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Islamic State (IS). I jihadisti del Califfato che sfidano l’Iraq e l’Europa

di Roberto Sciarrone - Dipartimento di Storia,Culture, Religioni - Sapienza - Università di Roma


:: Editoriale

Gio 04 Settembre 2014 - 15:05


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A cento anni dallo scoppio della Prima guerra mondiale l’Europa vede soffiare, nuovamente, venti bellicosi sul proprio territorio (considerando anche le regioni geopolitiche caucasiche e mediorientali).
Ma la minaccia più inquietante, in questi ultimi mesi, riguarda l’ISIS – tanto da far esclamare al premier britannico Cameron che lo Stato creato dai terroristi è una “Maggiore e più profonda minaccia alla nostra sicurezza rispetto a quanto sapessimo in precedenza (29 agosto)”, facendo da “cassa di risonanza” ai droni teleguidati di un Obama sempre più sulle “spine”, dall’altra parte dell’Atlantico. L’acronimo più pronunciato dai media di questa estate, poco calda solo da un punto di vista meteorologico, significa “Islamic State of Iraq and al-Sham”, o più semplicemente “Islamic State” (IS). I recenti avvenimenti in Siria e Iraq hanno visto salire alla ribalta delle cronache il gruppo islamista salafita di ideologia talmente radicale che la stessa al-Qaeda, in un comunicato del suo leader Ayman al-Zawahiri (febbraio 2014), si dissocia dalle sue azioni. Cosa c’entra l’Europa quindi? C’entra eccome, purtroppo. Ma procediamo con ordine. L’obiettivo primario e prioritario dell’ISIS è quello di costituire un califfato islamico nell’area dell’odierno Iraq e della “Grande Siria” (Bilad al-Sham), potendo contare su un bacino di “fedelissimi” – passatemi il termine – di 50mila unità in Siria e 30mila in Iraq. Durante l’offensiva di giugno 2014 i seguaci dell’ISIS hanno requisito equipaggiamento militare e armi sofisticate di origine americana alle forze irachene sconfitte. Sono stati, infatti, gli stessi ribelli a dare i numeri dell’avanzata in Iraq e dell’ultimo anno delle proprie attività militari “Al Nasa”, il nome del documento. Le statistiche descrivono minuziosamente l’azione militare: le armi impiegate, il numero di appostamenti e di bombardamenti e gli omicidi. Dopo la pubblicazione il documento è stato analizzato dall’Institute for the Study of War (ISW) che ha catalogato i diversi tipi di attacco scelti dal gruppo radicale: omicidio, attacco armato, bombardamento (mortai, lancia-granate), bombardamento combinato all’incendio delle case (HBIED), rilascio di prigionieri, esplosivi su veicoli (SVBIED), giubbotti kamikaze (SVEST), esplosivi su veicoli con trasporto kamikaze (VBIED), esplosivi montati sulle moto (MCBIED), esplosivi artigianali (IED), attacchi col coltello, attacchi mirati, cecchinaggio, conquista di città, traditori pentiti o fuggiti, checkpoint ed espulsioni di disertori.
Ad ogni modo, dopo la dichiarazione di restaurazione del Califfato (29 giugno) i salafiti preferiscono essere chiamati IS. Abbandonando per cui il precedente acronimo ISIS. L’attuale leader e califfo è Abu Bakr al-Baghdadi al Quraishi (alias Califfo Ibrahim, alias dr. Ibrahim Awad, alias Abu Dua), che stando alle informazioni dell’intelligence statunitense pare sia tra i maggiori esperti al mondo di diritto islamico (sharia), oltre a possedere, qui abbiamo riscontri certi, una laurea presso l’Università Islamica di Baghdad.
Il primo “capo” dell’IS è stato il giordano Abu Musab al-Zarqawi, diventato noto ai più (l’Occidente euro-americano) in seguito al rilascio del video in cui, personalmente, decapitava l’ebreo americano Nick Berg (7 maggio 2004). Il quadro è completo? Per nulla. Le origini risalgono però al 2000, un anno prima dell’attentato al World Trade Center, nel Lower Manhattan, quando Zarqawi iniziò la sua attività jihadista fondando Jama’at al-Tawhid wal-jihad (primo nome dell’IS) dopo essere stato “affascinato” dalla personalità di Osama Bin Laden in Afghanistan. Il gruppo, attualmente, pratica l’islam salafita, ideologia che nasce e si sviluppa all’inizio del XX secolo ma che vede la sua fioritura alla fine degli anni Settanta. Sintetizzando si tratta di un “ritorno alle fonti” tramite una reinterpretazione radicale, tradizionalista e fortemente anti-occidentale, delle sure coraniche.
Che rapporti con al-Qaeda? Pur essendo un tempo alleato della più famosa organizzazione terroristica degli ultimi vent’anni l’IS non ha avuto mai buoni rapporti. L’IS è più radicale e, citando Mohammed M. Hafez (scrittore) in “Takfir and violence against muslims” l’IS considera gli sciiti come “Eretici e quindi peggio degli infedeli”.
Al-Qaeda punta a convertire gli sciiti, grossa differenza insomma. Veniamo quindi ai nemici e alla domanda iniziale di questa “istantanea contemporanea” sull’IS: chi sono? I nemici dell’IS, in ordine di importanza, sono gli sciiti (eretici nemici della Sunnah e quindi del vero Islam), gli apostati laici (il “nemico vicino”, i vari Gheddafi, Saddam, Assad, despoti laici che impediscono al Corano di essere elevato a legge), i crociati – e qui veniamo a noi – il “nemico lontano” USA e Israele e i loro alleati occidentali. Dietro la parola occidentale ci sarebbe da aprire una parentesi, magari la prossima volta…la capitale del califfato è la città siriana di al-Raqqa, la prima a cadere sotto il controllo delle milizie di al-Baghdadi e la prima a essere regolamentata secondo uno stile di vita rispettoso del Corano. Ultime cose da sapere: l’IS promuove le proprie “scorribande” tramite i social media reclutando accoliti da tutto il mondo e i più numerosi sono gli inglesi, seguono belgi, olandesi, francesi.
I più temibili arrivano dalla Cecenia e dall’Afghanistan, posti non da guida Lonely Planet. Inoltre l’IS possiede un patrimonio di circa 2miliardi di euro e controlla diversi giacimenti petroliferi tra Iraq e Siria (più di un milione di dollari al giorno di guadagno dalla vendita del greggio).
Vi sembra poco? No. Ecco perché l’Occidente non li sottovaluta. Ecco perché soffiano “nuovi” venti di guerra nel nostro continente. “L’ISIS è una minaccia non solo per Iraq e Siria, ma anche per i Paesi europei e della Nato, come la Turchia”, parole della nuova “Lady Pesc”, Federica Mogherini, a margine dell’incontro con la Commissione Esteri del Parlamento europeo (2 settembre 2014).

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