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Vuoi parlare di immigrazione? Mettici i piedi, poi testa e cuore altrimenti lascia perdere

Intervista ad Angela Caponnetto, giornalista di RaiNews24

di Alessandra Caputo


:: Attualità

Mar 30 Luglio 2019 - 18:14


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Partiamo dagli avvenimenti più recenti. C’è stato un terribile naufragio qualche giorno fa al largo della Libia, fra vittime e dispersi si contano 150 persone e altre 150 circa sono attualmente a bordo di una nave della Guardia Costiera italiana, che però non ha il permesso di attraccare. Porti chiusi dunque alle navi delle ONG ma porti chiusi anche alle navi delle nostre stesse forze dell’ordine. Sai dirci qualcosa in più su questa storia?

La nave in realtà ha avuto il permesso di attraccare, ma non di sbarcare. Dopo qualche giorno il Ministero delle Infrastrutture ha indicato il porto di Augusta come quello più sicuro. Ieri il Viminale ha autorizzato lo sbarco di 16 minori, tutti di età compresa fra i 15 e i 17 anni. Si è in attesa del via libera per far scendere le 116 persone rimaste a bordo, permesso al momento negato per motivi di sicurezza. Si è in attesa inoltre di una risposta Europea per le redistribuzioni dei migranti fra gli Stati membri. La procura ha anche aperto un’inchiesta. Niente di nuovo mi pare rispetto a quanto già visto in passato, speriamo che non si arrivi ai dieci giorni come nel caso Diciotti, siamo in estate e far rimanere le persone in attesa di sbarcare in condizioni così difficili è veramente grave.

 

E riguardo alla risposta europea?

Eccezion fatta per la Germania che ieri ha dichiarato di voler accogliere una quota dei migranti, attualmente non ci sono comunicazioni ufficiali da parte di altri paesi europei, come invece è stato in altre circostanze. Ad esempio con la nave di Mediterranea ma anche con quella di Sea Watch c’è stata collaborazione da parte di alcuni paesi che si sono offerti di prendere una quota dei migranti, in questo caso no. Anche perché, ricordiamolo, la nave Gregoretti è una nave militare italiana che si trova in territorio italiano, a differenza di altre navi che non si voleva far entrare, che non si voleva far attraccare e dalle quali poi non si volevano far scendere le persone perché appartenevano al territorio olandese, tedesco, etc. In questo caso quindi è un po’ più complicato convincere l’Europa a farsi carico delle persone che ci sono a bordo. Bisogna anche fare i conti con una politica internazionale che batte i pugni sul tavolo e suscita perciò reazioni simili anche da parte degli altri paesi.

 

A proposito della Ong Mediterranea, recentemente sei stata appunto a bordo della loro nave Alex&Co. Non è la prima volta che segui da vicino le attività delle ONG che operano nel Mediterraneo, cosa puoi dirci rispetto a ciò che accade a bordo di queste navi? Soprattutto alla luce delle polemiche che le hanno recentemente investite, c’è una parte dell’opinione pubblica che le ritiene responsabili di sfruttare la facciata umanitaria per coprire in realtà un business fatto proprio sulla pelle dei migranti.

La prima cosa che vorrei riportare è un dato ovvero che dall’inizio di quest’anno solo l’8% delle persone sbarcate è stato portato a terra da navi delle ONG (fonte il Viminale). Questo vuol dire che il 92% delle restanti persone migranti arrivate in Italia sono arrivate in altro modo. Quindi che business ci può essere dietro a una cifra così bassa? Si possono fare naturalmente mille discorsi rispetto al modo in cui queste organizzazioni si finanziano e su cosa può esserci dietro ma la verità è che non c’è una prova provata, o una condanna, insomma non c’è niente a sostegno di queste ipotesi.

Per quanto riguarda poi ciò che è stato fatto in questi anni si tratta di un lavoro che è inizialmente era svolto in collaborazione con le navi militari europee, che non riuscivano a portare avanti i soccorsi, vuoi perché troppo complicato, vuoi perché troppo costoso, trovandosi quindi nelle condizioni di chiedere supporto alle navi umanitarie. Fra il 2015 e il 2019 ho partecipato a dieci missioni in mare: cinque con navi militari, quattro con navi umanitarie e una su una nave Eunavfor Med, dove inizialmente si addestrava la Guardia Costiera libica. Nel 2015 non ho incontrato neanche una nave umanitaria e le navi militari facevano esattamente lo stesso lavoro che poi è stato commissionato alle navi umanitarie. Arrivavano tra l’altro vicinissime alle coste libiche e molto spesso in un unico giorno riportavano a terra anche tremila o quattromila persone. Un giorno ricordo ben venti barconi e moltissime navi militari che facevano soccorso.

