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Versi di Lucio Falcone nel volume “La porta del giovedì” Pungitopo Editrice, Gioiosa Marea (ME) 2015

UN LEUCEMICO CUSCUS DI NOTTECHIARA E PAROLE

Recensione di SERGIO SPADARO


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Gio 10 Marzo 2016 - 10:44


Immagine Principale



Immagine: Falcone in un ritratto di Michele Spadaro, circa 1980

 

 Lucio Falcone intitola il suo terzo libro di versi La porta del giovedì (Pungitopo Editrice, Gioiosa Marea [ME], 2015), da un’epigrafe di Tahar Ben Jelloun, che rielabora nel primo testo della raccolta in questo modo: “verso la primapòrta / porta del giovedì / giorno di scambio / ingresso e uscita / inizioeffine / fuga / uscio aperto sul ritorno”.

   Il suo asintattismo espressionistico si è ormai consolidato: sono due le principali caratteristiche della sua operazione stilistica. In primo luogo, a livello grammaticale-sintattico, l’uso di parole o di sintagmi che stanno “di per sé” nel tessuto del testo, sono cioè basati sul coordinamento paratattico e non sulla subordinazione. Inoltre, sempre su tale livello, l’uso di parole composte in italiano o in dialetto messinese. E ricorrendo qualche volta al latino o al greco antico (nel precedente libro il greco dava

addirittura il titolo a tutti i testi). Con la particolarità che l’accostamento di lingua e dialetto fa sviluppare a volte una presa di distanza ad alto tasso ironico: es., ghiottadipiscistoccuevvinu (p. 16), tra ozza e màzzara (p. 24), figghiuciàtu, pètrafènnula (p. 25), ìnkitiucisèri (p. 31), mascarati [finti], carusudamarina (p. 46), sucàtudalùna (p. 50), pescketabakkière (p. 54), niscìuajurnàta (p.55), accomuvosiddìu (p. 58), nunnàiu valìa (p. 61), anciòveaccotolètte (p. 62), cabbànna, ddabbànna (p. 66), abbabbìu (p. 68), attavulacunzàta (p. 76), longammàtula (p. 82).

   Come esempi di impiego delle lingue classiche si può citare: naòs, affiatlux, nox e nux (con la particolarità che la “noce” s’appaia con la “notte”, ma poi assòna con lucenuova, sicché può fare gioco fonico e ironico con questi due versi: sigillata malanova / dduma sta luci: p. 19), abaeterno adaeternum, agnusdei, noumeno, limen, lucus, liberanosamalo.

   Il livello grammaticale si completa con l’afèresi del siciliano chistu in stu e con la grafia di “ch” in “k”, o delle voci dei verbi ausiliari in ò (per ho) e ài (per hai). Si può citare, per la valenza umoristica che ha, pètrantalintìkkia (p. 71).

   In secondo luogo, Falcone ricorre a quelle figure di parole, o a quei giochi fonici, che accentuano la musicalità dei suoi versi (ripetizioni, paranomàsia, rime interne, allitterazioni, assonanze, isocòli).

A cominciare dall’inglese di questi due versi: fiero di the / the end (dove il pronome personale è solo “travestito” nella grafia). Ma gli esempi sono innumerevoli in questo campo. Si possono citare le rime: giornate/calate/scalate e festino/destino (p. 16), figli/fiorigigli (p. 43), il velo – il pelo (p. 60), benedetto non detto (p. 61), mandolino/dòrofino e tuffo/senzasbuffo (p. 62), incanto/unicovànto (p. 65), catarro/carro (p. 69), fratello/coltello e taverna/caverna (ripetuta due volte: p. 74). Oppure le assonanze: kalò/càlia (p. 22), stormo/ritorno (p. 68). D’altra parte è lo stesso autore che, a un certo punto, afferma sul suo linguaggio: “segmenti baciati da rima / assonanze / ordinate nei posti assegnati” (p. 82). Infine gli isocòli: promesso/premesso (p. 13), incedere incauto / incerto incanto (p.60). Esempi di allitterazione sono: Festa di Fuochi per Fiocco di luce (p. 17), cimedde tremule di

oparedde (p.66), atterro il tuo terrore (p. 75), luce di lucus (p. 78). E ci può essere persino una gradazione vocalica in “a”, come “turgidA AranciA sAnguignA sullA sogliA” (p. 17), o un gioco fonico come “aeioù pensacitù” (p. 61). O un vero e proprio divertissement come: “i ragazzi ragazzano / il padre padra / il sole sola / il gallo galla / il carro carra / il mare marra / barke sbarcano / il pescatore pescatora // magrebini magrebinano / il corridore corridora // il fumo fuma / uccelli uccellano / fiori fiorano / scrittori scrittorano // se ti kiamo / non kiedermi ancora / ke signifiki amore” (p. 44). L’autore, insomma, gioca e ci fa divertire.

   Per altro verso, lo scherzo e il divertissement rientrano nell’atteggiamento di fondo comico-ironico della personalità dell’autore, che in tal modo diminuisce il peso della presenza delle cose della realtà esterna, come avveniva in Montale. Si assiste così a una costante deminutio, a quelle forme di understatement che possono anche coinvolgere lo stesso io, autoironicamente e antifrasticamente, come nei versi: “l’incanto / sono io / mio unicovànto / ebbrezza della compagnia” (p. 65). Oppure in

questi versi dialettali: “cu dumanna di mia / com’un ci fussi / scrivìtimi a lu libbru di li persi” (p. 72). La scomparsa fisica si può appaiare a un senso di inutilità della stessa operazione scrittoria: “sono stanco / non riparto / lasciatemiquì / al tepore di ste quattro paginette” (p. 28). Oppure: “eccomi / umiliato dalla solitudine […] / girare da comparsa una fottuta mediocrità” (p. 53). Così, fra “singhiozzi di poesia attempoperso” (p. 79), in un “leucemico cuscus di nottechiara e parole” (p. 78), l’autore può concludere - nell’ultimo testo - con “meteore marine […] di lucio fermo sul suo sgabello / avvàcaluddaintra” (p. 83).

   Si comprende anche perché il vento, come simbolo archetipico vivificatore, sia salvifico (p. 10), impertinente (p. 33), dolcevento (p. 54), gioco di vento / ke spinge cieloemmàre (p.56).

   La temperie generale del libro, discendente dalla visione del mondo dell’autore, resta quella – già segnalata in passato - del non potere scorgere una finalità razionale nel corso del divenire esistenziale, dove l’individuo, slegato da ogni accomunante “noi”, resta in balìa degli affanni e delle nugae.

Come si può evincere da queste due citazioni: “inseguendo per istinto / una nostra povera mitologia familiare / scia a perdere / epopea popolare kenonfastòria” e “misura disuguale di vento / ke ciaccosta e respinge / a capriccio di caso ke governa” (pp. 49/50).

   Ma saggiamente l’autore può concludere - e noi con lui -: “accetto nel dormiveglia / l’azzardo della parola e del silenzio” (p. 20).

Lucio Falcone, La porta del giovedì, Pungitopo Ed., Gioiosa Marea [ME], 2015, s.i.p. (per contatti: pungitopo@pungitopo.com )


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