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ANCORA SU TITO SCHIPA

Nel cinquantenario della morte - L’uomo, l’artista

di Cristina Martinelli, saggista


:: Cultura Arte Spettacolo

Lun 07 Dicembre 2015 - 22:36


Immagine Principale

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Immagini: L'artista Tito Schipa 

 

         Ricorrendo il Cinquantenario della morte di Tito Schipa (Lecce, 27 dicembre 1888 – New York, 16 dicembre 1965), chi volesse rendere omaggio al famoso “tenore di grazia”, certamente si porrebbe la mia stessa domanda: «cosa dire ancora del più grande e celebrato interprete del bel canto italiano del secolo XX, un artista di fama internazionale che collezionava riconoscimenti e onorificenze, tra cui la Legion d'Onore francese, che guadagnando cifre enormi, era continuamente nella classifica degli uomini più ricchi del mondo e poi, sperperando con altrettanta facilità, era diventato l’emblema del glamour»? In conclusione, sia l’artista che l’uomo sono già stati molto indagati, persino attraverso gli schemi politologici imposti dalla Guerra Fredda. Forse oggi, dalle distanza prospettica di mezzo secolo, possiamo serenamente riaffermare che, come ogni vero artista, Tito Schipa è stato appieno interprete del sentire del suo tempo, risultandone il testimone con la propria arte e lo stile di vita, quindi documento di quella stagione.

         Qualche tempo fa, in un altro mio scritto, segnavo alcune note sull’influenza culturale della canzone “Vivere” in evenienze polacche, in particolare, la citazione del verso «…Vivere, vivere, senza nostalgia!...» nella poesia “Italia bella” del polacco Jan Olechowski, poeta, saggista, romanziere, giornalista, commentatore politico di Radio Free Europe. Sia il verso suddetto, che il titolo, essendo entrambi in lingua italiana, campeggiano nel testo in polacco, composto nel 1944, quando il 2° Corpo d’Armata del generale Anders combatteva in Italia a fianco degli Alleati. (Cfr. “Dopo Montecassino, avanzando con in testa “Vivere”, in «Paese Italia Press», Mar 18 Novembre 2014). L’assunto era che la grande popolarità del film del 1937 Vivere del regista Guido Brignone, ma anche e soprattutto della canzone omonima, eseguita nel film dal protagonista, il tenore Tito Schipa, fu poi da lui portata ad un tale successo internazionale, da divenire segno culturale immediatamente riconoscibile ed evocativo e, così, ispirare anche questo scrittore straniero.

         Un fatto che si aggrumi fino a farsi cultura, solitamente non è il frutto di un unico elemento, ma in questo caso, quasi da soli ebbero un ruolo determinante la popolarità, il fascino, in una parola la grandezza della star dell’era fascista. L’accattivante motivetto swing, calato in un film drammatico - la protagonista in pericolo di vita, causa un incidente stradale mentre cerca di raggiungere in auto il tenore che è scappato all’estero di fronte al franare della famiglia – nulla avrebbe potuto se la voce di Schipa non l’avesse diffusa dai grammofoni e dalle radio Balilla, facendola acquisire come un inno all’ottimismo, mentre vi si può facilmente cogliere una vena ironica, una Filosofia in contrasto con le certezze della “fede fascista”, ancor prima dello sbandamento provocato poi dalla Guerra. Quantomeno stravagante, essere felice perché la donna amata è scappata con un altro, e soltanto così sentirsi padrone della propria vita: “Vivere / Senza rimpianti / senza mai più conoscere cos’è l’amore, / cogliere il più bel fiore / goder la vita e far tacere il core! E Ridere / delle follie del mondo...”.

         Questo menefreghismo e il sentimento di leggerezza che suscitava, tanto da essere definita la canzone dell’allegria fascista, necessiterebbero di analisi dotte, ma da semplice osservatore mi sembra che, come accade nell’innamoramento, il bisogno e l’irrazionale abbiano giocato partite separate, sublimandosi poi in ebbrezza collettiva attraverso la voce di Tito Schipa. Questa potrebbe essere la chiave di lettura del successo di questa canzone, incredibile, quanto straordinario e duraturo.