 

E riguardo alle navi umanitarie?

Sulle navi umanitarie io ho trovato un microcosmo di solidarietà perché in mezzo al mare non puoi fare altro. Se sei in mezzo al mare e incontri una persona in difficoltà te ne fai carico. Ed è quello che nel corso di questi anni ho visto fare prima ai militari e poi ai civili. Nel caso della nave di Mediterranea ad esempio si trattava solo di una missione di pattugliamento, una barca a vela infatti non è attrezzata per il salvataggio in mare ma solo per controllare e dare un primo soccorso. Fatto sta che poi quando vedi un gommone in mezzo al mare da solo, con donne e bambini che piangono e la Guardia Costiera libica che ti dice “Vengo a prenderli io”, tu che fai? La domanda la rivolgerei a chi dice di riportarli indietro o addirittura di lasciarli morire a mare. Cosa fai se vedi donne e bambini in difficoltà? O anche uomini e ragazzi? Insomma persone, parliamo di esseri umani!

 

Ad esempio il caso della Sea Wacth3 ha praticamente spaccato in due l’opinione pubblica italiana, con tanto di tifo da stadio per la capitana da una parte e per il “capitano” dall’altro. Ma mentre tutti i fari mediatici erano puntati su questa vicenda gli sbarchi non si sono mai fermati, quasi nessuno però ne parlava. Quanto è responsabilità di noi operatori dell’informazione evitare questo tipo di strumentalizzazioni e fare in modo che le persone possano farsi un’idea realistica di ciò che succede?

La responsabilità della stampa è ovviamente enorme, ma bisogna anche dire che in questo momento è difficilissimo avere delle fonti che ti aggiornano sulla reale entità degli sbarchi. Tutta la stampa dovrebbe spingere per avere delle informazioni concrete da parte delle forze dell’ordine che operano in queste realtà, spingere la Guardia Costiera a tornare a darci le informazioni sugli sbarchi come faceva fino a qualche tempo fa. Adesso noi non abbiamo più alcun tipo di contatto con loro, la centrale operativa non comunica più con i giornalisti riguardo agli sbarchi, ci informa ad esempio del salvataggio della tartaruga Caretta, ma non di quelli che riguardano gli esseri umani.

 

È complicato quindi avere delle informazioni?

È più difficile ma non impossibile, soprattutto se si va sul posto. Da gennaio a oggi sono stata molte volte a Lampedusa e ogni volta mi sono imbattuta in uno sbarco. Sull’immigrazione o ci metti i piedi, e poi ovviamente testa e cuore, altrimenti è meglio lasciar perdere e non parlarne proprio. Quando si è creato il caso Mare Jonio, con 29 migranti a bordo, c’ero anche io a Lampedusa. Lo stesso giorno e alla stessa ora in cui la Mare Jonio entra in porto e scoppia il caso mediatico, c’è una barca di legno con a bordo 69 persone, 69 bengalesi provenienti dalla Libia. La barca però viene tenuta nascosta dietro a uno scoglio, ferma per dodici ore perché non si doveva vedere, perché tutto doveva essere concentrato sulla questione Mare Jonio. La barca di legno poi sparisce e i bengalesi vengono trasbordati su motovedette della Guardia Costiera che li fanno sbarcare alle otto di sera. Io ho ripreso tutto con il mio telefono ma oltre a me non c’era nessun altro giornalista presente sul posto in quel momento.

 

Sui social spesso si leggono commenti imbarazzanti, quando non agghiaccianti, nei confronti dei migranti. Tu stessa sei stata vittima dei cosiddetti haters, che con il loro linguaggio d’odio spesso intimidiscono e scoraggiano chi invece desidera confrontarsi sull’argomento in maniera civile. Come si può arginare questo fenomeno?

Secondo me è arrivato il momento di rispondere. Di rispondere a ogni singola persona, senza aggredire, senza utilizzare il loro stesso linguaggio, ma in maniera determinata e soprattutto con le contro-fake. Ovvero annullare le fake news con notizie vere e concrete, corredate ovviamente di informazioni e dati reali. Bisogna uscire allo scoperto, io continuo a metterci la faccia nonostante tutte le schifezze che poi mi dicono.

