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Tip-Tap sul mare, la danza che non piace al Salento

di Alessandra Caputo


:: Attualità

Gio 30 Marzo 2017 - 23:13


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Uliveto di San Basilio, località San Foca, comune di Melendugno, una delle più belle mete balneari della Puglia, recentemente però anche teatro di scontro fra le forze dell’ordine e gruppi di cittadini, comitati, sindaci e studenti che si oppongono alla realizzazione della TAP, un gasdotto che porterà il gas dall’Azerbaijan fino a noi.

 

Quando ho deciso di scrivere un articolo su questo argomento non pensavo sarebbe stato così difficile, da un lato infatti c’è l’amore per la mia terra d’origine che non necessita di troppe spiegazioni quando si tratta di difenderla e dall’altro c’è ovviamente la volontà di scrivere un articolo quanto più obiettivo possibile.

 

Ho iniziato così a chiedere aiuto ad amici e conoscenti direttamente e indirettamente coinvolti nella questione e per un momento mi sono quasi persa nella marea di dati e numeri con i quali spesso non vado molto d’accordo. Alla fine, assistita probabilmente dalla mia buona stella, ho ascoltato un’intervista su Radio Onda d’Urto fatta ad Alessandro Manuelli, ingegnere chimico e membro della commissione comunale di Melendugno sulla TAP.

 

Manuelli parla di un tratto di gasdotto di 58 km ma nella maggior parte delle informazioni che avevo raccolto si è sempre e solo parlato di un tratto lungo 8 km.

Per fugare ogni dubbio vado sul sito della società che si occuperà dei lavori e apprendo che la TAP (Trans Adriatic Pipeline)sarà lunga in tutto 878 km, di cui 550 chilometri in Grecia, 215 chilometri in Albania, 105 chilometri nell’Adriatico e 8 chilometri in Italia. Toccherà la massima altitudine a 1800 metri tra i rilievi albanesi e la massima profondità a 820 metri sotto il livello del mare.

 

Fin qui tutto chiaro, ma il gas non doveva venire dall’Azerbaijan?

E in effetti sempre sul sito della TAP c’è scritto che la stessa avrà origine nei pressi della città di Kipoi, al confine tra Grecia e Turchia e da là si collegherà alla più grande TANAP  (Trans Anatolian Pipeline). Poi prosegue “il tratto sottomarino inizierà in prossimità della città Albanese di Fier e attraverserà l’Adriatico per connettersi alla rete italiana di trasporto del gas in Salento” e inoltre che “non si garantisce che la rappresentazione e l'utilizzo di confini, nomi geografici e relativi dati riportati sulle mappe non siano privi di errori né che implichino approvazione ufficiale o di accettazione da parte della Trans Adriatic Pipeline (TAP)” e ancora che “TAP approderà in Salento, nel comune di Melendugno, in prossimità di San Foca. La condotta sottomarina attraverso le acque territoriali italiane misurerà circa 25 chilometri, mentre il tratto sulla terra ferma 8 chilometri. La scelta della localizzazione del punto di approdo e del tracciato a terra è stata fatta tra diverse alternative, al fine di individuare la più idonea sotto il profilo ambientale, sociale e della sicurezza. Si precisa che le cifre riportate sono indicative e potrebbero subire variazioni in corso d’opera”.

 

Ma tornando all’intervista all’ingegnere Manuelli spunta un altro dato interessante: la quantità di gas che il gasdotto è in grado di fornire è pari a 10 miliardi di metri cubi all’anno, espandibili a 20, ovvero circa un decimo di quello che viene importato dalla Russia, viene spontaneo chiedersi allora in che modo potrà aiutare sia l’Italia che l’Europa a diventare indipendenti sotto questo aspetto.

Ma c’è di più, l’Azerbaijan che dovrebbe quindi essere il principale fornitore di idrocarburi ha recentemente stretto un accordo con la Russia e l’Iran per l’approvvigionamento degli stessi idrocarburi, accordo al quale tra l’altro si è unita anche la Turchia, viene ancor più spontaneo chiedersi allora se alla fine il rifornimento di gas non proverrebbe comunque da giacimenti russi.

