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UN MONDO SENZA PIU' ORDINE, Romina Gobbo intervista Franco Venturini

articolo già pubblicato sulla 'Voce dei Berici'


:: Politica

Mar 02 Dicembre 2014 - 21:24


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Giornalista Romina Gobbo'la Voce dei Berici'
Franco Venturini editorialista de 'Il Corriere della sera'


«È come se nel gioco dell’oca fossimo tornati alla prima casella, quando appoggiavamo Mubarak. Come se si fosse chiusa la parentesi delle speranze democratiche».
Così Franco Venturini, editoriale de Il Corriere della Sera, dopo la sua intervista al generale Abdel Fattah al Sisi, autoproclamatosi presidente dell’Egitto, in visita in Italia, il 24, 25 novembre.

Una visita ufficiale, ma low profile, visto che al Sisi non è campione di diritti umani. D’altra parte, tanto agli Stati Uniti che all’Europa - Italia in primis, visto che è il primo partner commerciale europeo dell’Egitto - un “nuovo Mubarak” fa comodo per stabilizzare il Medio Oriente e riprendere i vecchi affari.
«Anche perché oggi il periodo è molto più pericoloso di prima. Ci sono due elementi nuovi: l’Isis, che si allarga e rappresenta una minaccia per tutti, e la Libia, che noi stessi abbiamo destabilizzato, eliminando Gheddafi.

Purtroppo, c’è un prezzo da pagare. Dobbiamo turarci il naso. D’altra parte, la difesa non sempre va d’accordo con gli interessi democratici».
Con buona pace di chi si batte per i diritti umani.

«La situazione oggi è che la popolazione egiziana è tornata ad essere invisibile. I Fratelli Musulmani sono dovuti tornare in clandestinità e, se manifestano un minimo di opposizione, rischiano di tornare in galera. La maggioranza della gente vuole stabilità e vede nei militari una garanzia accettabile; nascosti nelle pieghe ci sono i nostalgici di Mubarak.
Poi ci sono i ragazzi di piazza Tahrir, che hanno perso le loro illusioni e non hanno ottenuto assolutamente nulla; loro lottavano per la libertà democratica, ma soprattutto per la mancanza di posti di lavoro e questi non sono aumentati.

Se l’Egitto diventasse una seconda Libia, salterebbe tutto l’equilibrio mediterraneo e Paesi come il nostro si troverebbero invasi da ben altre quantità di ondate migratorie, con maggiori problemi di sicurezza di quanti già non ne abbiamo. Ecco perché bisogna turarsi il naso. L’abbiamo già fatto altre volte. Anche in Cina i diritti umani non sono garantiti, eppure le facciamo la corte già da parecchi anni».

La lotta al terrorismo globale lanciata da Bush dopo l’11 settembre, sembra aver peggiorato le cose: si sono moltiplicati i conflitti e i nemici.
«Se guardiamo al mondo di oggi, quella lotta risulta un fallimento quasi clamoroso. Bush ha commesso molti errori, il principale è stato l’invasione dell’Iraq, senza la quale probabilmente molti dei problemi attuali di jihadismo o non esisterebbero o sarebbero più lievi. Gli americani hanno fatto moltissimi errori, anche lo stesso Obama, ma l’espansione del jihadismo non dipende solo da questo.

È in atto una guerra interna al mondo musulmano, dove si scontrano sunniti e sciiti, fondamentalisti e moderati. La guerra è certamente con l’Occidente, e contro l’America in particolare, ma è quasi allo stesso livello contro gli altri musulmani che non la pensano come coloro che sono all’attacco. Isis, che è sunnita, ha ucciso più fratelli sunniti che non accettavano di sottomettersi, che non “nemici” sciiti. E questa situazione difficilmente cambierà, perché è difficile immaginare che una delle parti vinca. O tutte le tribù sunnite si uniscono per fare guerra contro Isis, oppure Isis ne massacra una alla volta.

I bombardamenti americani hanno un po’ contenuto l’avanzata dell’Isis, ma con la sola aviazione non si può ottenere un risultato militare decisivo. Poi ci sono i turchi, che sono contemporaneamente vittime, ma anche coloro che probabilmente nel lungo termine ci guadagneranno, riuscendo finalmente ad ottenere un proprio territorio a cavallo tra vari Paesi».

Obama ha voluto che anche i Paesi del Golfo facessero parte dell’alleanza per i raid aerei. Così a bombardare sono anche gli stessi che l’Isis l’hanno finanziato.

«La confusione regna sovrana. L’area del Golfo è una giostra. Le monarchie del Golfo sono tutte contro l’Iran, il quale però dà una mano - anche se in maniera ufficiosa - contro l’Isis, perché ne ha paura. L’Egitto dei Fratelli Musulmani era sostenuto dai petrodollari del Qatar, quello di oggi dall’Arabia Saudita e dalle altre monarchie, e il Qatar è diventato un nemico. C’è, poi, questa partecipazione - credo abbastanza simbolica - dei Paesi del Golfo ai bombardamenti, che sono condotti soprattutto dai francesi. Il Golfo è un’altra area di cui non si conoscono gli sviluppi, visto che si pone il problema della successione saudita. C’è il problema dell’Iran: l’accordo sul nucleare rassicurerebbe nel contempo Israele e Arabia Saudita. Ma è stato rinviato. Nella stessa Arabia Saudita, ci sono zone sciite e zone sunnite. Basti pensare che la zona petrolifera dell’Arabia Saudita è abitata dagli sciiti».

È il conflitto israelo-palestinese la madre di tutte le guerre?
«È madre, nel senso che è iniziato prima, in realtà è sorella, perché non è un conflitto diverso da altri nella stessa area geografica. Ma c’è un elemento nuovo.

Il recente attacco alla sinagoga di Gerusalemme è un segnale molto allarmante perché coinvolge gli arabi israeliani di Gerusalemme est, perché si tratta di singoli individui (“lupi solitari” li ha definiti la polizia) e non gruppi militanti, perché ha colpito un luogo di culto. E se la guerra diventa più religiosa, si inferocisce».

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