         Se per la poesia di Olechowski la contaminazione è esplicita e netta, il contesto storico-culturale nel quale si è prodotta mi induce a ipotizzare, pur in mancanza di elementi, che proprio la suggestione di questa canzone abbia ispirato anche Vogliamo vivere!, il titolo della versione italiana del film del 1942 “To be or not to be” del regista tedesco, naturalizzato americano, Ernst Lubitsch e, quindi, che non fosse un titolo banale e retorico come ritenuto da molti, ma che rispondesse a richiami ricchi di valenze culturali ed artistiche, in grado di stimolare la riflessione, probabilmente più ancora della arcinota domanda esistenziale shakespeariana di quello originale, che è sì la frase più ricorrente nel film. È attorno al monologo dell’Amleto, infatti, che è imbastita la commedia: alla vigilia dell’invasione tedesca della Polonia, la compagnia teatrale di Varsavia dei noti attori Josef e Maria Tura sta provando la pièce satirica “Gestapo”, ma la censura ne impedisce la messa in scena e il testo deve essere sostituito con l’Amleto; è proprio quando Josef attacca il monologo shakespeariano che sua moglie, la bella Maria, incontra in camerino i propri spasimanti; la primadonna non disdegna la corte dell’affascinante tenente Sobinski, un giovane aviatore polacco che allo scoppio della guerra va al fronte e poi raggiunge in Inghilterra la Resistenza polacca, ma torna rocambolescamente a Varsavia con delle notizie su una pericolosa spia che va neutralizzata; saranno le doti istrioniche di Maria e di Joseph a riuscire nell’impresa di salvare l’esistenza degli attori ebrei e quella della Resistenza polacca, agendo tra spie e gerarchi, in un susseguirsi di travestimenti, scambi di persona, equivoci, e gag rimaste famose. Una partita pericolosa, dunque, che giustifica il titolo della versione francese “Jeux Dangereux”.

         Questa stringatissima sinossi si è resa qui necessaria per porre in evidenza che la scelta del titolo italiano è più pregnante di quello francese, ma anche dell’originale, scontato e facile, vista la reiterata scena del monologo dell’Amleto, non soltanto per il richiamo alla attualità del successo di Vivere e neppure per la circostanza che, come in quel film, la tragedia era portata da un incidente - l’attrice Carole Lombard,, che interpretava Maria Tura, poco prima dell’uscita del film morì in una sciagura aerea: tratto dal testo teatrale del drammaturgo ungherese Melchior Lengyel Noch ist Polen nicht verloren (La Polonia non è morta), che è anche il primo verso dell’inno nazionale polacco, rimanda al sentimento patriottico polacco che fu condiviso in molta parte dell’Occidente, massimamente negli ambienti culturali. Insomma, il titolo italiano giocherebbe sulla dicotomia morte/vita. Il film è una pungente satira del nazismo, dei suoi ideali e atrocità, e si sviluppa intorno ad elementi storicamente reali, innanzitutto l’uso che la Resistenza polacca fece del Teatro durante l’occupazione, a cui partecipò lo stesso Karol Wojty?a. Quello, “Teatro della parola viva”, era per i Polacchi, per salvaguardarne lo spirito nazionale attraverso la riproposizione dei classici polacchi, mentre Vogliamo vivere! parla all’Occidente con la satira, mostra il risvolto ridicolo del nazismo, combatte con l’arma del sorriso: si ride per vivere e per vincere. Questa via d’uscita catartica è propria del Witz, l’umorismo ebraico, e Lubitsch era ebreo.

         Ecco, avendo fin qui parlato dell’estasi culturale intorno alla canzone Vivere, si potrebbe pensare che abbia perduto il filo, invece questo lungo giro è per ritornare su Tito Schipa e poter asserire che, nonostante tutto questo eccezionale successo, l’inevitabile divismo non ne guastò l’animo generoso e solidale, tratto particolarmente salentino. Sono ampiamente noti molti esempi di sue donazioni, recite per beneficenza o per sostenere progetti importanti, ma lì si potrebbe ancora intravvedere un desiderio di protagonismo, un’occasione per apparire, mentre molto più significative sono le piccole storie del suo interessamento ai problemi degli altri, rimaste nascoste, come quella raccontatami dal giornalista Domenico Maria Ardizzone.

         Come aveva già scritto in un suo articolo del 2013, suo padre Giuseppe Maria (1890-1966), anch’egli giornalista, e Tito Schipa si incontrarono il 9 luglio del 1910, in occasione del successo del tenore leccese al Teatro Mastrojeni di Messina nella Traviata di Verdi. Avendo notato che in scena il tenore leccese doveva sollevarsi sulla punta dei piedi per abbracciare la soprano Claudia Muzio più alta di lui, nella recensione che ne fece per il «Giornale di Sicilia» lo invitò scherzosamente a “moderare ‘i suoi bollenti spiriti e il giovanile ardore’ per non trasformare il pubblico in candela stearica plaudente” Letto l’articolo, Tito Schipa si presentò in redazione per conoscere l’autore e nel ringraziarlo gli gettò le braccia al collo. (Cfr. Moleskine, ottobre 2013). Recentemente, in una nostra conversazione privata su questi suoi ricordi di famiglia, Domenico Maria Ardizzone mi ha aggiunto che da lì nacque un’amicizia “istintiva” e duratura, che Schipa rese tangibile quando, avendo saputo che il giornalista era stato licenziato dalla «Gazzetta di Messina e della Calabria» perché non aveva preso la tessera del Partito fascista, ne parlò al suo conterraneo Achille Starace, segretario generale del PNF. Così avvenne che Giuseppe Maria Ardizzone fu nominato Capo ufficio stampa della Fiera di Messina, incarico che dovette interrompere dopo appena una settimana, perché richiamato in Guerra, ma che riprese nel Dopoguerra.

 


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