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UN GIORNO CI RIVEDREMO

La storia di un dialogo tra ricordi ed emozioni, una complicata relazione tra una figlia e la madre, al capezzale di questa in un reparto di terapia intensiva

di Daniela Lelli


:: Rubrica

Lun 23 Marzo 2020 - 20:19


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E’ una splendida giornata di primavera, il cinguettio di due uccellini che saltano da un ramo all’altro richiama la mia attenzione, li osservo divertita e ammiro con orgoglio il mio piccolo giardino: il prato di un verde intenso, il roseto già pieno di boccioli e il pesco in fiore.Ho voglia di uscire, di andare a fare una lunga passeggiata, sento suonare il telefono, vedo l’ora, è sicuramente mia zia che come tutte le mattine, per più di mezz’ora mi racconta sempre le solite cose, non ho voglia di ascoltarla, non stamattina, ho altro da fare.Chiudo casa e mentre scendo le scale, suona il cellulare, mia sorella Sonia, come mai? Ci sentiamo così raramente che mi meraviglio.

«Ciao Sonia come va?»

«Claudia, la mamma sta molto male, sta morendo.»

L’ascolto in silenzio e dopo averla salutata chiudo il telefono, è come se avessi ricevuto un colpo allo stomaco; ho pensato tante volte a questo momento a come avrei reagito. Non sento e non vedo i miei genitori da tanti anni, mi ero convinta che tutto ciò che riguardasse loro non mi sarebbe più interessato. Ma ecco che la notizia mi sconvolge, vorrei rimanere indifferente a tutto, lasciare che gli anni passati rimangano lì, dove ho cercato, dopo tanto dolore, di serrarli, in un angolo remoto della mia mente. Rientro a casa e senza pensarci su tanto, preparo un borsone con l’occorrente per stare fuori qualche giorno, i miei genitori abitano a trecento chilometri di distanza.

Entro in macchina come un automa e lungo il tragitto mi sforzo di non pensare a niente, ma non è possibile, loro hanno fatto parte fondamentale della mia vita, a causa loro, dei loro errori, della loro indifferenza, la mia vita ha cambiato il suo naturale percorso. Ricordo ancora con dolore come non sono mai stata una bambina spensierata, come la continua assenza di mia madre mi pesasse enormemente. Lei ha preferito seguire mio padre in tutto e per tutto, come se fosse stato il suo unico bambino da accudire e proteggere, lasciandoci crescere da una donna dispotica. Spesso la notte, sola nel mio letto, piangevo e invocavo silenziosamente una mamma inesistente.

Negli anni ho imparato a chiudermi in un mondo tutto mio, fatto di sogni, di desideri; il più grande era quello di poter andare via da quella casa. Ho sempre sognato un principe, l’uomo che mi avrebbe portata via, che mi avrebbe amata di un amore assoluto, speciale. Il mio principe lo avevo trovato, ma per il mio solito destino avverso, nel momento che stava per raggiungermi, ha perso la strada. Ci amavamo in modo unico, meraviglioso, ero molto speciale per lui e lui era l’unico a cui avevo permesso di conoscere la vera Claudia, l’unico a cui avevo donato il mio cuore. Questo mi ha impedito di riuscire ad amare un altro uomo. La mia sensibilità, il mio essere speciale, come diceva lui, mi aveva tenuta legata al suo cuore per sempre.

Un turbinio di episodi e pensieri affollano la mia mente, penso a quello che non sarebbe mai dovuto succedere a una bambina di undici anni e a tutto quello che ne è seguito: un grande senso di colpa che vivo ancora oggi, quel senso di colpa che mi ha portato negli anni a vivere continue paure e insicurezze. Finalmente smetto di pensare, sono arrivata all’ospedale di Cosenza, mia sorella mi viene incontro e mi racconta tutto: mia madre era malata da diverso tempo e da ieri era entrata in coma. Sonia non si aspetta che le chieda come mai non mi ha avvisata prima, ci guardiamo in silenzio, lei sa benissimo come la penso in merito ai miei genitori, anzi credo si sia meravigliata nel vedermi qui.

