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Libri: Corrado Stajano “Destini - Testimonianze di un mondo perduto” (Ed. Archinto, Milano 2014)

In un capitolo dedicato alla memoria di Vincenzo Consolo, racconta di averlo conosciuto al “Premio Zafferana-Brancati” nell’autunno del 1968 - Le edizioni numerate del “Sorriso dell’ignoto marinaio”

Recensione di Sergio Spadaro, scrittore e saggista.


:: Cultura Arte Spettacolo

Dom 11 Gennaio 2015 - 12:09


Immagine Principale

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Immagine della copertina: Il sorriso dell’ignoto marinaio
2°Immagine Michele Spadaro “Marina a Tindari”olio su tela 1972.

Non tutti sanno delle pubblicazioni di Vincenzo Consolo in edizione numerata. Della principale,
i primi due capitoli de Il sorriso dell’ignoto marinaio in 150 esemplari, su carta Magnani di Pescia e con una incisione di Renato Guttuso firmata dall’artista, stampati nell’autunno del 1975 da Gaetano Manusé di Milano, parla ora Corrado Stajano in Destini - Testimonianze di un mondo perduto (Archinto, MI, 2014), in un apposito capitolo dedicato all’amico scomparso, dal titolo L’amico della lava nera. Stajano dice di aver conosciuto Consolo nell’autunno del ’68 al premio “Zafferana-Brancati”, dove fra l’altro c’erano Moravia, Sciascia e Lucio Piccolo (che, “con una frangetta sulla fronte, […] faceva pensare a un Beatle invecchiato”). E, parafrasando Dante (Purgatorio, III, 107), afferma che “Vincenzo Consolo era minuto, biondo e di gentile aspetto”.
Manusé era un siciliano che “aveva impiantato una bancarella di ferro verde dietro l’abside della chiesa di San Fedele, a due passi dalla Scala. Intelligente, furbo, con un amore quasi ossessivo per i
libri, aveva avuto già allora clienti illustri”. Da lui si era recata Caterina, la moglie di Consolo, per cercare un libro sul Settecento messinese, alla quale, dopo la positiva ricerca del libro, Manusé chiese “se suo marito aveva qualche scritto nel cassetto. ‘Sì’, disse Caterina, ‘due capitoli di un romanzo che non vuole finire’. Manusé mise in moto la sua immaginazione. Con finta ingenuità chiese a Consolo i due capitoli, chiese a Renato Guttuso un’acquaforte per illustrarli ed esaudì il sogno della vita, diventare editore”. Stajano conclude poi: “il 30 novembre 1975 scrissi un articolo sul ‘Giorno’: Due siciliani pazzi per un libro unico”; l’articolo ebbe risonanza e si fecero vivi la Rizzoli ed Einaudi. E fu quest’ultima editrice che Consolo scelse: il libro, com’è noto, uscì il 15 maggio 1976.

Prima di precisare e integrare quanto afferma Stajano, conviene riportare quello che di Manusé dice lo stesso Consolo, nel capitolo L’arabo di Milano (Esercizi di cronaca, Sellerio, PA, 2013) del 3 febbraio 1969. “A pochi metri dal palazzo Marino, precisamente da ‘quella cantonata verso San Fedele’, di fronte alla stanza nella quale nacque nel dicembre del 1575 Mariannina De Leyva Marino, quella che sarà la Monaca di Monza; a ridosso dell’abside di San Fedele, all’incrocio di via Case Rotte con via Catena; tra piazza della Scala, piazza Belgioioso e piazza Meda, c’è una bancarella di libri. Il bancarellista si chiama Manusé. E’ giunto a Milano, vent’anni fa, da Valguarnera Caropepe. Manusé è arabo, nel nome, nell’aspetto e nell’intelligenza”.

Consolo cita alcuni degli illustri clienti di questo procacciatore di libri rari. Come la Vita di Vittorio Alfieri, acquistata da Bruno Pincherle, uno dei maggiori studiosi italiani di Stendhal, del quale il libro recava delle postille autografe (Pincherle aveva poi scritto un articolo sul “Corriere” dicendo della strepitosa scoperta fatta). E via via la Callas, il presidente della Repubblica Luigi Einaudi, Riccardo Bacchelli, Eugenio Montale, Lamberto Vitali e - senza nominarlo - Carlo Bo (“quel critico famoso, rettore d’una piccola università, giudice fisso in tutti i premi letterari italiani”). Manusé, che a Valguarnera era nato nella casa accanto a Francesco Lanza, del quale gli raccontava alcuni dei Mimi più salaci, un giorno regalò a Consolo La sorte di Federico De Roberto in un’edizione del 1881.

Dalla data di questo ritratto si può vedere da quanto tempo risaliva la conoscenza che Consolo
aveva di Manusé.Ora,“l‘immaginazione” di Manusé non era artistica, ma commerciale. A lui
l’idea di pubblicare i due capitoli del Sorriso in edizione numerata era venuta quando lo stesso Consolo gli aveva regalato una certa plaquette: Marina a Tindari, che - con un commento critico di chi scrive - riportava un brano tratto dal primo capitolo di quello che sarebbe appunto diventato il Sorriso (da “Il sole raggiante” a “l’ala d’un uccello che trapassa”), recante la data di composizione (27 febbraio 1972), e stampato il 15 aprile 1972 presso il laboratorio d’arti grafiche del Cav. De Marchi Piero di Vercelli, con caratteri “bodoni ed etrusco” su carta Fabriano tirata a mano, in cento esemplari fuori commercio numerati progressivamente.