Pensiamo al recente caso del carabiniere ucciso. Il giorno stesso vengono pubblicate sui social le foto di quattro nordafricani ritenuti responsabili del crimine. Io mi trovavo nella piazza antistante la stazione dove il carabiniere prestava servizio e molta gente con la quale mi trovavo a parlare era convinta della verità di questa notizia. Nel frattempo però era già stato reso noto il fermo dei due ragazzi americani ed è quello che io ho riportato alle persone che mi avvicinavano, non si trattava di due immigrati ma di due ragazzi bianchi, giovani e ricchi. Questo bisogna fare, controbattere, anche per strada, con chiunque, non fermarsi e non chiudersi nel silenzio e nella discrezione, perché purtroppo non è il momento della discrezione questo.

 

Sembra di vivere in un paese sempre più bipolare. Da un lato ascoltiamo le testimonianze dei pescatori e di chi si adopera per salvare vite in mare. Dall’altro c’è chi dice che non possiamo accoglierli tutti, che ci rubano il lavoro, che approfittano dei nostri servizi, etc. Come stanno veramente le cose secondo te? La questione dei migranti è davvero un problema per la sicurezza del nostro paese?

Anzitutto non abbiamo un dato di invasione tale da doverci preoccupare, tutt’altro. In Svezia per esempio, un paese con quasi 10 milioni di abitanti, hanno il 24% dei richiedenti asilo, mentre da noi in Italia abbiamo appena il 2,4%, ma su ben 60 milioni di abitanti. Quindi parliamo davvero di bazzecole. Queste persone sono ormai in Italia, volente o nolente le hai e non puoi rimpatriarle in toto, questo è un dato di fatto, i rimpatri non avvengono come dovrebbero, anche nel caso di persone che volontariamente chiedono di tornare nel proprio paese, la realtà è che non ci sono abbastanza fondi né accordi con i paesi di origine. Quindi una volta che tu li hai sul tuo territorio la cosa più logica da fare è seguire l’esempio di paesi più civili, offrire loro l’opportunità di contribuire e inoltre sostenerli anche da un punto di vista sanitario, perché altrimenti sì che diventa un problema di emergenza sanitaria se butti questa gente per strada senza la possibilità di curarsi e sostenersi. Molti vogliono studiare, la prima cosa che mi ha chiesto uno di questi ragazzi appena sceso dalla nave di Mediterranea è stata: “Dove posso trovare un vocabolario, un quaderno e un libro di italiano dove posso imparare la lingua? Perché io in questo paese devo poter comunicare”. Pensa che parlava tre lingue, ma non l’italiano.

Credo che l’accoglienza fatta bene sia a tutti gli effetti un investimento, spendi forse qualcosa in più all’inizio ma poi recuperi con gli interessi perché tutte queste persone contribuiscono ad esempio alle nostre pensioni e aiutano a migliorare lo stato dell’economia perché è qui che spendono i loro soldi.

 

Con l’entrata in vigore dei due decreti sicurezza voluti dal Ministro dell’Interno è cambiato qualcosa?

Purtroppo vediamo più gente per strada, semplicemente questo. Il decreto colpisce più che altro le navi umanitarie che portano i migranti, nel frattempo però continuano ad arrivare persone e non mi pare che ci siano tutti questi grandi cambiamenti. Personalmente chiederei con riguardo all’immigrazione un controllo serio su chi viene qui per delinquere, perché ci sono le persone che vengono a delinquere. È lì che io vorrei vedere il faro della sicurezza del nostro Ministero dell’Interno, quelli che vengono a delinquere devono andare via, devono essere perseguiti. Ma quelli che delinquono realmente non quelli che finiscono nel vortice dell’abbandono, quelli andrebbero tutelati e fatti entrare nel nostro sistema dolcemente, non con il pugno duro.

 

Quindi adesso le navi delle ONG non operano più nel Mediterraneo?

Continuano a operare nel Mediterraneo, perché quello possono farlo, non operano più da noi. Al momento ce ne sono tre: la Ocean Viking di MSF, quella di Open Arms e una piccola imbarcazione della SeeEye che si chiama Alan Kurdi, come il bambino che ha perso la vita nel 2015. Fanno un’attività di pattugliamento e controllo e permettono anche a noi giornalisti di vedere cosa accade nel Mediterraneo Centrale. Come ti dicevo con l’ultima spedizione facevamo un’attività di ricognizione ma ci siamo imbattuti in un gommone semiaffondato e abbiamo constatato che in quella zona non ci sono navi da soccorso, perché hanno tutti paura. Oggi se un pescatore prende a bordo dei migranti rischia il sequestro del mezzo e una multa davvero salata. Quindi in quella zona non è rimasto più nessuno se non gli occhi delle ONG che nonostante tutto cercano di portare avanti la loro missione.


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