A conferma di ciò c’è anche un recente studio condotto dall’Università di Oxford proprio sui giacimenti in Azerbaijan, uno studio riportato anche dalla trasmissione Report e che ha sollevato seri dubbi sulla possibile portata di questi giacimenti, in poche parole c’è la probabilità che non ci sia abbastanza gas per riempire il gasdotto.

Ma torniamo all’uliveto di San Basilio, questa zona ha conosciuto un florido sviluppo grazie al turismo, in quanto rappresenta un vero e proprio gioiello naturale.

Ed è proprio qui che arriverà il gasdotto che occuperà un tratto di 8 chilometri sulla terraferma (oltre ai 25 sottomarini), ma sempre qui ne verrà costruito un altro di gasdotto, lungo 58 chilometri, di proprietà della società Snam e che collegherà il terminale di Melendugno con quello del comune di Brindisi, per poi collegarsi quindi alla rete nazionale. Si tratta dunque di industrializzare una zona a forte vocazione turistica con tutte le conseguenze che ne derivano.

 

Ma la questione più grave riguarda il danno ambientale e la sicurezza.

Perché a quanto pare il tratto di mare utilizzato, ovvero lo stretto di Otranto, raggiunge una profondità pari a circa 1000 metri e il gasdotto dovrebbe essere posto a una profondità di 800, questo vuol dire che il gasdotto stesso sarà sottoposto a stress, sia per la pressione dell’acqua soprastante, sia per le pendenze che deve superare e sia per le correnti che sono molto forti e che addirittura potrebbero danneggiarlo.

Una volta giunto poi sulle coste di Melendugno il gasdotto deve attraversare dei banchi coralligeni, gli unici esempi di coralli bianchi di tutto il basso Adriatico, una zona quindi altamente sensibile.

I lavori della multinazionale coinvolta, basandosi sulla cartografia ufficiale di questi luoghi,non hannotenuto conto della presenza della pianta Posidonia che ha un habitat protetto ma, una volta eseguite le analisi, si è scoperto invece che non solo c’era la Posidonia ma anche la Cymodocea nodosa che, come afferma la stessa Tap, ha un habitat protetto a livello comunitario, una chiara dimostrazione del forte impatto che quest’opera avrebbe sul mare.

 

Per superare le limitazioni dovute alle piante con habitat protetto la società ha deciso di costruire un microtunnel composto da conci di cemento di tre metri di diametro (per intenderci al suo interno potrebbe passarci una macchina) con un pozzo di spinta profondo 14x14 metri.

Questo pozzo di spinta avrà sede proprio nell’uliveto dell’inizio della nostra storia, alle spalle della spiaggia di San Basilio. Questo tunnel verrà scavato con una cosiddetta “talpa”, ovvero una trivella orizzontale non semovente. Il punto è che per uscire di 50 metri oltre la Cymodocea nodosa, così come imposto dal ministero, devono scavare un tunnel di 1600 metri, ma la tecnologia utilizzata invece ha un limite in lunghezza di circa 800. Si tratta di una vera e propria scommessa all’interno di un ambiente delicato e sensibile. Infine bisogna sottolineare come la proposta del microtunnel sia stata avanzata senza aver prima fatto le analisi geologiche e idrogeologiche, certi del fatto che prima o poi si sarebbe incontrata la roccia che avrebbe reso stabile tutto il lavoro. Ma adesso che invece le analisi sono state fatte, con carotaggi fino a 45 metri di profondità sotto la superficie terrestre, si è scoperto invece che c’è solo acqua e sabbia.

 

Per concludere, usando le parole di Manuelli: abbiamo un gasdotto di prima categoria attraverso il quale transiteranno oltre un milione di metri cubi l’ora di gas ad alta pressione, un gasdotto inserito a sua volta in un tunnel di cemento armato, quindi con un certo peso, con pareti spesse circa 30 cm e con un pozzo di spinta, anche lui con il suo peso, il tutto poggiato su sabbia e acqua!

