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Brexit, il “modello Norvegia” non convince

Evocato per la possibile relazione tra Ue e Regno Unito. Troppo vincolante

di Roberto Sciarrone ---- Sapienza, Università di Roma


:: Uno Sguardo all' Europa

Mer 06 Luglio 2016 - 13:20


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In queste ultime settimane il “modello Norvegia” è stato spesso citato per stabilire la prossima e futura relazione tra Ue e Uk dopo il “terremoto Brexit”. L’appartenenza, difatti, di Oslo all’Enea – spazio economico europeo – dal 1994 è bersaglio di costanti critiche da una parte e dall’altra. Troppo vincolante per gli euroscettici – oggi la maggioranza della popolazione norvegese – penalizzante per i sostenitori di un’adesione all’Unione europea che consentirebbe alla Norvegia di affermare il proprio pensiero su molte decisioni che spesso la condizionano. Fare parte dello Spazio economico europeo ha però un vantaggio importante: l’appartenenza al mercato unico a cui hanno accesso – i 28 attuali Stati più l’Islanda, il Liechtenstein e appunto la Norvegia, privilegio che per Oslo si traduce nell’assenza di dazi. L’80% delle esportazioni norvegesi confluisce appunto nell’area Ue, petrolio, gas naturale e pesce in particolar modo. Ci sono anche degli obblighi però come il rispetto delle quattro libertà fondamentali della Ue: libera circolazione delle persone, dei beni, dei servizi e dei capitali; il secondo sono i contributi che la Norvegia è tenuta a versare al budget comunitario come contropartita per l’accesso al mercato unico; il terzo l’adeguamento a normative e regolamenti del mercato unico a cui il Paese è tenuto, con l’eccezione rilevante di politica agricola, pesca, commercio estero. Alcuni di questi obblighi fanno “a pugni” con alcuni cavalli di battaglia dei “brexiter” come ad esempio nel caso dei risparmi sbandierati nel corso della campagna elettorale che ha preceduto il referendum. Non tutti dunque a Oslo sono soddisfatti dell’appartenenza allo Spazio economico europeo, anche se il malcontento è stato contenuto dalle ottime performance dell’economia nordica, che sembrano però dovute più alle rendite garantite per anni dal petrolio che ai benefici dell'accordo. Per Londra, però, potrebbe essere questa l’unica via d’uscita ragionevole dalla faticosa situazione di impasse in cui il referendum l’ha precipitata.


 


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