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D’Arrigo, Guttuso e i miti dello Stretto

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Recensione di Sergio Spadaro


:: Cultura Arte Spettacolo

Lun 07 Novembre 2016 - 20:30


Immagine Principale



  Immagine: Stefano D'Arrigo e Renato Guttuso

 

   Di Sergio Palumbo, noto giornalista e scrittore messinese, è uscito il libro D’Arrigo, Guttuso e i miti dello Stretto (Le Farfalle, Valverde [CT], 2016), una raccolta di saggi e articoli nella quale l’autore, oltre a far leva sui rapporti fra Stefano D’Arrigo e Renato Guttuso, si sofferma su Messina e lo Stretto come scaturigine di miti e leggende. L’occasione di riunire i vari testi è nata – dice in nota l’autore – durante un convegno su Stefano D’Arrigo, svoltosi all’Università di Messina il 16 dicembre 2015, per celebrare i quarant’anni della pubblicazione di Horcynus Orca.

   L’autore, nel saggio Le origini di “Horcynus Orca” in un progetto tra pittura e scrittura, fa luce sui rapporti col pittore e individua in due articoli di critica d’arte, scritti da D’Arrigo fra il 1949 e il 1950, gli incunaboli del vero e proprio progetto narrativo di Horcynus Orca. Guttuso andò, con la sua cerchia (Saro Mirabella, Giuseppe Mazzullo e le mogli di costui e Guttuso), a Scilla a dipingere e vi ritornò nell’estate del ’50 (con Omiccioli, Tono Zancanaro, Giuseppe Marino, Vincenzo Ciardo: andarono a trovarlo Pugliatti, Vann’Antò, D’Arrigo, Angelo Falzea, Vincenzo Palumbo e il giudice Guarniera). Su questa “Scuola di Scilla” scrisse D’Arrigo nel primo di questi articoli: “Scilla l’hanno scoperta Guttuso, Mirabella e Mazzullo […]. Guttuso ha ‘raccontato’ Scilla operando una stupenda […] contaminatio di Omero con Verga”. Nei pescatori scilloti vede i discendenti dei compagni di Ulisse: “Negli occhi scrutatori d’infinito dell’uomo che nell’imbarcazione se ne sta in cima all’albero di vedetta, c’è il fascino sgomentevole dell’ulissismo, quel pauroso viaggio di conoscenza. […] Per essi la cattura del pesce, tutti i giorni, nelle quattro stagioni, è il loro passaggio delle Colonne d’Ercole, e per essi conoscenza è soddisfazione della fame, è possibilità di combattere quel terribile mostro. […] I delfini, queste fere, non hanno un’anima: che il pescatore di Scilla, e loro nemico giurato, gliene abbia favolosamente riconosciuta una, è a suo onore e a sua dignità, come Guttuso ne ha dato atto nella sua pittura” (Delfini e Balena Bianca, in “Il Giornale di Sicilia” del 25 settembre 1949).  Commenta Palumbo: “Il richiamo alla Balena Bianca, a Moby Dick, il mostro di Melville, si può a buon diritto ritenere un’anticipazione di quella che sarà l’apparizione dell’orca assassina dell’ Horcynus”.

   “Dunque – aggiunge l’autore – ci si trova di fronte a un progetto comune di mitopoiesi, di rivisitazione di miti classici, leggende e racconti popolari legati al microcosmo dello Stretto. Secondo una impronta vittoriniana, al centro di questo progetto non codificato […], ci sono l’uomo e il riscatto degli umili lavoratori, nuovi eroi del tempo moderno. Guttuso sul piano teorico e creativo lo condivide con l’amico Stefano D’Arrigo mediante una ricerca espressiva giocata fra pittura e scrittura”. E conclude: “E’ indubbio che almeno nei due articoli darrighiani (l’altro era: Omiccioli sino a Scilla) l’epopea dei pescatori visti come ulissidi, le fere, la balena bianca, i temi del nostos, della morte e dell’esilio, la rivisitazione dei miti dello Stretto (Scilla e Cariddi, le Sirene) sono già enunciati”. Per quanto riguarda le utopie vittoriniane, ricorda inoltre che lo scrittore siracusano “aveva elevato proprio la città di Messina a luogo emblematico della rinascita post-bellica materiale e spirituale, con l’affresco storico del romanzo Le donne di Messina (uscito solo nel 1964), in cui gli abitanti della città erano ‘avvezzi a portare pietre e calcina’”. E, in una sua intervista a Cesare Segre, cita l’opinione del critico, secondo cui “nell’impianto di Horcynus Orca la tematica è neorealistica. […] Anche Antonio Pizzuto è altrettanto espressionsita, però i suoi contenuti sono borghesi, di scarso peso sociale.La differenza con Pizzuto sta proprio in questo. D’Arrigo ha accettato il neorealismo senza però riprodurlo com’era”.

