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La Mostra si terrà a Roma al Museo della Liberazione via Tasso - 1° febbraio - 1° marzo 2016

Dopo la Shoah, le opere di Eva Fischer a Roma

Eva Fischer nei ricordi di Alan David Baumann


:: Cultura Arte Spettacolo

Mar 26 Gennaio 2016 - 22:38


Immagine Principale

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Immagini: 1) Corsa Interrotta (Interrupted Race) - 1987 - cm. 54x73 - 2) Taled di mio padre (Taled of my Father) - 1947 - cm. 73x54

 

In occasione della giornata della memoria, per un mese saranno in esposizione al Museo della Liberazione di Roma, in via Tasso,  le opere esposte di Eva Fischer e di George de Canino. La mostra s'intitola "Dopo la Shoah", inaugurerà  il 1° febbraio per poi chiudere il 1° marzo 2016. Nel settore dedicato a Eva Fischer verranno esposte le opere selezionate tratte da “Diario segreto”,  dipinti tratti dalla mostra allo Yad Vashem – Gerusalemme.

Dopo la Shoah

1°febbraio / 1° marzo 2016 opere di Eva Fischer e di Georges de Canino

Eva Fischer “Diario segreto” – Selezione di dipinti dalla mostra allo Yad Vashem – Gerusalemme Georges de Canino – “Prigionieri” – Selezione di dipinti dalla mostra al Museo della Liberazione di Roma di via Tasso

 a cura di Francesca Pietracci

Inaugurazione e conferenza di apertura lunedì 1° febbraio ore 18:00 – 20:30 - via Labicana 15/A – Roma Interventi: Lauro Rossi Vice Presidente ANRP - Leone Elio Paserman Probiviro UCEI – Giorgia Calò Assessore alla Cultura CER - Francesca Pietracci Storica d’arte – Alan David Baumann Responsabile Archivio Fischer-Baumann - Georges de Canino Artista per la Memoria

Eva Fischer è nata a Daruvar (ex-Jugoslavia) nel 1920, è vissuta e ha lavorato a Roma fino al 2015. Sono più di trenta i suoi familiari scomparsi nei lager, compreso suo padre Leopoldo, Rabbino Capo e talmudista. Ha mantenuto segrete le sue opere sulla Shoah fino al 1989. Principali mostre: Museo di Belle Arti di Osaka, Museo Yad Vashem di Gerusalemme, Museo di Atene, Lefevre Gallery di Londra, Museo di Amsterdam e Fondazione della Cultura Ungherese di Budapest.

“I quadri esposti sono dedicati a mio padre e naturalmente a tutti quelli che non sono tornati … lasciando a noi vivi l’eredità di ricordarli, frugando nel tempo, tra i labirinti della memoria … queste mie opere appartengono ad un sentimento più che alla creazione di stati d’animo, sono una partecipazione al dolore di tutti i tempi.”

Eva Fischer

Georges de Canino è nato a Tunisi nel 1952, vive e lavora a Roma. L’artista si è dedicato costantemente ai temi della Shoah e della pace, della musica e della poesia. Principali mostre: 1974 Charleville (Francia), 1978 Biennale di Venezia, 1977 Beit Lohamei Haghetaot (Israele), 2000 Vittoriano (Roma), 2002 Tempio di Adriano (Roma), 2012 Fosse Ardeatine (Roma).

“Questo è il tempo dell’ascolto, questo è il tempo per ricordare, questo è il tempo per non dimenticare. La presenza dei testimoni è sempre un evento, il bene e la speranza sono uniti al loro dolore, alle loro ferite e alle loro lacrime che, nelle notti insonni, scendono verso il cielo come stelle nel firmamento.”

Georges de Canino

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Il Giorno della Memoria

di Alan David Baumann

I sei milioni di racconti della Shoah possono narrare di poche ore di vita, oppure raccontare una lunga esistenza, ma tutte portano allo stesso tragico epilogo, persino per coloro che fisicamente sono usciti da luoghi spettrali come Aushwitz-Birkenau, Dachau, Bergen Belsen.

