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L’Europa a un bivio. La politica della Germania e l’Euro

Il problema quindi è il seguente: cosa vuole fare la Germania dell’Europa? È ancora convinta che il progetto che implica cooperazione, solidarietà e pari dignità tra i Paesi meriti di andare avanti? E a quali condizioni?

Roberto Sciarrone - Sapienza - Università di Roma


:: Uno Sguardo all' Europa

Mar 11 Novembre 2014 - 10:05


Immagine Principale

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L’Europa e la Germania, un binomio che nella storia del XX secolo ha significato due guerre mondiali, ma non solo. L’apporto culturale e scientifico dato dall’intellighenzia tedesca è stato altrettanto fondamentale nello sviluppo del vecchio continente.

Oggi, pochi giorni dopo la celebrazione della caduta del muro, l’Europa riflette sull’influenza teutonica in campo economico che rischia di formare un nuovo fronte, pericoloso e dai risvolti sconosciuti.

“Per due volte, nel XX secolo, la Germania con mezzi militari ha distrutto se stessa e l’ordine europeo. Poi ha convinto l’Occidente di averne tratto le giuste lezioni: solo abbracciando l’integrazione europea, abbiamo conquistato il consenso della nostra riunificazione”, parole e musica dell’ex ministro degli Esteri della Germania Federale Joschka Fisher, che nel maggio 2012 mise nero su bianco come la politica seguita dal governo tedesco e imposta agli altri Paesi UE fosse vantaggiosa per Berlino e danneggiasse gli Stati dell’Unione più fragili. In un’altra intervista al Corriere Fisher affermò: “Sarebbe una tragica ironia se la Germania unita, con mezzi pacifici e le migliori intenzioni, causasse la distruzione dell’ordine europeo una terza volta. Eppure il rischio è questo”.

Il dibattito, oggi, assilla i vertici politici dell’Europa unita. Il fatto che le scelte importanti, dal 2010 a oggi, siano state in aperto conflitto con la logica di funzionamento di un’area economica a moneta unica è acquisito. Una serie di errori politici hanno traumatizzato il vecchio continente nel pieno di una crisi economica partita dagli USA. Si va dalla decisione imposta dalla Merkel secondo cui eventuali crisi bancarie nella zona euro dovessero essere affrontate non dalla Ue ma da ogni singolo Paese, in solitudine.

Il tanto sponsorizzato principio del Private Sector Involvement, secondo cui ogni assistenza a Paesi con forti problemi di liquidità avrebbe dovuto comportare un costo per gli investitori privati, ha disarticolato ufficialmente la zona economica europea. Al tempo stesso l’afflusso di capitali verso i Paesi europei percepiti come “forti”, come la Germania, ha ridotto i tassi di interesse in quei Paesi creando condizioni di finanziamento per i debiti pubblici e i prestiti privati.

Non diversamente andò la vicenda della crisi Greca: invece di intervenire tempestivamente a delimitare il fenomeno nel 2010 quando un recupero avrebbe comportato un onere marginale per l’Unione, si preferì attendere (nonostante l’avviso contrario del Fmi) fino a quando le banche tedesche e francesi non riuscirono a liberarsi del debito greco da esse detenuto. Ancora una volta interessi nazionali e ristretti avevano la meglio rispetto ad una gestione corretta e bilanciata di una crisi che trascinava sia pure in modo diverso tutti i Paesi.
Una volta prodotta la crisi dell’euro sempre il Governo tedesco, vedendone i risultati di aumento dei debiti e dei disavanzi pubblici, imponeva a tutto il continente politiche di austerità generali ed economicamente insensate in quanto si scambiavano le cause della crisi con i suoi effetti, e una crisi da deflazione del debito con una crisi delle finanze pubbliche.

Al tempo stesso si imponevano alla Bce politiche riduttive nonostante la pesante crisi di liquidità della zona euro, l’opposto di quanto fatto negli Usa nel Regno Unito e in Giappone e di quanto era necessario, e si frenava, rinviava e limitava l’attuazione dell’Unione bancaria sia per proteggere le banche territoriali e le casse di risparmio tedesche sia per eliminare, nei confronti di un’opinione pubblica sempre più radicalizzata, anche il mero sospetto di un possibile, ancorché solo potenziale, trasferimento di risorse dalla Germania verso gli altri Paesi dell’Unione.

Gli effetti economici, politici e sociali di questo modo di procedere sono ormai evidenti, e rischiosissimi, la previsione pessimista di Fischer sembra sempre più realistica e prossima a compiersi.

Il problema quindi è il seguente: cosa vuole fare la Germania dell’Europa? È ancora convinta che il progetto che implica cooperazione, solidarietà e pari dignità tra i Paesi meriti di andare avanti? E a quali condizioni? Sono sufficienti le riforme già realizzate o in cantiere nei diversi Paesi? Le prese di posizione di numerosi e importanti esponenti dell’establishment tedesco sembrano piuttosto orientate verso una politica di abbandono dall’euro e dal progetto europeo e condizionate da un neonazionalismo e un’idea di autosufficienza inquietanti.

Al tempo stesso in molti Paesi europei monta il nervosismo nei confronti di un’Europa a guida tedesca e salgono i sospetti nei confronti di un vicino scomodo e sempre più percepito come aggressivo e pericoloso.

L’Italia, sfruttando la presidenza di turno della Unione, avrebbe potuto provare a porre la questione politica ed economica nella sua pienezza, in modo organico e dimostrato. Ha invece preferito cercare qualche margine di flessibilità immediatamente contrastato e ridimensionato dalla Commissione.

Il problema è che senza una svolta vera l’Europa non potrà sopravvivere, non solo per motivi economici , ma soprattutto perché a livello politico l’unione di intenti sta venendo a mancare in maniera progressiva. Sull’autostrada Berlino-Bruxelles, insomma, non si vedono segnali di “Stop”.


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