Saliamo in reparto di terapia intensiva, rimango più di cinque minuti ferma dietro la vetrata, osservo mia madre lì, attaccata al respiratore, gli occhi chiusi, un viso cereo. Dopo aver infilato un camice monouso, gambaletti e cappellino, entro nella stanza e mi avvicino al suo letto. Rimango a lungo a osservarla, ha il viso tumefatto, quasi irriconoscibile a causa di mesi e mesi di cortisone, solchi che segnano il suo viso sono la testimonianza degli anni passati, le sue mani inermi, poggiate sul lenzuolo sono invecchiate, rugose. Mi siedo sulla sedia proprio di fronte a lei, la osservo, mi sforzo di ricordare il calore delle sue braccia, ma i ricordi sono così lontani che non riescono a riaffiorare nella mia mente. Dopo averla contemplata a lungo, poggio la mia mano sulla sua e inizio a parlare come se potesse ascoltarmi.

«Vorrei dirti tante cose, vorrei dirti tutto quello che tu sai già, accusarti del fatto che non mi sei stata vicina, del fatto che hai accettato tutto quello che mi è successo con apparente indifferenza, chiederti perché non mi hai difesa. Invece no, non voglio parlare di tutto questo.»

Il suo corpo inerme poggiato sulle bianche lenzuola scatena in me una profonda tenerezza, poggio la testa sulla sua spalla immobile, in questo momento vorrei entrare nel suo mondo e parlare di tutto ciò che non ci siamo mai dette, poter fare con lei tutto ciò che non ho mai fatto, chiudo gli occhi e forse mi addormento, non so, entro in un mondo ovattato. Comincio a camminare, rimango affascinata dai tanti colori che mi circondano. Alla fine del percorso mi ritrovo in un mondo magico, meraviglioso, una luce accecante illumina un immenso prato fiorito, uno scoiattolo mi passa davanti e si ferma a osservarmi per nulla spaventato della mia presenza, il rumore del ruscello, che scorre poco lontano, richiamala mia attenzione.

La vedo là, seduta su di una pietra, la vedo come la ricordavo, con il suo bel viso non ancora segnato dal tempo, mi chiama con una voce dolce, soave, una voce non sua, mi tende le braccia, un gesto che non ricordo. Mi avvicino, mi siedo al suo fianco, mi lascio abbracciare, il suo calore mi riporta indietro negli anni, mi porta a ricordare quei momenti piacevoli che erano stati completamente annullati dalla mia mente perché sopraffatti da quelli spiacevoli, sopraffatti da un dolore indescrivibile.

«Claudia, mi dice, come stai? Come posso aiutarti?»

Quanti anni sono che avrei voluto sentire queste parole? E così mi ritrovo a raccontarle tutto quello che ho passato in questi anni: la mia eterna solitudine, un grande amore finito che mi ha portato a vivere nei ricordi, la mia incapacità di perdonare. Piango, piango disperatamente fra le sue braccia tutto il mio dolore, la mia solitudine.

«Piangi pure tesoro mio, mi dice, sfogati, vedrai che dopo ti sentirai meglio, tu non sarai mai più sola, io sarò sempre al tuo fianco e non disperare, mai dire mai nella vita, smettila di essere così dura e severa con te stessa. Perdonami Claudia, vorrei aver fatto tutto quello che dovevo per te, ma tante cose neanche io sono riuscita ad accettarle, sappi che tu non eri colpevole di niente, eri una bambina indifesa, sono io che avrei dovuto difenderti, proteggerti, ma non l’ho fatto, ne ho avuto paura. Nonostante tutto quello che ti era successo tu continuavi ad essere una bambina dolce ed io, inconsapevolmente, non accettavo il tuo essere, avrei preferito accuse dirette, avrebbero smosso le mie paure, la mia apparente indifferenza. Soffrivo, Claudia, soffrivo soprattutto perché ero incapace di aiutarti, pensavo alla gente e a proteggere un padre che non era mai stato tale per te.»