Quando verso la fine degli anni 80 mio padre ed io scoprimmo quel diario segreto di Eva, mai avremmo creduto che una persona che tanto amava parlare e circondarsi di colori, tenesse celati tutti i risvolti di quel bieco periodo. Aveva sempre parlato della deportazione del padre e di altri 33 parenti diretti e ci aveva raccontato le peripezie per fuggire – assieme alla madre malata ed al fratellino Roberto di dieci anni più piccolo – da una Belgrado martoriata, per consegnarsi agli italiani sulla costa adriatica, perché “italiani brava gente”. Mai avremmo supposto, che nonostante la forza che trasmetteva in tutti coloro che frequentava, la vitale Eva necessitasse di rigettare la cupezza che invece continuava a tartassarla quasi fino al punto di insistere nel volerle togliere l’umanità e l’amore per la vita stessa. Come nei racconti che narrano della presenza in ognuno di un lato positivo e di uno nefasto.

Le ombre raccontate innanzitutto a se stessa lungo tutta la vita, e la convinzione di dover mostrarle specialmente a chi non aveva vissuto quei momenti, hanno creato un particolare  momento pittorico, parallelo a quelli, come le storie di biciclette o le architetture mediterranee, che avevano portato Eva Fischer ad una certa notorietà.

Fra le emozioni più forti, la curatrice Francesca Pietracci ha scelto di mostrarne due in occasione del Giorno della Memoria 2016. Il “Talled di mio padre” rappresenta una di quelle immagini che si tatuano sul cuore di un bambino. Il Talled è una sorta di scialle da preghiera, per i rituali religiosi ebraici. L’opera esposta è del 1947 e da poco l’uccisione del rabbino-capo Leopold Fischer – padre di Eva – era stata data per certa.

“Chi salva una vita, salva il mondo intero” è scritto nel Talmud, ma nelle altre cinque opere esposte, sono raffigurati quei sei milioni di esseri cui non riuscendo a togliere la loro umanità, il nazismo ha  bruciato le identità, una ad una, lasciando solo pile di scarpe ed altrove montagne di denti in oro, valigie, pettini accatastati oppure occhiali.

Le scarpe sono appese ad un chiodo come gli impiccati ai lampioni di Belgrado, oppure sono vecchie, ma vorrebbero ancora calpestare il suolo mentre Eva le immagina nel cielo. La corsa dei bambini viene interrotta perché troppo naturale, la vita passata senza un padrone è lontana da una tirannia idolatrata da un intero popolo.

Queste scarpe si ritrovano assieme in questa mostra per dare assieme forza alle loro punte e calciare ancora oggi coloro che negano la storia, coloro che cercano dei motivi, coloro che chiamano follia un desiderio sanguinario, mentre tutto sembrava normale, dovuto, oppure celato dietro ai “non sapevo”.

Eva Fischer

Immaginate un bambino che si ferma ad ammirare l’arcobaleno, mentre una bicicletta innamorata perde la strada. Dall’oblò si delinea il fascino di una città lungo le sponde del Mediterraneo, e lo sguardo cerca la propria casa, muro dopo muro. Si intravedono figure che lavorano o giocano a carte, ombrelloni che nascondono i vecchi banchi dei mercati rionali. L’arcobaleno si propaga lungo le strade della memoria, poi improvvisamente si azzera nel vuoto, e sale l’urlo straziante di milioni di persone alle quali una forza crudele ha strappato l’identità. 

Resta quel bimbo, superstite fra i colori del cielo, a raccontare il passato e fermare il presente dell’uomo. Eva Fischer può essere anche questo agli occhi di un visitatore impreparato.

Una lunga vita pittorica – suggellata da 130 mostre personali in giro per il mondo – nella quale l’artista ha raccolto pareri, giudizi e impressioni espresse attraverso varie simbologie, forme e graduazioni coloristiche. Era l’ultima rappresentante della Scuola Romana del dopoguerra. L’estro, le tonalità, un raffinato e appropriato utilizzo – o addirittura sfruttamento – dei colori, hanno reso i suoi momenti pittorici tra i più apprezzati nell’arte del XX secolo.

