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Elisabetta Catamo, la sua Arte e l'INPM

Mentre attendo il mio turno rifletto: le persone che vengono qui all’Istituto hanno sicuramente un vissuto di dolore, di sofferenza, di vulnerabilità fisica e psicologica......Se potessi, creerei forme e colori per dar loro un tempo nuovo di riflessione personale che stimoli stupore e leggerezza!!!

a cura di Tiziana Grassi


:: Sociale

Ven 07 Agosto 2015 - 17:33


Immagine Principale



ELISABETTA CATAMO, ARTISTA

Roma, INMP, Sala d’accoglienza. Una mattina di novembre 2013

Sono qui. Guardo attorno a me le pareti bianche della Sala d’accoglienza di questo Istituto che conosco bene perché abito qui a Trastevere da oltre 40 anni. So che qui, senza interminabili e logoranti attese, nella stessa giornata in cui mi rivolgo all’Istituto, medici competenti si prenderanno cura di me e del mio problema. Osservo lo spazio che mi circonda. Tanta gente che aspetta come me di essere visitata. Mentre ascolto tante lingue diverse… Penso. Sicuramente è una mia “deformazione professionale”, sono stata titolare alla Cattedra di Decorazione nell’Accademia di Belle Arti a Firenze e lo spazio per me diventa un campo visivo dove tutto accade: si può modificare e arricchire attraverso il colore, le forme e i simboli. Queste pareti bianche le trasformerei in spazi sensibili stabilendo nuove armonie ed equilibri, credo che aiuterebbero i pazienti a vivere meglio l’attesa, forse per alcuni minuti si sentirebbero “a casa”. Quarant’anni fa (lo ricordo anco ra) mi colpì un ospedale che visitai ad Amsterdam: le pareti interne dei corridoi e le sale d’at- tesa erano decorate con opere d’arte: era una festa dell’accoglienza che faceva allontanare il disagio e la paura.

Mentre attendo il mio turno rifletto: le persone che vengono qui all’Istituto hanno sicuramente un vissuto di dolore, di sofferenza, di vulnerabilità fisica e psicologica, molte non conoscono la nostra lingua, e spesso hanno subìto gravi traumi perché fuggono da zone di guerra... Se potessi, creerei forme e colori per dar loro un tempo nuovo di riflessione personale che stimoli stupore e leggerezza!!! Vorrei mettere la mia arte, la mia professionalità al servizio degli altri. Non più mostre ed esposizioni in luoghi esclusivi di cui il mio percorso professionale è già relizzato. Ma un’arte da condividere con chi soffre, nella speranza di regalare emozioni, sensazioni, attimi di serenità. Ecco, forse questo creerebbe un dialogo, un ponte tra il me persona e artista e gli altri che passeranno da questo Istituto, persone che soffrono, che hanno subito violenze, lutti, o che hanno lasciato i loro cari, le loro case, le loro terre, i loro colori, i loro odori, tutto. Persone che si sentono sole, spaesate, che vengono in Italia alla ricerca di una vita migliore, di dignità. E’ a loro che vorrei dedicare il mio lavoro attraverso il linguaggio universale ed emozionale dell’arte, delle immagini, delle suggestioni. Accompagnandoli in questi luoghi in cui medici, psicologi, mediatori culturali si prendono quotidianamente cura di loro. Per un viaggio, un percorso di significazione ontologica. Tra luoghi di origine e d’accoglienza. O così, almeno, dovremmo essere.

Ho deciso. Oggi stesso, quando mi avranno visitato, appena tornerò a casa, scriverò al Direttore dell’INMP. Voglio proporre la mia idea… Non so se mi risponderanno, ma sarebbe bellissimo vedere quelle pareti espandersi in una poetica dello spazio. In un luogo di cura (anche) dell’anima.