La plaquette fu per Consolo una sorpresa e fu letta all’inaugurazione di una personale pittorica di mio fratello Michele, tenuta alla Galleria Giovio di Como lo stesso 15 aprile di quell’anno. In questo fascicoletto chi scrive aveva riportato il testo di Consolo (lasciando però come premessa la descrizione della marina tindaritana che va da “Il sole raggiante” a “l’antica città che sopra vi giaceva”) con delle scansioni metriche e strofiche, secondo la musicalità e il ritmo che esso possedeva e che d’altronde caratterizza la sua opera più connotata in senso espressivo. Tanto che qualcuno avrebbe potuto prendere il testo, così spezzettato, come direttamente fatto dallo stesso Consolo (infatti, un articolo del quotidiano “Catania Sera” del 11 giugno 1982, scritto da Antonino Cremona, era poi stato intitolato “Consolo in versi”; in tale veste il testo fu poi integralmente riportato da Sergio Palumbo nel volumetto Poesia al Fondaco [Pungitopo, Patti, ‘92] come di “finora suo unico testo poetico”).

Inoltre, per i capitoli pubblicati da Manusé, non fu lui a chiedere a Renato Guttuso una stampa (che ricalca il ritratto di Antonello che si trova al Museo Mandralisca di Cefalù). Sapendo quanto fossero amici, Consolo lo chiese a Sciascia e fu quindi lo scrittore di Racalmuto a rivolgersi al pittore; anzi, non contento di una prima lastra (Sciascia era un amatore competente di stampe, nonché collezionista), gliela fece ripetere (Consolo si dovette recare più volte nei pressi di Varese, dove il pittore abitava). E fu questa seconda a illustrare la pubblicazione edita da Manusé.

Quanto poi all’affermazione su “un romanzo che non vuole finire”, è lo stesso Consolo a ricordare
che “dal ’68 al ’76 subii una sorta di blocco, non riuscii a scrivere” (intervista del 25 giugno 1993, a
Roma, pubblicata da Donzelli col titolo Fuga dall’Etna, 1993, p. 35). Non era una questione di vo- lontà, ma qualcosa di più insondabile e profondo nel sottosuolo della psiche individuale (e ne sa qualcosa chi gli era al fianco, o vicino, e costantemente lo stimolava in vari modi). Comunque tale “silenzio” non fu assoluto, perché su “Nuovi Argomenti” n° 15 del luglio-settembre 1969 era
comparsa una prima versione del primo capitolo del futuro Sorriso (con molte varianti rispetto alla versione finale). E’ degno di nota che, sulla rivista, l’abbozzo del primo capitolo era uscito con questa dedica: “In ricordo del cavaliere Lucio Piccolo di Calanovella, autore dei Canti barocchi” (Piccolo era scomparso il 26 maggio di quell’anno).

Consolo aveva mandato il capitolo dapprima a “Paragone”, diretta da Roberto Longhi, ma nessuno allora gli rispose. Come racconta poi in Fuga dall’Etna (cit., pp. 37/38): “Nel ’69 venne a Milano Longhi per presentare la ristampa del suo Me pinxit e quesiti caravaggeschi. Lo avvicinai. ‘Mi chiamo Consolo’ gli dissi ‘ho mandato un racconto a Paragone’. Mi guardò con severità, mi rispose: ‘Sì, sì, mi ricordo benissimo. Non discuto il valore letterario, però questa storia del ritratto di Antonello che rappresenta un marinaio deve finire’. Longhi, nel suo saggio (Trittico siciliano, 1953),
polemizzava con la tradizione popolare che chiamava il ritratto del Museo di Cefalù ‘dell’ignoto
marinaio’, sostenendo, giustamente, che Antonello, come gli altri pittori allora, non faceva quadri di genere, ma su commissione, e si faceva ben pagare. Un marinaio mai avrebbe potuto pagare Antonello. Quello effigiato lì era un ricco, un signore. Lo sapevo, naturalmente, ma avevo voluto fargli ‘leggere’ il quadro non in chiave scientifica, ma letteraria. Mandai quindi il racconto a Siciliano, che lo pubblicò su ‘Nuovi Argomenti’”.

(8 gennaio 2015) SERGIO SPADARO


Sergio Spadaro, saggista, scrittore e poeta di cultura umanistica e scientifica. Nato sulla costa jonica messinese, dopo la laurea è vissuto dapprima in Sicilia e dal 1968 al Nord (Piemonte). Risiede a Milano dalla fine del 1997. Collabora con interventi critici su varie riviste letterarie. Ha pubblicato: con le Edizioni del Leone (Spinea-VE) “Nel rogo” (1987), “Sotto lo stesso cielo” (1991) e “Sàvoca”; con le Edizioni Tracce (Pescara) “La Kore d’Hipponion e altri poemetti” (1994); con Galli Thierry Stampa (Milano) “Onda mediterranea” (2000); con Ismeca Editrice - Bologna (2010) “Piccolo cabotaggio” Selezione di saggi e recensioni letterarie (1978-2008); con le edizioni ACR dell’Associazione Christian Hess ha pubblicato il saggio “Espressionismo Siciliano” (2011); con Ismeca Editrice (Bologna 2014) “Lontananze e risacche” Saggi e recensioni letterarie (2005-2013) e in appendice introduzione e versione de “Il Cimitero marino” di Paul Valery, con un disegno di Michele Spadaro pittore lirico scomparso nel dicembre 2011.


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