Nelle sue opere i colori la fanno da padroni. Come in un fotofinish intrappolano una sequenza e la trasmettono, anche violentemente. Eva era una costante raccoglitrice di vita, le cui espressioni restano testimoni indeformabili; chi visita una personale diventa l’eterno bambino che dal 1946 si nutre dei suoi cromatismi.

Eva Fischer era nata a Daruvar (ex Jugoslavia) il 19 novembre 1920. Il padre Leopoldo, Rabbino Capo ed eccellente talmudista, venne deportato dai nazisti. Sono più di trenta i familiari di Eva scomparsi nei lager.

Negli anni precedenti la guerra, Eva si diplomò all’Accademia di Belle Arti di Lione e fece ritorno a Belgrado, in tempo per subire i bombardamenti nazisti sulla città, senza dichiarazione di guerra. Ebbe così inizio un periodo travagliato fatto di fughe e costellato da privazioni e duri sacrifici.
Insieme alla madre e al fratello minore, venne internata nel campo di Vallegrande – Isola di Curzola – sotto amministrazione italiana, che non conobbe (Eva era lieta di dirlo) ferocia alla pari di quella nazista. Per una malattia materna ebbe il permesso di assisterla insieme al fratello nell’ospedale di Spalato; quindi si trasferì con i suoi cari a Bologna sotto falso nome. Eva ricordava spesso quel tempo infausto in cui i partigiani, della cui Associazione era membro ad honorem, non rifiutavano aiuto e solidarietà ai perseguitati.

A guerra finita, scelse Roma come città d’adozione: intenso è stato l’amore che provava per questa città.
Entrò immediatamente a far parte del gruppo di artisti di Via Margutta, coi quali contrasse indelebili legami. Di quel periodo era la sua amicizia con Mafai e Guttuso, Tot, Campigli, Fazzini, Carlo Levi, Capogrossi, Corrado Alvaro, e i molti di quella generazione che avevano maturato idee luminose nel buio della dittatura. Intensi furono i legami con De Chirico, Mirko, Sandro Penna e Franco Ferrara, allora già brillante direttore d’orchestra. Venne così il tempo di passeggiate notturne con Jacopo Recupero, Cagli, Avenali, Giuseppe Berto, Alfonso Gatto, e con Maurice Druon, non ancora Ministro della Cultura francese, che andava scrivendo le pagine de Le Grandi Famiglie. Fu allora che Dalì vide e s’innamorò dei mercati di Eva, mentre Ehrenburg scrisse delle “umili e orgogliose biciclette”. Con Picasso s’incontrarono nella casa di Luchino Visconti, parlando a lungo d’arte contemporanea e del sussulto intimo che porta alla creatività. Picasso la esortò a progredire nella luce misteriosa delle barche e delle architetture meridionali. A Parigi conobbe Marc Chagall, diventandone amica devota e profonda ammiratrice.

Alla fine degli anni Cinquanta si stabilì nel popolare quartiere di Trastevere. Sotto di lei viveva il compositore Ennio Morricone. Nacque un profondo legame anche artistico. Nel 1990 Ennio le ha dedicato il CD A Eva Fischer Pittore.

Il mondo della Fischer era fatto di brevi viaggi sulla scia dell’ispirazione: da Israele, in cui dipinse mirabili tele di Gerusalemme e di Hebron (e le vetrate del Museo israelitico di Roma), fino agli USA, dove la sua arte è tuttora richiesta da numerosi collezionisti ed estimatori.

Nonostante la sua arte fosse conosciuta nel mondo, parlava di sé con la modestia tipica del coraggio e della sensibilità. Era una donna arguta, dallo sguardo pulito e profondo. Nel 2008 il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano le ha conferito l’onorificenza di Cavaliere al merito della Repubblica.

Nell’ultimo periodo di vita Eva decise di “parlare ad ognuno la sua lingua” – ne conosceva otto – e si rammaricava di poter dipingere solo con la mente. È mancata il 7 luglio 2015.


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