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Recovery Fund

Bene comune o interesse di stato…

Francesco Mazzarella


:: Uno Sguardo all' Europa

Gio 30 Luglio 2020 - 09:09


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È finalmente accordo sul Recovery Fund…

Per la prima volta l’Unione europea ha deciso di indebitarsi in modo consistente per finanziare dei trasferimenti tra i suoi stati membri. Una decisione simile era impensabile fino a pochi mesi fa. I 27 capi di stato e di governo dell’Unione hanno dato il via libera al cosiddetto recovery fund, un pacchetto di aiuti (390 miliardi per i sussidi, 360 miliardi per i prestiti) da destinare alla ripresa delle economie europee più colpite dalla pandemia di covid-19.

Il fondo rientra nel nuovo bilancio dell’Unione europea, quello che va dal 2021 al 2027, che sarà pari a 1.074 miliardi. Finora il bilancio comunitario corrispondeva all’1 per cento del pil dell’Unione europea. Ora, solo tra il 2021 e il 2023 sarà speso per il recovery fund il 2 per cento del pil. I sussidi a carico del bilancio comunitario saranno ripagati non solo con i contributi dei singoli paesi membri, ma attraverso entrate proprie della Commissione, assicurate da qualche forma di tassazione. Per ora si parla di un’imposta sulla plastica nel 2021, ma Bruxelles potrebbe proporre anche una carbon tax e una digital tax.

Questo è il risultato del duro scontro fra i cosiddetti paesi frugali (Austria, Paesi Bassi, Svezia, Finlandia e Danimarca) – quelli con i conti pubblici in ordine, che si opponevano a qualsiasi forma di credito comune ed erano favorevoli solo a prestiti diretti concessi sotto rigide condizioni – e i paesi dell’Europa del sud, soprattutto l’Italia, che sono più indebitati e hanno un bisogno più urgente di aiuti. È stato decisivo il ruolo di Francia e Germania, ma anche quello di paesi contrari alla presenza di troppe condizioni legate alla concessione dei fondi, in particolari quelle in tema di ambiente e stato di diritto.

I paesi frugali hanno accettato i sussidi a carico del bilancio comunitario non solo in cambio di una riduzione della cifra totale. Austria, Paesi Bassi, Svezia, Finlandia e Danimarca hanno ottenuto un ulteriore sconto sui loro contributi al bilancio comunitario: la Danimarca, per esempio, pagherà 125 milioni di euro in meno e i Paesi Bassi 345 milioni.

Alla fine del vertice tutti si sono detti soddisfatti. Chi si opponeva è riuscito a far ridurre i sussidi, ha ottenuto sconti e ha ricevuto garanzie sull’impiego dei fondi. Polonia e Ungheria hanno annacquato le condizioni legate all’ambiente e allo stato di diritto. Ma anche i paesi indebitati non si possono lamentare. Secondo le stime del governo, l’Italia otterrà circa duecento miliardi di euro: 81,4 in forma di sussidi (erano 81,8 miliardi nella proposta della Commissione) e 127,4 in prestiti (erano previsti 90,9 miliardi)

“I paesi frugali, compresa la Germania”, sono quelli che pagheranno il conto più di tutti e “non vogliono che questi soldi siano sperperati. I beneficiari, tra cui l’Italia, ora devono presentare un programma di riforme e investimenti fino al 2023 compatibile con le priorità dell’Unione europea, che deve essere approvato dalla Commissione europea e anche dagli stati membri, a maggioranza qualificata”.

Certo, in alcuni tratti sembra che ci siano ancora punti non chiari, o comunque spunti di possibile chiarezza, ma un dato è certo, per la prima volta l’Europa sembra aver risposto al perché sia stata istituita, nella devastazione che questa pandemia, ancora in corso, ha portato, sembra sbucare dalle nubi un raggio di sole, tenue, leggero, ma luminoso. Si potrebbe ipotizzare che l’Europa di oggi abbia risposto ad una esigenza di Bene Comune,  mantenendo, ancora, un certo legame con gli interessi specifici di ogni stato. Una sorta di Bene quasi-Comune.


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