Non c’è bisogno di avere una laurea in ingegneria per capire che questo progetto è non solo devastante ma anche pericoloso, passando sotto una delle spiagge più frequentate del Salento, milioni di metri cubi di gas che viaggiano in un sistema precario mentre sopra la gente prende il sole.

 

Ma purtroppo non è finita qui. Gli 8 km di cui parlavamo prima ledono invece la falda acquifera superficiale, interessando in particolare la palude di Cassano, una zona di interesse regionale che per colpa di questo microtunnel rischia di essere svuotata o salinizzata perché mette l’acqua della palude in contatto diretto con quella del mare.

Ma adesso arriviamo alla zona dove il gas riceverà una prima depressurizzazione in modo tale da portarlo da alta a media pressione e poterlo così immettere nella rete Slam, stiamo parlando di ben 12 ettari di impianto industriale in aperta campagna.

In questo punto finale del gasdotto sono presenti una caldaia da 2MW elettrica e due caldaie termiche da 3,5 MW termici ciascuna, che bruceranno parte dello stesso gas.

In queste due caldaie nelle 160 ore di funzionamento dichiarate da Tap verranno emessi svariate migliaia di tonnellate di inquinanti come polveri sottili, ossidi di azoto, ossidi di zolfo, anidride carbonica, forti emissioni in una zona che fino ad ora ne aveva poche.

Un altro aspetto da sottolineare è il fatto che questi gasdotti inoltre perdono metano quindi si hanno ulteriori emissioni in atmosfera di gas serra, il quale sui cento anni ha un effetto 21 volte superiore rispetto all’anidride carbonica.

Insomma un problema di inquinamento ambientale non indifferente in una terra già martoriata dall’Ilva e dal petrolchimico che hanno fatto svettare Taranto e Brindisi ai primi posti fra le città italiane con il più alto tasso di tumori.

E se c’era qualcosa che era rimasto da salvaguardare, quel qualcosa era proprio la costa salentina.

Dunque la rabbia di quanti hanno protestato in questi giorni non riguarda esclusivamente l’espianto degli ulivi in sé per sé che pure sono un’immagine difficile da mandare giù, trattandosi di piante secolari e nonostante tutte le rassicurazioni sul fatto che soffriranno il meno possibile, ma riguarda il rischio relativo alla sicurezza, quello ambientale e il danno economico.

Riguarda il fatto che lo Stato ha preferito agire con la forza, caricando i manifestanti piuttosto che ascoltare le loro ragioni. Riguarda il fatto che l’unica autorità deputata a vigilare la prescrizione A44, quella appunto che riguarda l’espianto degli ulivi, era la Regione Puglia con il coinvolgimento dell’ente Arpa e del comune di Melendugno, autorità che non si è mai espressa a favore.

Per non parlare del fatto che l’autorizzazione per procedere con il microtunnel ancora non c’è.

 

Si potrebbero sollevare altre questioni come la riduzione del consumo del gas negli ultimi dieci anni in Italia come nel resto d’Europa, il fatto che le energie rinnovabili hanno comunque eroso una fetta di mercato delle fonti fossili oppure degli esempi di rigassificatori che abbiamo nel nostro paese, presentati come opere strategiche e che invece si sono rivelati un costo per l’intera comunità. 

Oltre ai danni di cui abbiamo parlato prima non solo c’è anche il rischio che questo gasdotto non abbia gas a sufficienza, non solo che pur avendolo non riuscirebbe a piazzarlo sul mercato, ma anche che la collettività dovrebbe accollarsi i costi dei mancati guadagni mentre società private rinsaldano i loro bilanci grazie ai fondi europei.

Oltre al danno pure la beffa.

 

Le questioni esposte fino ad ora, per le quali ringrazio ancora l’ingegnere Manuelli, non hanno la pretesa di essere esaustive, ma se avete avuto la pazienza di leggere fino alla fine spero che almeno qualche dubbio siano riuscite a sollevarlo.


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