   Palumbo riporta poi l’intervista che D’Arrigo gli aveva concesso a Taormina, alla vigilia della “prima”, al Teatro Greco per la stagione ’89, della riduzione di Horcynus Orca, che l’autore aveva fatto con Biagio Belfiore. In essa D’Arrigo, a proposito dell’aiuto che la moglie Jutta gli aveva dato nella redazione quindicennale del suo capolavoro, dice che Arnaldo Mondadori, quando andava a

trovarlo, avrebbe voluto che, a romanzo ultimato, avessero scritto insieme “il romanzo del romanzo, il romanzo di voi due, il romanzo della vostra vita”. D’Arrigo confessa di essere d’accordo con Walter Pedullà, che riportava un’etimologia ebraica di Savinio, che il mare significasse ‘mare, madre e morte’, e che tutto questo era stato espresso molto bene nel romanzo. Ricorda con affetto Salvatore Pugliatti e, dei contatti avuti con i pescatori di Ganzirri e Torre Faro, ricordava con gratitudine i Cutugno di Torre Faro (con cui era rimasto a lungo in corrispondenza). Ma dirà ancora: “Ciò che mi commuove è il rapporto straordinario, profondo, intimo che c’è fra quello che ha fatto Luigi Ghersi nel suo murale (sito all’Università di Messina) e quello che ho fatto io. Si parla sempre più per Horcynus Orca di cosa che ormai resta, come di un classico, ed è questa la stessa impressione che suscita la pittura di Ghersi alla parete: vale a dire come di cosa destinata a durare nel tempo”.  

   L’intervista fu pubblicata sul “Corriere del Ticino” del 28 agosto 1989 e subito dopo, il 18 settembre, D’Arrigo inviò una lettera a Palumbo, dichiarandosi entusiasta: gli era “successo raramente di potersi riconoscere a tal punto in un’intervista, oltretutto conclusa col richiamo al ‘murale’ di Ghersi (eseguito fra il 1987 e il 1988) su Ciccina Circé che passa ‘Ndrja Cambria per lo scill’e cariddi

che mi riempie di orgoglio e di felicità”. Ed è con altrettanto legittimo orgoglio che Palumbo commenterà la lettera, che era “il complimento più bello che si possa ricevere”.

L’autore dedica un successivo saggio del libro ai rappporti, continuati per tutta la vita, di Guttuso con Messina, dove già negli anni ’30 aveva conosciuto il pittore futurista Giulio D’Anna e dove tenne delle mostre pittoriche. Nel 1951 gli venne attribuito il premio “Città di Mesina”, per il quadro “Il picconiere”, e scrisse pertanto una lettera di ringraziamento ad Antonio Saitta – e tramite lui a

tutto il gruppo dell’OSPE – nella quale afferma: “L’uomo non ha altra forza che non siano i suoi pensieri, i suoi sentimenti, le sue idee; ad essi deve rendere conto. Un peccato di tradimento contro di essi, cioé contro se stessi, è il peccato peggiore: quello che i credenti chiamano il peccato contro lo Spirito Santo”. Oltretutto Palumbo rivela che Guttuso fece da intermediario per la concessione del quadro di Antonello da Messina “La crocefissione” di Sibiu, in Romania (quadro che viaggiò in valigia diplomatica), per la grande mostra del 1953.

Il libro comprende anche una rassegna bibliografica sulla “Scuola di Scilla”, nonché la citazione dei vari scrittori, pittori o storici nei quali Messina viene ricordata come “luogo del mito”. Ma per quanto riguarda Colapesce, oltre a F. Schiller e W.Goethe, non cita le più complete ricerche fatte da un altro messinese, Giuseppe Cavarra (La leggenda di Colapesce, Intilla Ed., ME, 1988).

   E si completa infine con un appropriato corredo di immagini: l’incisione di D’Arrigo eseguita da Bruno Caruso, due tele di Guttuso sui pescatori di Scilla (del ’49 e ’50), la “Crocifissione” di Sibiu e la cupola con Colapesce e le Sirene che Guttuso eseguì per il Teatro Vittorio Emanuele di Messina (1985).   

 

 

                                                                                     SERGIO  SPADARO

 

SERGIO PALUMBO, D’Arrigo, Guttuso e i miti dello Stretto, Le Farfalle, Valverde [CT], 2016,

€ 12,00.           

                                                           

 


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