 

CONCETTA MIRISOLA, DIRETTORE GENERALE INMP

Oggi questo Istituto è più bello, più accogliente, perché le persone che vengono da noi penso abbiano bisogno anche di una certa atmosfera, oltre che delle nostre cure socio-sanitarie. Così, quando quel giorno di neanche due anni fa Elisabetta Catamo mi scrisse proponendomi la sua idea di come avrebbe arricchito e colorato i nostri spazi, non ebbi un minuto di esitazione. La sua sensibilità nell’aver pensato a rendere più caldi gli spazi dell’Istituto mi aveva particolarmente colpita. Appena lessi la sua email, le risposi subito, com’è mia consuetudine quando qualcuno si rivolge all’INMP. Le scrissi: è con grande piacere che ho accolto la preziosa proposta di voler prestare la Sua opera a favore dell’Istituto... Ci incontrammo di lì a poco. Tutto iniziò rapidamente, accompagnando Elisabetta in sopralluoghi per contestualizzare le attività, spiegandole il significato di questi luoghi che si prendono cura della persona, raccontando le storie più significative dei pazienti incrociati personalmente in questi anni.

Alla fine del nostro incontro Elisabetta mi lascia un catalogo sulle sue creazioni. Ho cominciato a sfogliare le pagine con vivo interesse e curiosità… È stata per me una rapida e intensa “avventura” che ha fatto volare la mia mente verso direzioni inaspettate e diverse da quelle che si vivono qui ogni giorno. Ho pensato: anche le attività che si portano avanti nel nostro Istituto rendono i professionisti della salute, e le persone che a loro si rivolgono, protagonisti di un’“avventura” speciale: l’incontro di mondi, culture, e professionalità diverse che fanno di questo posto un luogo ricco di memorie e di energia.

L’idea di unire questo “mondo esperienziale” con quello dell’arte, attraverso la realizzazione di interventi di decorazione dei nostri ambienti che mi aveva proposto Elisabetta, mi trovava ancora più convinta. Ero assolutamente d’accordo. L’arte nei luoghi di cura serve, a volte, per riscoprire e arricchire il senso di sé. L’umanizzazione degli spazi che servono alle nostre cure non ha solo un valore estetico, ma anche simbolico, come specchio del valore intrinseco che ogni persona che viene accolta racchiude dentro di sé. Questo sentire è la premessa necessaria per cominciare a progettare ogni spazio anche attraverso la sua qualità funzionale, estetica e la ricchezza di valori simbolici che esprimono la nostra umanità. La struttura stessa in cui si trova l’Istituto è un antico scrigno prezioso che annuncia quotidianamente l’unicità delle persone che accoglie e cura.

 

C’è una parola di origine sanscrita che significa “togliere sofferenza e dare felicità”. Questa stessa parola è “compassione”, spesso utilizzata solo per esprimere un atteggiamento di sofferta partecipazione ai dolori altrui. Ho proposto allora ad Elisabetta di riflettere insieme su queste sofferenze, attribuendo a ognuna una forma spaziale completa di tutto ciò che occorre per alleviarla, coinvolgendo il personale sanitario, e le persone che si rivolgono a noi, sia nelle scelte che nell’esecuzione delle opere. Non si tratterà, quindi, di una semplice esposizione di opere o di una mera decorazione, ma bensì di riempire di valori artistici gli spazi che riguardano la nostra cura, riprendere il filo di una tradizione antica che ri- sale ai tempi di Ippocrate e, quindi, alla nascita della medicina scientifica. Le più recenti esperienze clini- che   dimostrano,   infatti,   come   il   decorso   post operatorio in una stanza gradevole riesca a velocizzare la guarigione…

“Sono certa, pertanto - gentile Professoressa Catamo - che le opere d’arte che creerà per noi, non abbelliranno solamente l’ambiente che ci circonda, ma potranno donare maggiore serenità e benessere alle persone che ogni giorno, con fiducia e speranza, si rivolgono a noi”.

