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GUERRIERI E ANGELI PERDUTI, L’ALCHIMIA PITTORICA DI VINCENZO CACACE

di Sara Piccolella


:: Cultura Arte Spettacolo

Mer 16 Settembre 2020 - 15:18


Immagine Principale



Colori inquieti per terre di confine e architetture in cammino per un viaggio di senso nella terra dove ‘Pictura’ è un’avventura che salva

“I pittori sono filosofi, i filosofi sono pittori. L’ombra prepara l’occhio alla luce. L’ombra tempera la Luce”. Bisogna dunque riconoscere le ombre che non si spengono. Questa perla della filosofia di Giordano Bruno si attaglia all’arte di Vincenzo Cacace, che del Nolano condivide sentieri di ricerca all’ombra del monte Cicala. La Ruota del tempo disegna mondi nuovi, dove ogni punto è centro. Nel suo laboratorio in provincia di Caserta, Cacace disegna spazi aperti, intreccia miti, fa danzare sui pennelli storie e vissuti che si slargano uscendo dal limen del già dato, per esplorare terre di pensiero dove poche luci restano e si fanno appartenenza, e un angelo sulla scena si fa carico di un’umanità che cerca con dolore un pezzo di verità da portare a sera.

“Il gioco del cambiamento di forma è nel movimento allotropico. Trasformazione e non trasmutazione – spiega il Maestro – ma allora il processo alchemico dov’è?  Ennesimo mistero. Qual è la chiave del meraviglioso iter che, trasporta insieme al colore dalla orizzontalità della tavolozza alla verticalità del cavalletto e quindi dell’Opera, il pensiero che si evolve via via, anch’esso intinto direttamente in quella  mestica formata dalla Cerebrale Memoria e quella Materia Grigia intonsa, sconosciuta e mai percorsa dai nostri passi introspettivi.  Ma davvero si crede nell’orientamento generale che il semplice atto a volte anche giocoso del dipingere sia da paragonare ad una rilassante passeggiata? L’Arte invece è un varco esplorativo aperto nell’infinito, nell’Universo, nell’ Oltre e nell’Altrove. Il livello del come la si realizza e degli strumenti ed argomenti con i quali Essa si interroga, determinano  la larghezza e la profondità di quel Varco”.

L’Arte liberata essa per prima dagli schemi imposti dalle catalogazioni e convenzioni,  potendo utilizzare linguaggi e calligrafie scelte in autonomia, rimarca l’Artista in Cogitationis Imago “ridona partecipazione  creativa agli Esseri pensanti che, vogliamo immaginare innumerevoli, con le loro  entità animiche, impigliate nei legami artificiali dell’Inutile. Alla luce di ciò, purtroppo, ancora non ci rendiamo conto  che la vera Trasmutazione, in cui la materia  diventa un’altra “cosa”, si nasconde nella “Magia” del Fare che, invece, da sola può liberare i nostri flussi animici e realizzare con magistrali risoluzioni quella trasmissione emotiva, coinvolgente, sia della Forma che del Colore in un più alto Piano Spirituale, facendoci così affermare,  nel mondo della imperante allotropia, che la Forma, qualche volta non lo è… ma qualche altra volta può essere Sostanza”.

La tavolozza di Vincenzo Cacace conosce il potere del calcedonio, la pietra che allontana le illusioni, e della pietra che parla di destini scheggiati, sempre incompiuti, nei sentieri interrotti di heidegeriana memoria. La sua geometria è una mappa del tempo di dentro, che mostra un pensiero profondo, graffiandoci di colori che sanno amare con unghie di carne e parole perdute.

La forza delle sue tele è perciò sempre pensiero. Pittura libera perché racconta altri mondi e segni. Il Nolano nello Spaccio della bestia trionfante, parla della verità e dice che “il tempo non l’arruga e notte non l’interrompe…”. Le tele di Cacace tracciano colori di confine, segnando il ritorno al centro dopo l’avventura del labirinto. Le lacrime sono da Kronos, da Ermes viene il Logos. Stende colori come fossero pezze di lino sulla carne aperta di mille ferite.

