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Made In: una battaglia giusta a tutela di consumatori e imprese

Sulla battaglia del "Made In" Lara Comi europarlamentare del PPE sostiene: " L'Italia è sinonimo di qualità, marchio di eccellenza per il lavoro svolto quotidianamente dalle nostre imprese".


:: Uno Sguardo all' Europa

Lun 03 Novembre 2014 - 18:13


Immagine Principale

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A cura di Lara Comi, Deputato al Parlamento europeo, Vicepresidente Gruppo PPE e Membro della Commissione Mercato interno e protezione dei consumatori
da ww.eppgroup.eu/italy/


La battaglia sul "Made In" la combattiamo in Europa da troppi anni oramai, senza che
si riesca ancora a vedere la vittoria finale.

L’Italia è sinonimo di qualità, marchio di eccellenza per il lavoro svolto quotidianamente dalle nostre imprese.
Ma ripercorriamo le tappe di questa importante battaglia. Già nel 2005 la Commissione Europea aveva presentato una prima proposta di regolamento relativa
all’indicazione di origine di taluni prodotti provenienti da paesi terzi, che ricomprendeva tutti i settori (tessile e abbigliamento; calzature; piastrelleria e ceramica; articoli in pelle e cuoio; gioielleria; mobili per arredo).

All'epoca, la procedura legislativa non prevedeva il coinvolgimento del Parlamento Europeo, che si è
comunque pronunciato a favore di tale regolamentazione in diverse occasioni attraverso risoluzioni e
dichiarazioni.

Il Consiglio non è riuscito a trovare l'accordo politico per l'approvazione (a causa della contrarietà dei
Paesi del Nord Europa e della Germania) e pertanto la proposta di regolamento è rimasta bloccata per
lungo tempo e successivamente ritirata dalla Commissione Europea.
In seguito ho riportato alla ribalta personalmente il tema come Relatore del nuovo Regolamento sul
settore tessile approvato a novembre 2011.

In questo dossier, non si parlava di “Made In”, ma
abbiamo inserito una serie di emendamenti che ci hanno consentito di riaffrontare il tema. Dopo
lunghi confronti con la Commissione ed il Consiglio non siamo riusciti a far adottare norme
vincolanti, ma abbiamo strappato la promessa che la Commissione avrebbe fatto, entro il 30 settembre
2013, una consultazione con tutte le parti in causa e una successiva relazione accompagnata anche da
proposte legislative.
Entro questa data è stata in effetti prodotta una relazione della Commissione nella quale si riconosceva l'alto consenso sull’introduzione di norme sul “Made In”, ma si riteneva che, essendo il tema già in
discussione in una nuova proposta della Commissione, non si dovesse procedere con un altro atto.

In effetti, recentemente è iniziata la procedura legislativa di un nuovo dossier, denominato "La
sicurezza dei prodotti di consumo" (Consumer Product Safety), che allo stato attuale è di nuovo fermo
al Consiglio. Si tratta di un regolamento che, all'articolo 7, prevede norme sull’indicazione di origine.

Il Parlamento ha già adottato la sua posizione, confermando l’articolo 7, e siamo in attesa della decisione del Consiglio.
Come tutti sappiamo, la Presidenza del Consiglio è attualmente in capo all’Italia e attendiamo una
presa di posizione ferma su questo punto che rappresenta una priorità importante per l'economia
italiana.

Nel frattempo, è stata paventata l’idea di procedere a una nuova valutazione di impatto, sebbene ve ne sia già stata una nel 2005 per il primo regolamento proposto, a cui è seguita una consultazione di tutte le parti interessate specificamente nel settore tessile.
Esiste un consenso diffuso per l’adozione di norme sull’indicazione d’origine.

I cittadini vogliono
conoscere la provenienza dei prodotti che acquistano e le imprese desiderano avere uno strumento valido per combattere contro la contraffazione e la concorrenza sleale, soprattutto di prodotti che vengono immessi nel mercato interno da Paesi extra europei. Vale la pena ricordare che, in Italia, il mercato del falso vale 17 miliardi e una perdita di 185 mila posti di lavoro.

Il raggiungimento di questo importante risultato per l’economia italiana dipenderà dalla nostra
capacità di fare squadra, di realizzare quel “Sistema Paese”, necessario per difendere i nostri interessi sui tavoli europei, come la Germania e la Francia.

Dal Parlamento europeo, il nostro impegno è sempre al massimo in qualità di rappresentanti di
cittadini e imprese. Continueremo a dare voce alle loro esigenze sperando di creare al più presto il
consenso necessario per l’adozione delle norme sull’indicazione d’origine.

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