 

Elisabetta Catamo 

La persona e la salute psico-fisica nei reverberi dell’arte La mia ricerca è liberamente ispirata alle strutture cellulari. Le opere si pongono in relazione con lo spazio circostante provocando variazioni percettive attraverso il colore, le forme, il ritmo compositivo. È un campo vitale e pulsante che concilia l’arte con l’architettura. Oltre alla cura del corpo, trovo necessario curare l’anima attraverso la creatività. L’arte non è, non deve essere un piacere estetico per pochi, ma strumento e miglioramento accessibile a tutti. È un tempo di riflessione, di contemplazione, dove la bellezza si avvicina a chi soffre.

“È con gli occhi della mente che affondo nel mare dell’inconscio. Mi lascio andare, decido di smarrirmi, emozionata, incuriosita, sola con me stessa in questo oceano, con la speranza di sorprendere i misteri della vita. Spazio e tempo scompaiono, il rapporto tra passato-presente- futuro perde la sua importanza. Spingendo lo sguardo oltre i confini del reale, rimuovo e porto alla luce energie primitive. L’incontro di due o tre elementi crea tensioni di forze, pur nella loro immobilità, tutto palpita e respira. Una psiche antica dà origine a questo gioco fantastico. È un’avventura nell’ignoto che mi porta verso direzioni inattese. Ogni oggetto va oltre il suo significato apparente, ha una sua anima segreta.  Oggetti dalle forme tondeggianti uniti da una invisibile simpatia, attratti, o respinti in campi magnetici contrapposti. La luce diretta, i contrasti forti, i colori netti, li focalizzano in una dimensione assoluta ...

L’INMP è indispensabile per l’accoglienza e la cura degli immigrati. L’idea di intervenire all’interno dell’Istituto con mie opere è nata dal desiderio di lasciare una traccia significativa sul territorio. Trastevere è un quartiere antico con una dimensione umana particolare dove io vivo dal 1974.

 

Sono rimasta emotivamente coinvolta dalla realtà di questo grande ospedale costruito nel 1724, voluto da Papa Benedetto XIII. La mia proposta è stata quella di stabilire un dialogo con l’interno, nel desiderio di indurre le persone (pazienti in attesa) a scivolare in un “poetico straniamento” dalla loro quotidianità, spesso dolorosa.

Ogni stanza ha una sua identità che si differenzia dalle stanze successive, pur mantenendo un linguaggio che le accomuna.

Corridoi, sale d’attesa, uffici… Le pareti ora sono scandite da un nuovo ordine, un diverso ritmo compositivo che interagisce tra colori e forme. Sento di aver dato un contributo sul piano sociale ricreando una realtà che nel passato storico degli spazi pubblici era presente ma poi si è persa nel tempo.

 

Mentre il tempo dell’Istituto scorreva tra le sue consuete attività quotidiane nei nostri ambulatori specialistici, i percorsi di medicina sociale, i corsi sulla mediazione transculturale, le sue pareti, giorno dopo giorno, con la presenza discreta e costante di Elisabetta,

andavano prendendo forma, colori, sfumature. Quelle forme, quei cerchi, che evocano l’unità, l’unicità, il raccogliersi dell’essere umano nel suo centro, il nostro approccio olistico!

Il poeta, l’artista hanno la capacità e la possibilità di annullare le certezze geometrizzanti, non leggono linearmente, intendono un al di là rispetto alla dimensione fisica, e per questo penso possano aiutare a sensibilizzare il mondo vicino, a capovolgere le prospettive, a rompere consuetudini di sguardo e categorie, in una rêverie dell’altrove, fisico e psicologico... Quegli uccelli migratori per esempio, rimandano... C’è un rapporto ampliante tra immagine e psiche, perché gli spazi poetici possono abitare le stelle, espandersi, ridare nuovi occhi, legare passato e avvenire, sorprendere e trascendere, aprire finestre verso il mondo interiore e verso l’esterno, possono andare oltre i confini spaziali e geografici... I confini! E le immagini di Elisabetta mi sono subito sembrate giuste, in sintonia con l’impegno del nostro Istituto – qualcuno le definisce ‘affinità elettive’ - perché possiedono una propria essenza, una propria freschezza, un proprio dinamismo, una profondità. Aperte all’incessante divenire, proprio come l’esistenza, possono farci andare lontano. E può suc- cedere che l’apparizione di un’immagine, la sua fiammata, la sua vita interiore, possa reagire su altre anime, in altri cuori, in una transoggettività incessantemente attiva. Che poi è ciò che muove il nostro Istituto, nella relazione intersoggettiva,  empatica,  che  si  stabilisce  tra  il  nostro  personale  socio-sanitario – medici, psicologi, mediatori transculturali, interpreti, antropologi - e i nostri pazienti, nel nostro approccio olistico alla persona e ai suoi bisogni.

