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MARAINI: UN TRATTATELLO SULL’AMICIZIA E LA PESTE A MESSINA

In Trio (Rizzoli, MI, 2020) canonico romanzo epistolare, Messina colpita dalla peste del 1743. Casuale scoperta delle cronache che raccontano dell'approdo sull'Isola di una Tartana greca e la diffusione del morbo. Un carteggio da Messina e Palermo, e altre località di “sfollamento” dal maggio 1743 all’aprile 1744 .... [...]

recensione a cura di Sergio Spadaro - critico letterario Milano


:: Cultura Arte Spettacolo

Lun 03 Agosto 2020 - 11:43


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   Dopo La lunga vita di Marianna Ucrìa (1990), Dacia Maraini torna a un’ambientazione storica in un suo romanzo: Trio (Rizzoli, MI, 2020), ma anziché nella Sicilia occidentale di Bagheria e Palermo, nella Messina colpita dalla peste del 1743. O meglio, trattandosi di un canonico romanzo epistolare, attraverso le lettere di due amiche-interlocutrici, una che per sfuggire alla peste si ritira sulle colline sovrastanti Messina, a Castanea (detta delle Furie, per i forti venti che a volte la colpiscono), e l’altra , per lo stesso motivo, da Palermo a Casteldaccia (famoso comune vitivinicolo)   subito dopo l’Aspra. Come peraltro la stessa autrice afferma in una premessa, fu proprio raccogliendo la documentazione per la sua Marianna (cui vene assegnato il Premio Campiello), che s’imbatté in una cronaca dello storico Orazio Turriano, che aveva raccontato come il morbo si fosse diffuso a Messina – e via via nelle altre località dell’isola  - attraverso una tartana proveniente dalla Grecia, approdata nel porto, il cui capitano si era ammalato ed era morto. Ne aveva dapprima tratto un racconto, chiestole da un amico bagherese, poi rielaborato e sviluppato nella storia di due donne innamorate dello stesso uomo, quando aveva appreso che dalla Cina si era diffuso un nuovo morbo, che richiamava l’epidemia di peste a Messina nel Settecento: “Perfino la smania di trovare un colpevole si ripete nel tempo, nonostante le scoperte mediche e l’emancipazione dei costumi. Allora si parlava di untori misteriosi e infernali, oggi si parla della Cina” (p. 14).

   Solo le prime due lettere provengono da Messina e da Palermo, le altre tutte dalle località di “sfollamento”, alternate dal maggio 1743 all’aprile 1744. Nella prima viene riferito che la domestica Crocifissa si era imbattuta, in una strada di Messina, in un topo morto, “u mussu copertu ri sangu” (p. 17). Topi morti che, successivamente, si erano visti anche a Palermo. Qui l’autrice sembra proprio richiamare la famosa descrizione che ne ha fatto Albert Camus, ne La peste: “La mattina del 16 aprile il dottor Bernardo Rieux, uscendo dal suo studio, inciampò in un sorcio morto, in mezzo al pianerottolo. […] La sera stessa […] vide sorgere dal fondo scuro del corridoio un grosso topo dall’andatura incerta e dal pelame bagnato. La bestia si fermò, sembrò che cercasse un equilibrio, prese la corsa verso il dottore, di nuovo si fermò, girò su sé stessa con un piccolo grido e poi cadde vomitando sangue dalla boccuccia semiaperta” (Bompiani, MI, 1953, p. 9; trad. B. Dal Fabbro). Ma le descrizioni truculente, e forse un po’ esagerate, sull’andamento del morbo, via via non mancano: “Due volte sul cammino [per Messina] sono stata superata da un carro carico di morti nudi accatastati gli uni sugli altri come conigli spellati” (p. 42); “Qui si raccontano cose terribili della peste a Messina. Gente che si butta in mare per non essere chiusa nel lazzaretto, gente che dà fuoco a corpi ancora vivi per paura del contagio, gente che approfitta della confusione per rubare qualsiasi cosa (p. 43); “Dice che ha visto delle zattere bruciare al largo con sopra montagne di cadaveri. Dice che in città le strade sono deserte e i cani portano in giro dei pezzi di corpi umani che nessuno si cura più di seppellire. Mi sembra un poco esaltato. Spero esageri” (p. 44).     