Tra gli insegnamenti della sapienza antica c’è ‘Binah’, la comprensione, un segno tracciato dolcemente sopra la parte del cuore. ‘Tiferet’, la Bellezza che salva, e ‘Nezah’, la pazienza della vita. Il leone verde, il Rame di Hermes, deve farsi strada sull’acqua maleodorante, madre di tutti i metalli. Nel cammino, occorre scorgere i segni. “Le strade del labirinto sono intricate ma insistono sulle stesse domande. Ognuno ha la sua porta, se la supera -e per tutti c’è una via d’uscita dal labirinto- troverà l’aperto che è a tutti comune”, scrive Massimo Cacciari nel libro Labirinto  filosofico.  Da scoprire c’è sempre un            logos-horismos, una  parola-orizzonte, e lo  Xynòn, il Comune. Perché la pittura vera è aletheia, verità che per tutti è conquista, manifestazione di un interno confliggere che fa restare sulla soglia.

In questo cantiere aperto della differenza, ci è compagna di viaggio la scacchiera dei significati di questo artista che parla anche con i suoi silenzi. Ciò che è importante è l’avventura seminale della traccia, trovare un codice per il cammino. Quando gli altri pensano di possedere tutta la verità, i pittori cominciano a cercarla. Nella notte e nel vento più bello: l’ ànemos del Mediterraneo. Perciò i loro pennelli non sono mai asciutti di vita.

Cacace è un costruttore di Bellezza che salva, spennella orizzonti con  la   forza  del  cuore  e  delle   mani,   quelle  mani che  per  il Nolano  erano ‘l’organo degli organi’. Il Maestro continua ad assegnare   quote   alla   Vita, perché ha nelle vene il primato del sentire, di quella ‘paticità’ tanto cara ad Aldo Masullo, che è parola e colore, sangue e anima.

Olio e tempera mettono in scena cercatori con la bisaccia in spalla. Sono fermi su una roccia o attendono navi. Ma ci  sono anche guerriere, e donne con gli occhi grandi. Case e templi, sempre su grandi mari azzurri che invitano a cercare ancora. Città che sovrastano città, pietre scheggiate di umano e alberi che trattengono solo poche cose che restano. C’è ‘Azoth’, la spada di Paracelso, e lo zolfo di mille altre letture che portano a quel luogo unico e bellissimo che è la ‘Pictura’. Le Architetture in cammino sono segno e rimando di altre vene di ricerca e di impegno, dove la verità ha la carne dell’altro, non ha tempo perché è eterno come l’atto di creazione di una luce che squarcia il buio. L’eresia di oggi è l’ortodossia di domani.

Nessuno di noi saprà cosa abitava davvero il cuore di artista che ha lottato ogni giorno per dare carne ai sogni che coltivava nel petto. Questa storia maledetta appartiene solo alla sua ricerca, e ha il colore del viola e dell’azzurro, delle barche di legno e degli scudi che proteggono la lotta.

Un alchimista del colore, Cacace, che artigiano della materia che insegna a costruire percorsi di senso e dimore di umanità, fossero pure quelle di una sola notte. Anche per questo i suoi colori inquieti non sono un’isola senza memoria, un topos in cui adagiarsi vivendo di banali sicurezze, ma una voce profonda che invita invece a varcare i confini, a bagnarsi di verità scavando terre e parole che uniscono. Un colore potente che chiama a porsi in cammino verso quelle sfide di senso che ancora danno ossa e tessuti al sangue che ci batte dentro. In questo cammino, Cacace ha un ruolo mercuriale nella Ruota del Tempo, una storia profonda in quella topologia dove il segreto di una tavolozza è un’alba su mondi in rovina.


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