 

La tavolozza dell’INMP per una cartografia dell’anima. I colori dell’accoglienza

 

…“Il piano del silenzio è costellato di punti luminosi. Il rosso è memoria d’oriente. Il vuoto separa l’unità primordiale. Tra il mondo dei segni e il mondo della polvere c’è un infinito che sfugge”…

Il colore influenza lo stato d’animo e i sentimenti: ha il potere di rallegrare,

stimolare, tranquillizzare…il colore è un modo di sentire. L’enfasi del colore cattura l’attenzione, colori caldi e freddi si influenzano a vicenda.

Il rosso ha un’energia radiante, aumenta la frequenza respiratoria…trasmette vitalità, calore, è ricco, potente, attira a sé lo sguardo…

L’arancione è stimolante, espansivo anche se in misura moderata è fertile, fecondo, è simbolo di maturazione.

Con il rosa si passa al femminile, evoca toni leggeri, delicati, sottomessi. Ricorda il colore pallido della pelle, è rassicurante, è il colore dell’accoglienza.

Nelle mie opere (realizzate appositamente per l’ospedale) ho spesso usato questi colori asso- ciati ad altri colori neutri che svolgono un ruolo di mediazione: una calma grigia di fondo accentua e dà energia vitale ai colori più vivaci. Sono partita dalla ‘Cellula’: la più piccola struttura vivente, unità fondamentale di ogni organismo umano.

Le cellule costruiscono il nostro corpo, sono un sistema dinamico che si differenzia nella forma, nella grandezza, nella funzione. È stato il mio punto di partenza che ha dato spazio alla mia fantasia. Forme tondeggianti sospese in uno spazio neutro si avvicinano o si allontanano, si uniscono, galleggiano a mezz’aria, si attraggono o si respingono…

 

L’Istituto si occupa molto di Infanzia, di bambini che vengono da Paesi lontani e che hanno subito molteplici traumi… Per loro abbiamo medici... A loro andava prestata la massima cura nello scegliere forme, colori... Con Elisabetta, riflettemmo a lungo pensando a quale avrebbe potuto essere l’ambiente più idoneo, ludico e accogliente per avvolgere la loro sofferenza. Com’è avvenuto per il collage di stoffa, e che ora “riempie” e rallegra gli ambienti dedicati ai colloqui psicologici, in particolare dei minori. Mi piaceva molto l’idea di tanti pesci colorati che s’incrociano e si incontrano, pur viaggiando in direzioni diverse, poiché credo rispecchi appieno la “filosofia” del nostro Istituto…

 

ELISABETTA CATAMO

Per me tutto “accade” all’interno di un campo delimitato.

Uno spazio ‘che viene misurato’. Uno spazio costruito mentalmente su cui intervenire con scelte di colori e forme ridotte all’essenziale.

Il colore vibra e si propaga in un suono interiore: si contrappone al silenzio della superficie cir- costante. Il campo visivo si dilata attraverso il ritmo compositivo, in una ricercata compostezza strutturale.

Ogni stanza è diversa dalle altre, è un’opera unica, originale.

