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Daniele Guidugli con Moby Dick (Vertebra) vince la 3° edizione del Premio Henraux

Tutte legate al mare le tre opere finaliste del ''Premio Internazionale di Scultura Fondazione Henraux, in memoria di Erminio Cidonio''


:: Cultura Arte Spettacolo

Mar 26 Luglio 2016 - 10:07


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QUERCETA (Lucca) - Daniele Guidugli con Moby Dick (Vertebra) si classifica al primo posto nella terza edizione del “Premio Internazionale di Scultura Fondazione Henraux, in memoria di Erminio Cidonio”. Al secondo posto Kim De Ruysscher con Il Canotto e al terzo posto Mat Chivers con Newave.

Grande soddisfazione è stata dichiarata da Paolo Carli, Presidente della Fondazione Henraux e vero promotore del Premio, che durante la serata conclusiva non ha mancato di ringraziare tutti gli artisti per le belle opere realizzate.

Sono tutte legate al mare le tre opere finaliste del Premio Henraux, ciascuna di loro con un concept diverso ma, infine, fra esse unite. Sembra vogliano rappresentare davvero quella Versilis, Versilia, terra versatile che da monte, velocemente, arriva al mare. Cosi come da monte giunge al piano, da millenni, il blocco di marmo per essere trasformato in opera d’arte.  

L’opera vincitrice del concorso è composta da cinque vertebre di balena che formano un’installazione monumentale. “Moby Dick (vertebra)” è un titolo fortemente evocativo e l’autore lo riconduce a quella balena, terribile leviatano, che popola le pagine straordinarie del romanzo di Melville. Questa scultura nasce da un incontro casuale con il relitto di una vertebra del gigante marino per eccellenza, una visione che ha creato, al contempo, figura e astrazione, immagine e poetica, qui unite in una singola figura. Trattandosi di una scultura l’analogia tra il “Moby Dick” di Guidugli e la balena bianca è lo statuario, il bianco per eccellenza.

                                                                                              

L’autore stesso ci racconta come è nata l’opera: “Ho immaginato che il bianco statuario e Moby Dick fossero la stessa cosa. Come in Melville, l’uomo è sempre a caccia del bianco, del suo bianco. Noi scultori, pur nella drammaticità, a volte, di questa “caccia”, cerchiamo il bianco sempre più bianco, perfetto e candido. E’ l’oro con cui desideriamo plasmare le nostre creazioni, quel materiale prezioso che le fa risaltare come nessun altro. La mia opera è un’installazione, sono cinque vertebre affiancate l’una all’altra, da una parte rappresentano quell’incontro che ha determinato la nascita e la creazione dell’opera, dall’altra rappresentano questo senso mai smarrito dell’uomo che sopravvive a se stesso uccidendo l’altro. C’è poesia nel vedere ciò che rimane di ciò che era, ma vi è anche dolenza e denuncia. L’arte è sempre fedele a se stessa, e spero anche questa mia opera lo sia, rappresenta la bellezza ma anche un pensiero che vuole creare nello spettatore una profonda riflessione sul mondo e su ciò di cui il mondo è composto. Nell’integrità o nella non integrità”.

                                                                                              

Dalla Balena di Guidugli a “Il canotto” di Kim de Ruysscher, durante la lavorazione di questo blocco monumentale, ben 27 tonnellate, l’artista belga ha voluto riassumere gli elementi più importanti della sua opera raccontandone l’essenza e il concept: “Il mio canotto è un oggetto di plastica che si “incarna” nel marmo. Ho voluto, ancora una volta, realizzare in pietra un oggetto di plastica, industriale e spesso molto povero, mettendolo in forte contrasto materico. La pietra ha una vita molto lunga, è il materiale scultoreo più antico fra quelli usati, da qui, anche, lo scontro con l’odierna cultura della plastica. Altro tema della mia opera sono gli opposti, le contrapposizioni: gonfio/ sgonfio, peso/ leggerezza. Questa dicotomia è per me la cosa più importante. Mi piace immaginare il pensiero dello spettatore davanti alla mia opera che, da una parte riconosce l’oggetto, dall’altra ne disconosce la materia”. Questo canotto ha una forma singolare, ieratica, di una compostezza quasi solenne, però è un “relitto”, è piegato su se stesso, è una frattura, un pensiero, una  bilancia fuori misura.

                                                                                                 

“Newave” è l’opera di Mat Chivers, una nuova onda, fatta di opposti, un blocco di marmo bicolore, bianco e nero. E’, letteralmente, così come l’ha concepita l’autore, un’onda spezzata, o il frammento stesso di un’onda. Particolarmente attratto dal movimento, dal divenire, dai fenomeni naturali, Mat Chivers ha voluto cogliere quell’attimo in cui il mondo naturale crea un movimento, movimento che svanisce nel momento stesso in cui si è manifestato. Egli stesso descrive questo momento raccontando dell’opera stessa: “Quando osserviamo un’onda che si frange, che chiude il suo ciclo a riva, non vediamo mai la stessa cosa, non possiamo pensare di cristallizzare quel momento. Ecco, questa mia “Newave” è un piccolo grande gioco, è il tentativo di tradurre in pietra il movimento del moto infinito del mare, anche in direzioni diverse: la solidità, la massa, l’attimo che fugge. L’opera, invece, durerà a lungo, ed è una congiunzione di opposti, la relazione fra qualcosa che non accadrà mai più e un oggetto che permarrà per sempre. Quello che ho fatto è di prendere la fisicità di un’onda che si spezza e ho creato l’illusione di quella forma”.

                                                                                               

La Giuria nello scegliere i tre progetti finalisti ha evidenziato un filo condutture, una sorta di connessione fra le tre sculture finaliste, puntualizzando come le opere di questa edizione si leghino ad un tema di grande attualità: il dramma dell’immigrazione, quello “spiaggiamento” continuo di essere umani alla ricerca di un futuro. E per gli autori, Guidugli, De Ruysscher e Chivers questa lettura, in parte, non è distante da ciò che desideravano rappresentare.

                                                                                               

Per i tre giovani scultori l’esperienza della lavorazione del marmo all’interno di una realtà storica e così importante come la Henraux, è stata particolarmente significativa. Ognuno di loro ha apprezzato particolarmente il grande gioco di squadra creatosi con le maestranze dell’azienda.

Paolo Carli, Presidente di Henraux e della Fondazione, ha voluto, durante la premiazione mettere l’accento su quanta storia del marmo è stata costruita in questo angolo di Versilia, ricordando, in particolar modo la figura di Henry Moore: “Il 23 di luglio è un evento che per la Fondazione Henraux ha il sapore di una doppia celebrazione, da una parte, non senza emozione, abbiamo svelato le nuove opere al pubblico, dall’altra ricordiamo Henry Moore. Questi giovani scultori rappresentano la forza della creatività e la bellezza dell’arte e del marmo. Uno di loro ha vinto, ma per me hanno vinto tutti. Come per ogni edizione vederli al lavoro, vedere il loro entusiasmo, è stato un privilegio. Per me questo è il vero senso del Premio: rinnovare quel senso così alto della creatività che rende immortale il blocco di marmo che da monte è giunto a valle. Come fu per la prima volta quando, su un antico carro per la via di lizza, scese il primo blocco dal Monte Altissimo che, ancora oggi, e per lungo tempo, si potrà ammirare al Bargello, trasformato in sublime scultura da parte del Giambologna ne “La Vittoria”.

                                                                                                       

 


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