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La poesia come 'grandangolo' del reale

Nella raccolta poetica 'Il NIDO NEL ROSAIO' di Maria Grazia Genovese, un mondo naturale da interpretare in chiave simbolica

recensione di Pina D’Alatri


:: Rubrica

Mar 11 Febbraio 2020 - 00:20


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La raccolta poetica di Maria Grazia Genovese, “Il NIDO NEL ROSAIO”(Samperi editore, Messina 2019 pg.137) produce  nel lettore un effetto straniante, conducendolo in un mondo naturale da interpretare in chiave simbolica. Ogni poesia si presta ad una lettura plurivoca che  impegna nella ricerca del significato celato nei testi, fino al raggiungimento di un’ epifania   molto soggettiva e modulata in rapporto alla propria sensibilità interpretativa. Nel testo si riscontra un forte bipolarismo tra immagini solari, intensamente cromatiche ( Turchese/ è l’acqua/cristallina/in cui t’immergi/ e fredda) e oscure pulsioni( Nel luogo dell’ombra/che non importa al tempo/ s’intreccia l’anima/ a volute di millenari ulivi). La vita e la morte appaiono come un’erma bifronte: se la morte occhieggia in primo piano, basterà cambiare la prospettiva e apparirà rigogliosa la vita. La tristezza che si cela dietro le perdite è compensata dall’eternità  concessa dalla parola che si fa verso nella mutevolezza delle strofe modellate, talvolta, su schemi antichi e talaltra, libere ma intensamente ritmate. La vita e la morte divengono quindi le coordinate liriche di una ricerca esistenziale che presuppone un viaggio “in interiore homine”. La poetessa vuole trovare risposte alle grandi domande gnoseologiche ed etiche che la vita propone e lo fa attraverso la delicatezza dei  suoi versi che, con la loro musicalità, leniscono le lacerazioni prodotte dal  travaglio interiore che la mente induce in tutti gli uomini. Una natura generosa che perennemente si rinnova, costituisce il nucleo essenziale della sua poesia, mentre la figura umana funge più da comparsa che da protagonista, ad eccezione di personaggi chiave, catartici e carismatici come, prevalentemente, la figlia mai nata. Animali domestici e uccelli rappresentano, in modo allegorico, quell’altrove a cui tendere e assumono la funzione di tramite tra umano e divino, tra terra e cielo,tra l’infinitamente grande e l’infinitamente piccolo.  La memoria diventa il “luogo” in cui si affastellano le immagini di esseri cari scomparsi che vengono ad assumere un rilievo intensamente poetico. La morte alita intorno, silenziosa, ma non può ostacolare il rigurgito di vita che la poesia impone : prendono corpo, quindi, le figure dei cari scomparsi.  Viene fuori a questo punto quello che è il messaggio più  profondo del testo: la vita va vissuta nel rispetto della natura e nell’armonia dei rapporti umani, contrassegnati dal rispetto vicendevole e dalla generosità reciproca del darsi. L’impegno solidale, l’attenzione all’ambiente ma, in particolare, il ricordo di chi non c’è più devono essere elementi propulsori di un percorso terreno, basato su valori spirituali e culturali ma soprattutto inteso alla difesa di un luogo fragile, soggetto alla brama di potere e di denaro dell’uomo e ai capricci di una natura tiranna. A ciò la poesia deve tentare di  porsi come antidoto: la forza catartica di essa deve contrastare l’incuria e la sconsideratezza del genere umano e proporre un modello di vita inteso a recuperare i valori dello spirito ma anche il rispetto delle leggi naturali. La poesia di Mariagrazia Genovese si carica di questa valenza e diviene elemento propulsore della civiltà umana, assumendo   un valore profetico e liberatorio.


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