 

CONCETTA MIRISOLA

Mi guardo intorno, nel mio ambiente di lavoro, a cui dedico tutte le mie energie, professionalità e passione. I fattori, ripeto sempre, che insieme allo spirito di gruppo, alle sinergie, al fare in rete, rendono possibili cose altrimenti impensabili. L’INMP, da quando lo dirigo, si muove su questo tracciante. E le opere di Elisabetta Catamo, che punteggiano ogni angolo dell’Istituto, ne sono ormai parte integrante e tutti noi che ci lavoriamo - così come mi auguro anche le persone che si rivolgono a noi ormai, non riusciremmo a immaginarlo senza questa nuova e vitale brezza di colori. Ogni giorno passano da quella Sala d’accoglienza centinaia di persone che chiedono assistenza per i motivi più diversi. Ogni giorno noi siamo qui per loro, nei nostri ambulatori, a Lampedusa, a Gibuti, mentre la nostra Unità sanitaria mobile va per una medicina di prossimità verso chi non può raggiungerci. Prossimità. Una parola che potremmo utilizzare, in questo caso, anche per l’arte.

Un’arte di prossimità, si potrebbe dire, come quella di Elisabetta, che va incontro a tutte le persone, e non solo a quelle che hanno chiavi di lettura critica. Un’arte olistica. Da una persona, un’artista, una paziente che neanche due anni fa si rivolse al nostro Istituto per una visita medica. E che oggi è un’amica dell’INMP. Onde di empatia che uniscono persone nel flusso della vita e delle migrazioni. Come quegli uccelli il cui volo comunitario in stormo disegna sorprendenti forme. Oltre i confini.

 

Note biografiche di Elisabetta Catamo

 

Elisabetta Catamo è nata a Roma nel dicembre del 1948 dove risiede e lavora. Si diploma nel 1969 al 1° Liceo Artistico

Statale, allieva di Piero Guccione, Nicola Carrino e Nino Cordio.

Nel 1970 soggiorna per un anno a Londra. Rientrata a Roma si iscrive alla scuola di Decorazione presso l’Accademia di

Belle Arti di Roma, allieva tra gli altri di Antonio Scordia e di Marcello Avenali.

Nel 1978 le viene conferito l’incarico di Assistente alla Cattedra di Decorazione presso l’Accademia di Belle Arti di Roma. Successivamente insegna all’Aquila. Nel 1994 diviene Titolare della Cattedra di Decorazione all’Accademia di Belle Arti di Carrara, dopo due anni si trasferisce definitivamente all’Accademia di Firenze.

La sperimentazione e la ricerca sono una costante della sua attività artistica che prende avvio nella prima metà degli anni

Settanta con esperienze legate alla pittura, al collage, alla fotografia, a strutture tridimensionali.

Il linguaggio fotografico   costituisce l’aspetto dominante per circa 10 anni, fino al 1990. Il suo immaginario attinge fin dall’inizio al mondo della natura, fonte primaria di coinvolgimento sensuale emotivo, e di infinita fantasia. Costruisce spazi mentali, inquietanti segnali, oggetti che rivelano una loro natura “altra”. La formazione pittorica e il senso intimo del suo lavoro la spingono a usare la fotografia fuori dagli schemi linguistici tradizionali, istituendo una linea di ricerca del tutto particolare e atipica nel contesto della ricerca fotografica contemporanea.

Tutto  ciò  non  le  impedisce  di  sconfinare  nella  realtà  dello  spazio  tridimensionale,  ai  confini  tra  scultura  dipinta  e

installazione. La sperimentazione dei materiali più eterogenei continua a caratterizzare la sua ricerca mantenendo una sua coerenza poetica.

 

Mostre personali

Amsterdam, Bari, Cairo (premiata alla 9a Biennale d’Arte Internazionale), Città del Messico, L’Aquila, Londra, Lubiana, Milano, Roma, Siena, Piacenza, Sorrento, Spoleto, Tokyo, Torino.

 

Mostre collettive

Arles, Alatri, Bari, Bergamo, Brescia, Bologna, Fabriano, Firenze, Livorno, Londra, Macerata, Milano, Napoli, Orvieto, Parigi, Padova, Pisa, Roma, Sarajevo, Sanremo, Savona, Seoul, Sulmona, Termoli, Urbino.

