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Il viaggio di Mamadou. Cosa si prova a fuggire a 16 anni da soli?

Ce lo ha raccontato Mamadou, un minore straniero non accompagnato, oggi assistito in Italia da INTERSOS in un #luogoprotetto. La traversata è alle spalle, ma gli restano sul corpo le cicatrici delle torture


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Sab 01 Aprile 2017 - 00:30


Immagine Principale

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Mali, Nigeria, Libia e infine l’Italia. A soli 16 anni Mamadou ha già un lungo viaggio alle spalle. Un tragitto di oltre 7.000 km, attraverso le città di Mopti, Lagos, Sabha, Tripoli e Palermo. Un viaggio, lungo quattro anni, iniziato nel 2013 quando Mamadou fugge dalla povertà di Mopti, una città nel centro del Mali, in cerca di un lavoro. Fino al 2015 Lagos diventa la sua casa. Qui impara l’inglese e si guadagna da vivere con un carretto di gelati che porta in giro per la città, ma in Nigeria la vita non è facile e nel 2015 decide di spostarsi in Libia.

Ho scelto la Libia perché sapevo di poter raggiungere l’Italia da lì, l’ho visto in televisione. So che molti muoiono in mare, ma ho corso il rischio per una vita migliore”.

Non è l’unico rischio a cui è andato incontro. Al suo ingresso in Libia è stato preso dai banditi e chiuso in una casa isolata e serrata, senza vie di fuga, una prigione per moltissimi ragazzi come lui.

Si fingono poliziotti, ti puntano l’arma e cercano di capire se hai soldi o no per chiedere un riscatto alla tua famiglia. Nella casa ci picchiavano con tubi di plastica, ci calpestavano e calciavano fino a farci perdere i sensi. Io sono stato fortunato, credevano fossi morto e mi hanno gettato per strada”.

Ma la sua fortuna più grande è stata incontrare Sidiki, un anziano guineano che l’ha trovato mentre tornava a casa dal lavoro e l’ha portato con sé.

Mi ha restituito fiducia nell’umanità. Dopo tanta sofferenza finalmente qualcuno si è preso cura di me senza volere nulla in cambio. Gli devo la mia vita”.

Per 6 mesi Mamadou ha avuto una nuova famiglia, che lo ha curato e custodito al sicuro, che gli ha dato affetto e stabilità. Sidiki e sua moglie, una donna libica, hanno medicato le ferite delle torture comprando le medicine in farmacia e non l’hanno mai portato in ospedale: le conseguenze per la clandestinità sarebbero state negative per entrambi.

Sidiki gli ha anche trovato un lavoro, che però non è durato a lungo. Il viaggio doveva continuare. E così da Sabha è la volta di Tripoli, in attesa dell’imbarco per l’Italia.

1500 dinar per un sogno, quello di poter vivere in un Paese libero, sicuro, lontano dai pericoli e dalla povertà dell’Africa. Tanto chiedono gli scafisti libici per attraversare il Mediterraneo.

La traversata è stata difficile: ci siamo persi e la navigazione è durata più a lungo del previsto. Il gommone per fortuna non e` affondato e ci siamo salvati tutti, eravamo in 125”.

Finalmente la Sicilia, prima a Catania, poi a Palermo, nel centro di accoglienza per minori Casa Marconi: il suo viaggio è finito. Restano le cicatrici delle torture e gli effetti visibili e invisibili, resta il mal di stomaco da stress e i problemi fisici che i medici di Palermo stanno curando. È ancora difficile ambientarsi, ma la voglia di ricominciare è ciò che lo anima più di qualsiasi cosa. Non vede l’ora di iscriversi a scuola e di imparare l’italiano.

Il suo nuovo viaggio comincia qui.

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