sue problematiche particolari. L’avv. Odiase è entrata quindi nel pieno del discorso elencando alcune problematiche del Nord Est del paese tra cui: 14.800.000 persone in situazione di crisi (non tutte necessariamente originarie della zona, molti possono esservi emigrati); 242.000 minori in condizione di malnutrizione acuta; matrimoni forzati per minori; pratiche di violenza come l’infibulazione ancora presenti nonostante le normative anti-FGV; livelli preoccupanti di povertà femminile, contraddistinta da poche opportunità lavorative e scarsa rappresentanza politica e sociale. In conclusione, in qualità di esperta e cittadina nigeriana, ha risposto a diverse domande tecniche dei funzionari delle commissioni territoriali. Altro argomento di forte interesse è stato il rimpatrio e le ricadute possibili sul migrante. Infatti è stato messo in evidenza il c.d. “certificate of Indigenship”, documento rilasciato dalle amministrazioni locali di governo indicante la provenienza e soprattutto la appartenenza di un soggetto a un determinato gruppo indigeno. Fermo restando la mancanza di una base giuridica, e quindi l’elevata discrezionalità da parte delle autorità preposte al rilascio, tale documento apre la porta a numerosi benefici e servizi (istruzione, passaporti, lavori governativi, diritti politici, servizio civile e militare) e provoca di conseguenza situazioni potenzialmente discriminatorie per coloni o comunque soggetti che non possono dimostrare la loro “indigenità”. Per il rimpatrio dei migranti, sarà quindi necessario valutare caso per caso i diritti a cui avranno concretamente accesso e la realtà che dovranno affrontare, le possibilità di integrazione e l’uguale trattamento rispetto ai cittadini dell’area di rimpatrio. Gli ultimi due interventi hanno analizzato situazioni molto particolari, affrontate con atteggiamenti spesso distaccati: la tratta di donne e la condizione dei LGBT (lesbiche, gay, bisessuali, transessuali). Quanto al primo punto, Valeria Galanti, delegata dell’Ufficio del coordinatore Anti-tratta dell’UE, ha preso di petto i maggiori problemi: una cultura dell’impunità in molti paesi e una realtà impressionante in cui il 50% delle donne e delle bambine nigeriane è vittima di tratta. Sine Plambech, antropologa dell’Istituto Danese di Studi Internazionali, ha poi focalizzato tale discorso sulla tratta a scopo di sfruttamento sessuale delle donne di EDO State (uno stato federale nigeriano). A livello storico, le prime migrazioni hanno avuto inizio negli anni ’80 a causa della grande presenza di italiani sul territorio. Infatti, i “turisti” nostrani in quel periodo invitavano le famiglie delle donne nigeriane in Italia, per poi coinvolgerle nell’industria del sesso. Oggi si assiste a un cambiamento delle dinamiche di reclutamento delle donne trafficate. La dott.ssa Plambech sottolinea come il “gruppo principale di reclutatori siano le donne”, le c.d. Madams. Esse sono donne già trafficate o rimpatriate che ottengono degli sconti su viaggi o sul proprio debito trafficando altre donne. Inoltre agiscono come sfruttatori e facilitatori allo stesso tempo e non ricevono denunce dalle loro vittime per l’esistenza di una relazione personale con quest’ultime e soprattutto per la paura che trasmettono attraverso la loro figura di rappresentanti religiosi. “Il ruolo del Juju (una delle più importanti religioni indigene della zona, ndr) nelle migrazioni non deve essere sottovalutato” insiste la Plambech, poiché esso oltre a “impedire la rivelazione di notizie sulle madams”, provoca spesso la morte delle persone che tradiscono il giuramento legato ad essa (principalmente a causa dei livelli di angoscia raggiunti con la violazione della Juju). Purtroppo la tratta è spesso il metodo di viaggio preferito proprio dalle vittime perché meglio organizzato dato il minor rischio di morire in mare, la maggior protezione e la mancanza di considerazione riguardo il fattore sfruttamento, e meno costoso, poiché sono previsti, per esempio, degli sconti per i migranti più giovani. La condizione delle persone LGBT in Nigeria descritta da Olumide Femi Makanjuola, direttore esescutivo TIER - iniziativa per le pari opportunità, è critica e raggiunge livelli di discriminazione insostenibili. Nel 2014 è stata introdotta una legge contro i matrimoni dello stesso sesso che criminalizza le organizzazioni pro-LGBT e gli incontri tra persone dello stesso sesso all’interno di società e club. Inoltre, è ancora in vigore una normativa repressiva della sodomia, retaggio delle leggi coloniali britanniche. Il tutto provoca gli abusi delle forze di polizia, che possono arrestare anche per il solo sospetto di “devianza” sessuale di una persona e ricattarle economicamente, e la pubblicità a favore di arresti e violenze contro i LGBT, visti come risultati estremamente positivi. Per quanto riguarda i richiedenti asilo, l’avv. Makanjoula riconosce la difficoltà di verificare l’inclinazione sessuale di un soggetto e il rischio effettivo che egli può subire, poiché non esistono prove estetiche o comportamentali decisive. Chi verifica deve quindi “fidarsi, salvo vi siano prove totalmente contrarie”. In conclusione, questo working group promosso da EASO è stata un’iniziativa che ha espresso forti criticità della complessa situazione nigeriana e di determinati approcci delle commissioni territoriali riguardo i richiedenti asilo nigeriani, spesso determinati da forti pregiudizi di fondo. Sarà utile per il futuro proseguire su questa linea, aumentando le competenze dei funzionari italiani e attuando politiche di informazione per la popolazione italiana. Ciò affinché la discriminazione non sia eliminata solo all’interno delle mura degli uffici statali, ma anche nella nostra cultura attraverso una maggior consapevolezza della condizione di chi giunge a “casa nostra” in cerca di aiuto.

Ultima modifica Gio 29 Giu 2017 - 14:27


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