Le lacrime scendevano silenziose sul mio viso e finalmente l’abbraccio anch’io, la stringo forte e le dico quello che non avrei mai pensato di poterle dire.

«Mamma non ti preoccupare, ora è tutto passato, come hai detto tu, da questo momento in poi saremo sempre vicine, il tuo amore riuscirà a cancellare tutto il dolore che ho dentro.»

Rimaniamo a lungo abbracciate ad osservare l’acqua del torrente che scende da una piccola roccia, suonando una dolce musica come a cullare i nostri pensieri. Un suono acuto mi riporta indietro, mi allontana piano piano da quel mondo magico, apro gli occhi, guardo il monitor, piatto, guardo mia madre, il suo ultimo respiro lo ha fatto tra le mie braccia e stringendola a me le sussurro:

«Stai tranquilla mamma, finalmente ci siamo dette tutto quello che avremmo voluto dirci da tanti anni, finalmente il tuo abbraccio ha riempito il mio cuore.»

Entrano il medico e un’infermiera, non osservo il loro sguardo, so già dov’è andata, finalmente in un posto tranquillo, lontano dai suoi rimpianti, dalle sue paure, dai suoi sensi di colpa, è andata dove con pazienza mi attenderà, attenderà quella figlia che non ha mai vissuto, che non ha mai ammesso a se stessa di amare, ora tutto ciò lo sa, tutto ciò la rasserenerà.

Esco dalla stanza, un abbraccio silenzioso a mia sorella Sonia, uno sguardo a mio padre seguito da un lieve cenno di saluto. In questi momenti il silenzio è l’unico amico, non esistono parole per colmare tutta la confusione che avvolge il tuo essere. Hai bisogno del silenzio per capire. Prima di andare via, un ultimo sguardo attraverso la vetrata, l’espressione di mia madre è serena e sembra mi dica: ho trovato finalmente la mia pace! Io con un sussurro le dico: “tranquilla mamma, ti ho perdonata sai, vedrai prima o poi ci rincontreremo.”

Esco dall’ospedale, alzo lo sguardo in direzione della sua camera, un senso di pace avvolge tutto il mio essere, so che ha smesso finalmente di soffrire, sento che il mio perdono è arrivato al suo cuore. Mi avvicino alla macchina e mentre sto per sedermi, la mia attenzione viene attratta da una figura ferma, immobile sul marciapiede di fronte. La luce del sole mi acceca impedendomi di vederne i lineamenti, riparo gli occhi con le mani riconosco la figura che mi sta osservando, il mio cuore si ferma per un attimo, dalle mie labbra un sussurro, Andrea. Lui si avvicina e con il suo inconfondibile e dolce sorriso mi dice:

«Sapevo che prima o poi saresti tornata, ti aspettavo da tempo. Sei andata via senza darmi il tempo di chiederti perdono. Ti ho cercata, ma inutilmente, e da quel momento ho incominciato ad aspettare, ho incominciato a sperare in un tuo ritorno, ho incominciato a vivere sognando questo momento ed è questo che mi ha dato la forza di andare avanti.»

Mi stringe le mani come a darmi forza e coraggio. Coraggio di credere di nuovo in lui, nelle sue parole. I suoi occhi parlano, come hanno sempre fatto. Rivolgo lo sguardo verso quella finestra chiusa.

 «Grazie mamma; sai, ho iniziato a perdonare e continuerò a farlo, ho capito che è l’unico modo per riprendere il mio percorso di vita interrotto, è l’unico modo per riprendermi, per restituire l’innocenza a quella piccola e fragile bambina ormai diventata donna.»

..........................

Daniela Lelli, paramedico, impegnata nel sociale, categoria oggi in prima fila sul fronte della battaglia al coronavirus, scrive questo racconto molto bello sul difficile rapporto tra figlia e madre dal titolo suggestivo "Un giorno ci rivederemo'' 


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