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Il Gabbiotto

LA SIRENA BIONICA E L’INVERTEBRATO

Osservazioni e divagazioni sulle "ladies" e i loro "gentlemen" che più risultano compatibili insieme... quando lui lavora ai piani alti.

a cura di Simonetta Caminiti


:: Cultura Arte Spettacolo

Lun 07 Ottobre 2019 - 20:57


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“Io non sono d’accordo con te”, mi ha detto zia Mena. “La… donna-orpello, come la chiami tu, secondo me è qualcosa di più vicino a Melania Trump. Oddio, adesso che ci penso non proprio: no, nemmeno lei. Comunque, la donna-orpello che accompagna un ‘uomo di potere’, quella tipica, è e resta una donna bellissima, sorridente, alla quale ‘bell’ornamento è il silenzio.’ ”

“I tempi sono cambiati, zia. Sono cambiati gli uomini, specialmente quelli di potere, o ai quali piace sentirsi tali. E naturalmente siamo cambiate noi”.

Il nocciolo del dibattito è chiaro. Davanti a un analcolico erubescente e pieno di bollicine, le sto dicendo quanto ormai trito e ritrito sia il cliché dell’uomo “narciso” (a mio giudizio, sdoganato stupendamente nel 2005 da un libro di Umberta Telfener; poi declinato in fin troppi registri confusionari e stucchevoli, e oggi coniugato per lo più con l’aggettivo “perverso”, e campione di catenacci nei servizi di cronaca nera). Io mi sto riferendo, piuttosto, a quel giorno in cui giocai su Facebook con un test “psico-attitudinale”. Sembrava meno sciocchino dei soliti, i quiz erano interessanti. Il titolo del questionario, “Che tipo di uomo s’innamora di te?”. Ebbene, la soluzione, dopo un percorso di risposte che fossero sincere quanto più possibile, era stata: “Tu piaci agli uomini di potere”.

Vero o falso che fosse, quell’esito, un pochino me lo ha suggerito la vita vissuta (che resta materia personale). Certo è che l’attenzione alle scelte concrete (non solo al gusto) della categoria, è rimasta vivissima in me, col passare del tempo. Ecco da dove discendeva la faccenda delle donne-orpello (così battezzate proprio da me, con zia Mena) care a quello specifico girone di “narcisi”. Quelli che presiedono le riunioni in ufficio, quelli che stipendiano quattro, dieci, o mille dipendenti; quelli che approdano alla micropolitica di provincia dopo una vita di studi (magari ancora giovani, ancora convinti di poter “fare la differenza”, anche quanto a costume di vita). E via discorrendo. Ma zia Mena è rimasta appesa ai retaggi di una bellissima società decaduta. Gli Uominidipotére del suo tempo erano i Rhett Butler di Via col vento, ovvero scaltri e fascinosi conoscitori della vita, accompagnati da una indomabile Rossella O’Hara, della quale erano innamorati profondamente, e alla cui sottana, tutte le notti, tornavano felici. Questa storia della donna-orpello, ovvero la creatura del gentil sesso che garantisce al rampollo d’oro splendide figure nella società 2.0, non le quadra tanto. “Se è una donna-orpello”, incalza zia Mena, “è una ragazza insulsa e discreta, una buona solo a letto… e con un sorriso da spot pubblicitario ottimo per il pubblico. Ma non può, non deve fargli ombra”.

Il mio osservatorio è più aggiornato. Parte dal concetto per cui oggi, tanto per dirla terra terra, una donna che “scintilla” nella giusta misura, una seducente dama di corte/cacciatrice di dote (in media, laureata presso ateneo privato, blasonato, e che sfila graziosa e cazzutella) non mette in ombra nessuno. Le calibrate scintille non mettono in ombra: è la luce impetuosa (difettata e inaffidabile) della luna, casomai, a esorbitare. La donna-orpello è un eccezionale esempio di medietas, dunque l’attestato che, dal punto di vista personale, più è utile al Capobranco: è l’attestato di salute mentale e sessuale che questo signore trova indispensabile per stare a galla. La donna-orpello è “smart”: dove lui, intimamente imbranato, preso da diecimila cose insieme, stanco e distratto, finisce col seminare una buca, lei è abilissima e rapida come un lanciafiamme… a mettere una pezza. È una persona più concreta di lui, a ben vedere. È l’equalizzatore delle fragilità che il Tuttodunpezzo non confessa neppure a se stesso: è il coronamento di una vanità ingozzata o lasciata a stecchetto da una vita intera.