 

Collezioni

Banca Nazionale del Lavoro: Alba, L’Aquila, Ferrara. Palazzo Racani Arroni, Spoleto. Università di Parma. Università di Tor Vergata, Roma. Lilly Sesto Fiorentino. Accademia Carrara di Bergamo. Santuario San Gabriele, Teramo. Museo d’Arte delle Generazioni Italiane del ‘900 Bargellini Pieve di Cento (BO). Sanskriti Kendra Foundation, New Delhi. Azienda agricola Castelvecchio Terricciola (PI).

 

Testi critici

Bruno Boveri, Giuseppe Cannilla, Laura Cherubini, Anna Cochetti, Attilio Colombo, Manuela Crescentini, Fabrizio Crisafulli, Enrico Crispolti, Gabriella Dalesio, Robin Datt, Mario De Candia, Arianna Di Genova, Giorgio Di Genova, Carmine Siniscalco, Carlo Arturo Quintavalle.

 

Recensioni

Art & Dossier, Arte Inn, Allgemeines Kunstler Lexikon Leipzig, Il Diaframma, Flash Art, Giornale dell’Arte, Juliet, Terzo

Occhio, The Hill Magazine, La Pittura in Italia “Il Novecento 2” Electa, Arte Contemporanea 1998 DeAgostini…

 

La persona e la salute psico-fisica nei reverberi dell’arte La mia ricerca è liberamente ispirata alle strutture cellulari. Le opere si pongono in relazione con lo spazio circostante provocando variazioni percettive

attraverso il colore, le forme, il ritmo compositivo. È un campo vitale e pulsante che concilia l’arte con l’architettura. Oltre alla cura del corpo, trovo neces- sario curare l’anima attraverso la creatività. L’arte non è, non deve essere un piacere estetico per po- chi, ma strumento e miglioramento accessibile a tutti. È un tempo di riflessione, di contemplazione, dove la bellezza si avvicina a chi soffre.

“È con gli occhi della mente che affondo nel mare dell’inconscio. Mi lascio andare, decido di smarrirmi, emozionata, incuriosita, sola con me stessa in questo oceano, con la speranza di sorprendere i misteri della vita. Spazio e tempo scompaiono, il rapporto tra passato-presente- futuro perde la sua importanza. Spingendo lo sguardo oltre i confini del reale, rimuovo e porto alla luce energie primitive. L’incontro di due o tre elementi crea tensioni di forze, pur nella loro immo- bilità, tutto palpita e respira. Una psiche antica dà origine a questo gioco fantastico. È un’avventura nell’ignoto che mi porta verso direzioni inattese. Ogni oggetto va oltre il suo significato apparente, ha una sua anima segreta.  Oggetti dalle forme ton- deggianti uniti da una invisibile simpatia, attratti, o respinti in campi magnetici contrapposti. La luce

diretta, i contrasti forti, i colori netti, li focalizzano in una dimensione assoluta ...

L’INMP è indispensabile per l’accoglienza e la cura degli immigrati. L’idea di intervenire all’in- terno dell’Istituto con mie opere è nata dal desiderio di lasciare una traccia significativa sul territorio. Trastevere è un quartiere antico con una dimensione umana particolare dove io vivo dal 1974.

Sono rimasta emotivamente coinvolta dalla realtà di questo grande ospe- dale costruito nel 1724, voluto da Papa Benedetto XIII. La mia proposta è stata quella di stabilire un dialogo con l’interno, nel desiderio di indurre le persone (pazienti in attesa) a scivolare in un “poetico straniamento” dalla loro quotidianità, spesso dolorosa.

Ogni stanza ha una sua identità che si differenzia dalle stanze successive, pur mantenendo un linguaggio che le accomuna.

Corridoi, sale d’attesa, uffici… Le pareti ora sono scandite da un nuovo ordine, un diverso ritmo compositivo che interagisce tra colori e forme. Sento di aver dato un contributo sul piano sociale ricreando una realtà che nel passato storico degli spazi pubblici era presente ma poi si è persa nel tempo.

 


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