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L’esempio di Ciampi e l’odierna inconcludenza della politica

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di Nuccio Fava


:: Editoriale

Sab 17 Settembre 2016 - 23:23


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Tricolore a mezz’asta, giornata di lutto nazionale e funerali in forma privata riassumono il valore e la riconoscenza dell’intero paese per il contributo di Carlo Azeglio Ciampi, il cordoglio e la gratitudine che gli deve l’intera comunità nazionale, per l’alto servizio reso nei diversi campi e nei momenti difficili in cui si è trovato ad operare, sempre con forte senso delle istituzioni, con alto senso civico, allo stesso tempo italiano ed europeo, sempre all’insegna di grande competenza, rigore ed onestà. Uomo di ricca e vasta cultura, a cominciare dagli studi di filosofia e dalla lunga esperienza sino ai vertici di Bankitalia. Prima l’esperienza drammatica della guerra e la partecipazione alla lotta partigiana dopo l’8 settembre, quasi ispirazione ininterrotta nell’impegno politico, nelle istituzioni da capo del Governo e presidente della Repubblica. Toccherà soprattutto agli storici aiutarci ad approfondire e cogliere il valore esemplare della vita di Ciampi e il suo contributo fondamentale nel difficile attraversamento  della crisi seguita a tangentopoli e la ascesa al Quirinale. La sua figura è esemplare per tutti gli italiani, a maggior ragione dinnanzi all’inconcludenza, agli egoismi nazionalistici o comunque privi di respiro e destinati ad aggravare tutti i problemi di una fase di storia ardua e complessa. Ne è purtroppo conferma l’ultimo vertice dei 27 stati di Stato e di Governo riunitisi a Bratislava. L’Europa vive una fase enormemente difficile a rischio di disgregazione, “crisi esistenziale”come l’ha definita lo stesso presidente Junker nel suo discorso sullo stato dell’Ue. Non diversamente i massimi dirigenti europei non riescono però a trarne conseguenze adeguate, impegni e scelte politiche all’altezza delle sfide.                                                                                                                                                                                             

La questione dei migranti che evoca pure la grave crisi mediorientale e la tragedia delle guerre e del terrorismo, insieme all’altra non meno drammatica questione dell’occupazione e dello sviluppo, pur nella loro dirompente enormità, non riescono a raggiungere strategie comuni e solidali. Tutti sono ripiegati sui propri problemi nazionali, angosciati sino all’impotenza per l’uscita della Gran Bretagna, terrorizzati dal prossimo referendum ungherese e dal grottesco voto per le presidenziali in Austria, e ancor più dalle prossime elezioni in Germania, Francia e Paesi Bassi. Si finisce per procedere con ripetuti incontri tanto solenni nella facciata quanto inconcludenti e privi di vere risposte. Non vanno sottovalutate le ondate di scontento e di rabbia che percorrono le contrade europee all’interno di ciascun paese e destinate, in forme differenti, a crescere ulteriormente e a delegittimare istituzioni e politica.

Anche la situazione italiana ha i suoi problemi non piccoli. Il presidente del Consiglio, sempre così fermo e determinato, si attarda in polemiche con Grillo, ripetitive e inconcludenti, che mostrano  pur sempre un qualche timore verso i 5 Stelle. Scopre con qualche ritardo che il suo italicum o renzellum  si può modificare a condizione però, come dichiarano i suoi fedelissimi, di non toccare paletti insuperabili. Il già scombinato dibattito sul referendum costituzionale si intreccia inevitabilmente col futuro della riforma elettorale, con la conseguenza di una accresciuta confusione, dannosa per tutti e sicuramente per i cittadini. Che fanno, invece, i conti con i problemi che ogni famiglia sperimenta quotidianamente sul terreno economico-sociale e il grande timore per il futuro dei figli. C’e’ anche la perla dell’ultima mossa che, smentendo clamorose prese di posizione del passato, scopre che non e’ corretto parlare di abbandono della politica in caso di vittoria del No, ma che sarebbe il parlamento a decidere del governo e del suo futuro. E’ un po’ la rimasticatura del principio dell’acqua calda mentre resta grave lo sconcerto e la confusione dell’opinione pubblica.

Ho letto in questi giorni il libro di Benedetto XVI, risultato di lunghe conversazioni con il giornalista tedesco Peter Seewald, dal titolo Ultime Conversazioni. “Non ho mai percepito il Potere come una posizione di forza, ma sempre come responsabilità, come un compito pesante e gravoso, un compito che costringe ogni giorno a chiedersi: ne sono stato all’altezza?”. Uno spunto di riflessione più che prezioso che potrebbe servire agli statisti europei e non solo.

(17.9.2016)

 


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