La donna-orpello di oggi non ha il “silenzio” quale “bell’ornamento”: non può, altrimenti cosa combina lui, quando è a corto di argomenti alle cene importanti? Piuttosto, le è richiesto di essere un’abile conversatrice perché “mai si dica in giro che mi trascino appresso un’oca scesa da una passerella, e incapace di confrontarsi alla pari coi miei amici”: è una donna aggiornata e dai riflessi scattanti; difficile trovare argomento sul quale non abbia una opinione composita e strategica: una opinione che non sia giusta a seconda dell’interlocutore che ha di fronte. Lei sa vivere. Più e meglio di lui. Una Miss Abbastanza: abbastanza bella in costume da bagno da poterla sfoggiare in barca, abbastanza titolata da poterne dire che è “in gamba”: abbastanza anaffettiva da non soffrire se lui, primadonna coi calzoni in bilico tra la corsa alla carriera e quell’angolo della scrivania sul quale, forse, qualche volta, dà soddisfazione alla segretaria, non ne soffre più di tanto. Anzi, se minaccia di mollarlo perché i pettegolezzi cominciano a seccarla, è lui che piange. È una sirena bionica. Abbastanza così, abbastanza colì, ma raramente abbastanza vera, quasi mai abbastanza “unica”. Ovvio che nessuno qui tenta di tracciare il profilo infallibile delle signore che accompagnano (si presume, ad vitam) gli ex Bachelors metropolitani, adesso “felicemente” accoppiati. Sono osservazioni, rilievi personali basati su una buona quantità delle coppie che rientrano nella categoria (a noi, a me) note.

“Ma tu non puoi avere simili pregiudizi sui maschi… esposti e che rivestono ruoli di responsabilità”.

 

 

“Non ne ho,” rispondo. Ma sto mentendo. Io non ho dubbi (anzi, potrei certificare a chiare lettere che è così) che qualcuno ci provi pure, a innamorarsi di altri generi di femmina. Che, nella fase dell’infatuazione, le strimpelli alla chitarra “La cura” di Franco Battiato, recuperando dentro di sé quei tre o quattro ormoni ancora fervidi di chi lui poteva e voleva essere ai tempi dell’università; chi lui voleva avere accanto, quando era vivo. “La cura”, perché lui è diverso, dice: lui adora il tuo essere come sei, lui ha scelto la “sana follia” perché è più “coraggioso”, più “libero” di quelli che orbitano nel suo ambiente. Ma la canzone finisce presto; quelli che orbitano nel suo ambiente gli fanno squillare il telefono, lo chiamano a raccolta, impegnano il suo tempo fatto di apparenze quattordici ore al giorno: e lui si ravvede. Non era “sana” quella “follia”, era follia e basta (la tua, ça va sans dire!). Il cane scodinzolante, e adesso bastonato dalla verità, raggomitola la coda, si reinserisce nell’antica e rincuorante carreggiata. E, se resta single a lungo, è perché “le donne sono tutte matte: ho una calamita, un magnete per attirarle solo così! Specialmente dopo i quarant’anni, guarda! Una galleria di disastri!”.

“Miss Abbastanza” è rassicurante, dunque è venerabile, perché questo manca sostanzialmente all’“uomo di potere” di oggi: la serenità. La pace. E ciò non dipende solo dallo stress che gli procura il suo ruolo apicale (spesso raggiunto solo con estenuanti salti mortali per raccomandare il proprio deretano alla chioccia politica fortunata: quelle sì, sono oggettive fatiche…). Soprattutto, lo stress gli è generato dal fatto che è una persona confusa, che si è smarrita nella corsa a perdifiato a cercare di sembrare meglio di ciò che è. Il “Rhett” della dolce zia Mena, oggi, è un “Rettile” (non in senso disgustato ed esageratamente sprezzante: almeno, nell’accezione di “creatura cui mancano le vertebre”).

Inutile osservare che questo genere di incastri è comune e diffuso ormai quali che siano i ruoli sociali che si rivestono. È, mediamente, la ricetta delle coppie che vedo sorridere (non ho detto “felici”: ho specificato: “che vedo sorridere”). La sirena bionica… e l’invertebrato. Nel dubbio, insomma, il bandolo della matassa sembra uno, e sempre l’unico: il premio (di pur contestabile pregio) lo vince un genio… di banalità.


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