   Ma quasi a compensare la terribilità di queste notizie, via via ci sono anche descrizioni di aspetti, o interventi veri e propri “sicilianistici”, in cui l’autrice indugia a fornirci colore locale. Si prenda: “Mi ha mostrato le botti piene di vino, la grande tinozza di pietra in cui degli uomini a gambe nude rovesciano montagne di uva sfranta, che lì dentro bolle e si macera emanando un profumo fortissimo, ubriacante” (p. 24); “intanto ci mangiavamo i gelsi che tu avevi colto nel tuo giardino e ti  avevano impiastricciato la tasca di succo rosso” (p. 27); “Ieri, presa dalla noia, sono andata per la montagna a cogliere un poco di cicoria” (p. 39); “mi prepara un poco di pasta con i broccoli e un pezzo di coniglio freddo” (p. 47); “come sono buoni i fichi d’india quando sono maturi! E ce ne sono di gialli come l’oro, di verdi come le olive e di rossi come il succo delle more, e questi sono i più dolci”(p. 50); “a furia di gremolate, pasta reale, gelo di mellone [sicilianismo], cassateddi e teste di turco” (p. 74); “abbiamo mangiato delle sarde fritte e una bella insalata di arance e olive verdi” (p  77); “che razza di moglie babba [priva di malizia] sei?” (p. 93); “sono andata a cucinargli del castrato con le ortiche e gli ho preparato un dolce, la cuccìa: il grano saraceno con la ricotta e le uvette” (p. 105). Oppure si prenda: “colore can che fugge” [paragone dialettale] e “’nza mai” [intercalare: non sia mai] “(p. 32); “ti ricordi la canzone ‘ave le jambe di ferru filatu, quannu cammina le jetta di lato, ahi lario [brutto] è, chiù lario d’iddu non ce n’è” (p. 49); “va su e giù col suo ceccareddu” [manca la “s” iniziale] (p. 50); “è scivolato sui balati” [lastre di pietra] (p. 59), “il vino di cui parli […] lo chiamavamo ‘u nicuzzu” [il piccolino] (p. 62); “poi si sono sciarriati” [hanno litigato] (p. 74). A parte poi che spesso le numerose frasi in siciliano sono un po’ approssimative, nel senso che oscillano sia tra vernacoli parlati nella parte occidentale che in quella orientale dell’isola. D’altra parte sembra esserne consapevole la stessa autrice se a un certo punto fa dire a una delle amiche: “Non so neanche se ho scritto bene, ma i dialetti non sono fatti per essere scritti” (p. 36).

   Il vero argomento del romanzo sembra tuttavia essere quello dell’amicizia tra la Agata messinese e l’Annuzza palermitana, che è più forte dell’amore verso lo stesso uomo, il Girolamo marito della prima (e padre di una bambina). Addirittura, certe considerazioni che via via emergono dalla corrispondenza delle due amiche assumono l’aspetto di un conte philosophique. E bisogna premettere, al riguardo, che l’autrice fa delle due amiche persone colte e raffinate, malgrado che, com’era uso all’epoca, avessero frequentato nell’adolescenza un convento per apprendere il cucito, la cucina e la cura della casa. Ma poi una aveva imparato il francese “ad orecchio” grazie alle lezioni che un istitutore francese faceva al fratello, e comunque la comune passione per la lettura, sempre coltivata. Sicché si può passare da una citazione di Aristotele (“l’amicizia è una sola anima che abita in due corpi, un cuore che batte in due anime”) al riferimento ad autori come Rabelais (Gargantua e Pantagruel), Molière, Villon, Corneille (Il Cid), oppure Calderòn de la Barca (La vida es sueño). O, d’altro lato, a una citazione dantesca (“a miracolo mostrare”) o a quelle, per interposta persona, di Johann Sebastian Bach o per la filosofia di Leibnitz. Ma veniamo alla passione per lo stesso uomo: “Ogni tanto lo vedo perso e capisco che pensa a te. Non gli chiedo niente per non costringerlo a mentire” (p. 18); “Per lui due donne che amano lo stesso uomo non possono che pensare al veleno o al coltello […]. L’amicizia, quella vera, supera la gelosia e fiorisce anche sulle pietre” (p. 20); “Credo che l’amore per te lo strugga. […] Vuole risolvere da solo la questione, vuole essere libero e nello stesso tempo legato. Ma a chi delle due?” (p. 28); “Per noi donne l’amore è come una malattia che non riesce a guarire” (p. 62); “Lo so che è felice con te. E io mi dico che voglio la sua felicità. Ciò non mi impedisce di provare un dolore profondo che mi fa trottare il cuore. Non è gelosia […]. E’ il sentimento della perdita e dell’abbandono” (p. 84); “Perché si ama? E perché proprio quella persona e non un’altra? Perché ci addolora la sua lontananza? Perché l’istinto ci porta a voler possedere un corpo, come se fosse una nostra proprietà? E perché, se qualcuno si avvicina a quel corpo, ne soffriamo?” (pp. 87/88); “Si possono amare due donne alla volta? A considerare Girolamo, si direbbe di sì […], Non è facile convivere con un fantasma dietro le spalle” (p. 92); “Sono qui per pregarti di non smettere di amare mio marito, perché lo faresti soffrire e quindi lui farebbe soffrire me […]. Ti sembro pazza? Ti sembro dissoluta?” (p. 97); “Anche se tu non lo volessi, continuerei ad amare tuo marito, perché all’amore non  riesci a imporre nulla, è autonomo ed indipendente” (p. 104). E qui, col paragone delle frecce lanciate dal capriccioso Eros della mitologia classica, si possono chiudere anche queste note.

 

DACIA  MARAINI, Trio, Rizzoli, MI, 2020, € 16,00.


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