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CAPUANO: ALLE RADICI DI UN DOLCE CIANGOTTARE

Recensione di Sergio Spadaro


:: Cultura Arte Spettacolo

Gio 07 Luglio 2016 - 22:58


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   Dopo A putìa del 2010, Gaetano Capuano pubblica un nuovo libro di versi in dialetto, Milanisarî

(Milaneserie, Rosaliaeditions, Adrara San Rocco [BG], 2016), sempre in quel suo vernacolo di Agi-

ra, in provincia di Enna, località famosa nell’antichità per aver dato i natali allo storico Diodoro

Siculo. Vernacolo che è quello appreso nell’infanzia e che pertanto a volte appare “fissato” in una

immobilità un po’ fuori della storia e che viene fatto aggallare grazie alla memoria dell’autore ed è

perciò insieme rievocazione e testimonianza. E’ per questo che il prefatore Nicola Gardini afferma

che in lui la poesia “scorre nella lingua, ma non è solo la lingua […]: la gonfia come il sangue nelle

vene. […] E di quello tutti possono sentire l’odore e vedere il lampo rosseggiante […] che colora

le guance di sdegno e le lascia, ritraendosi verso il cuore, pallide di pena e nostalgia. […] Sono 

arrivato ad alludere ai due opposti tra cui si svolge questo libro, la satira e l’elegia, che si riducono,

poi, a un passionale contrasto tra il nord dell’emigrazione […] e il sud delle origini”.

   Malgrado egli viva a Milano dal 1974, è rimasto un giargianès, o “terrone”, ed è per questo che la

sua innata veemenza ha modo di sbottare nello “sdegno”, o nella vera e propria invettiva, quando nel contesto lombardo in cui vive (si divide fra Milano e Varese) si deve confrontare con certe stori-

che (e per fortuna transeunti) evenienze di carattere sociopolitico. Come la creazione, nella “città

giardino” di Varese, delle c.d. “ronde padane” colorate di verde (p. 12), o con certe manifestazioni

di ipocrisia che sotto l’apparente ugualitarismo sono invece intrinsecamente razzistiche (p. 13). Per

questo le sue annue discese al paese natio non sono solo cunuòrtu (conforto) o suppuntu (sostegno),

ma vere e proprie boccate di ossigeno e di nutrimento alle radici della sua più profonda identità mo-

rale. D’altra parte, già il suo precedente prefatore, il messinese Giuseppe Cavarra (al quale  questo

nuovo libretto è dedicato), parlava di poesia “della presenza e dell’impegno […], che lungi dall’illu-

dere o dal consolare, interroga e sollecita domande”.

   Poi, naturalmente, prevalgono le rievocazioni dei luoghi, persone ed episodi del “sud delle origi-

ni”, a cominciare dalla commossa ode dedicata allo stesso Cavarra (I cacuòcciuli di Cerda, p. 80),

affettuosamente chiamato Pippu u limminuòtu (perché nativo di Limina, ME), del quale vengono

equiparati i carciofi ai fichidindia perché entrambi con le spine (che così diventano un emblema di

certi pungenti aspetti della propria meridionalità), e con il quale – idealmente – vorrebbe portare un

cero al copatrono San Filippo (Siriaco, che sbarcò in Sicilia nel 66 d.C. e sostò a Limina, prima di

fermarsi ad Agira, dove morì nel 103). E, come ha fatto il suo “maestro” Cavarra che parlò del cimitero  del suo paese chiamato Calipò, anche Capuano ha due testi sul cimitero del paese, che si

chiama Spinapùlici (cioé “pungitopo”, termine che dà peraltro l’intestazione a un’intera sezione del

libretto). Oltre ai nomi dei luoghi, sono poi richiamati i personaggi, come in Cincu (p. 58), o quelli

citati in ‘A casa ô Spinapùlici (p. 66) o Messer Ettore di Gran Padarisu (p. 68), che sbottò in mila-

nese “Mi me sun rott i ball”, o Vitidduzzu (p. 74) o Cannatedda (p. 76). Senza peraltro tralasciare i

parenti, tra i queli innanzitutto i commossi testi di p. 26 e p. 88 dedicati al padre.

   Meno caratterizzanti sono i testi di una terza sezione, intermedia, denominata Poeta e puisìa, nei

quali l’autore cerca di trovare qualche filo teorico per la sua stessa operazione scrittoria, oppure dà

dimostrazione di come nascano i nuclei poetici per la sua stessa interrogazione esistenziale, cimen-

tandosi così con le composizioni di versi brevi alla “giapponese”, cioé gli Haiku. Dei quali, più che

con inusuali illuminazioni zen, ci piace riportare il testo che corrisponde alla sua più tipica ispira-

zione isolana: Di cudduruni / fattu ‘n casa çiaurìa / ‘a terra mia (Di pane a ruota / fatto in casa pro-

fuma / la terra mia).

   L’autore costruisce i suoi testi (anzi agglutina, a prescindere a volte da ogni più rigido costrutto

sintattico) senza punteggiatura (solo ogni tanto il punto fermo finale), limitandosi a usare la maiu-

scola quando ci sono passaggi da una strofe all’altra. Ma, stavolta, più accentuatamente che in pas-

sato, usando (tra parentesi) le interiezioni esclamative, come ‘nsammadìu (non sia mai Dio), bed-

damatri (bellamadre, diluito in traduzione con “parola”), mìzzica (caspita), miatiddu (beato lui),

Matri santa, recamaterna (requiem aeternam), Dìu nì scansa (Dio ce ne scampi), avoggghia (hai

voglia). Usando qualche volta delle rime finali (pisu/tisu tisu; struppìanu/uppìanu; cunta/stracun-

ta) o ricorrendo ad allitterazioni, come allippa un lappusu (allappa un afrore), zùchizùchi (sviolina-

tura), zichizichiari (frinire), arraggiati e arrugginuti (arrabbiate e arrugginite), crozza e cuòzzu (cra-

nio e nuca). E usando persino delle “chiuse” finali nei testi (es. p. 38 o 39), che chi scrive non con-

divide.

   L’uso del lessico a volte ha qualche sbandamento, nel senso che la traduzione dell’autore acquista

significati soggettivistici che si allontanano da quelli fissati dalla tradizione o dai dizionari (es.:

babbasunazzi, che da sostantivo trapassa in aggettivo e viene reso in “bambocce”). Ma quasi a com-

pensare ciò, il lessico si accende persino a tentar di rispecchiare certa realtà contemporanea, come in fesibuk (facebook), ciattari (ciattare), talefunièddi e riffari a tinchité (telefonini e lotterie a biz-

zeffe), movida, tacciscrinni (touchscreen).

   Ci sono infine testi (per fortuna non molti) in cui prevale un’astrattezza intellettuale che in poesia

è da controllare (la poesia vive e respira nei particolari e nella concretezza), come in questi esempi:

Fratillanza (p. 21), Tristizza (p. 22; e manca qui la traduzione di due versi), Un pisu e du’ misuri (p.

23), Amarizza (p. 24). Così come ci sono epigrafi che appaiono troppo lontane dai testi che poi se-

guono, come per quella di Mallarmé a p. 35 o per quella di Keats a p. 61. Ciò vale anche per l’inter-

vento finale di Erika Reginato, che appare più una mozione degli affetti che una nota critica.

 

                                                                                         SERGIO  SPADARO

 

GAETANO CAPUANO, Milanisarî, Rosaliaeditions, Adrara San Rocco [BG], 2016, € 13,00.             

 


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