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Dai barbareschi ai barbari contemporanei

“La Senia del Brigantino” di Giuseppe Alibrandi Editrice Kimeric (Patti)

Recensione di Sergio Spadaro, Critico letterario


:: Cultura Arte Spettacolo

Dom 17 Maggio 2015 - 15:36


Immagine Principale



Giuseppe Alibrandi si è sempre diviso fra le pubblicazioni storiche e quelle a carattere narrativo, dove però la narrazione si fonda sui documenti storici (i c.d. “fatti”) e lo svolgimento narrativo fa avvicinare la sua prosa a quei “componimenti misti di storia e d’invenzione”, secondo la formulazione di Manzoni. E’ quanto avviene ne La Senia del Brigantino (Kimerik, Patti, 2015), narrazione che nella prima parte si sofferma sulla c.d. “Jihad di mare”, cioè sulla guerra santa che vide il mondo cristiano contrapporsi a quello islamico sui mari, con bottino di “roba” e commercio reciproco di schiavi, liberati solo dopo adeguato riscatto (si va dalla presa di Tunisi da parte dei cristiani nel 1535, alla presa di Lipari e di Patti da parte dei turchi nel 1544, alla battaglia di Lepanto del 1571, dove Don Giovanni d’Austria – figlio naturale di Carlo V - al comando della flotta cristiana sconfisse quella turca di Solimano il Magnifico). E la raccolta degli oboli e delle offerte per i riscatti dei prigionieri divenne un’attività che impegnava qualunque ceto sociale: si ricordi che Goethe, nel suo Viaggio in Italia, riferisce che aveva incontrato, alla data del 12 aprile 1787, Francesco Ferdinando Gravina principe di Palagonia (quello della Villa dei Mostri di Bagheria) che per le strade di Palermo raccoglieva offerte su un vassoio d’argento a tale scopo.

 

Nella seconda parte ha invece i suoi punti di forza nella rivoluzione antiborbonica del 1848 e in quella garibaldina del 1860, con una puntata all’emigrazione oltreoceano dei tonnaroti di San Giorgio di Gioiosa Marea (in Perù); infine, nella terza, arriva ai nostri giorni e rievoca le “mirabili imprese” avvenute nella località del “Brigantino” (uno scoglio somigliante alla prua di uno sciabecco), dove un tempo c’era un pozzo dal quale, con il sistema inventato dagli arabi, le secchie d’acqua venivano portate in superficie da un congegno tradizionalmente azionato dagli asini (“ciechi” venivano chiamati, ma non perché lo fossero davvero, ma perchè “condizionati” da grossi paraocchi).

 

In una nota d’apertura l’autore parla di “romanzo”, ma a rigore si tratta di una narrazione priva della c.d. “trama” portante degli avvenimenti, come avviene nell’esempio manzoniano (e ottocentesco) dei Promessi sposi. La narrazione è corale, perché è sempre il documento d’epoca che le dà fondamento e tutto gira, o prende l’avvio dalla località eponima richiamata fin dal titolo. Ciò ci spiega anche perché l’autore tralasci - sotto l’aspetto storico - determinati avvenimenti, come la definitiva sconfitta dell’esercito ottomano a Vienna, nel 1683 e, negli anni successivi, la riconquista dei territori da parte dell’Austria, le cui truppe erano guidate dal principe Eugenio di Savoia (1739). O perché non si soffermi sulla “preparazione” dell’impresa di Lepanto, che avvenne a Messina (vi confluirono le forze dei vari alleati), dove Giovanni d’Austria ingannava l’attesa andando a “caccia” del pescespada sui luntri (vedere lo splendido libro di Franz Zeise, L’Armada, Sellerio, PA,1989). Resta comunque fondamentale, nella prima parte della narrazione, la prospettiva complessiva della “Jihad di mare” fra cristiani e musulmani: sotto questo aspetto la narrazione di Alibrandi ha quel respiro di “lunga durata”, teorizzata dagli storici francesi delle Annales, a esempio da Fernand Braudel, che nel suo Mediterraneo (Bompiani, MI, 2005) ci mostra come la contrapposizione fra cultura islamica e cultura della cristianità “spieghi” proprio gli avvenimenti del Mediterraneo (con la

differenza che, allora, era il commercio degli schiavi fra le due componenti a diventare l’asse economico, mentre oggi il commercio avviene sulla pelle dei migranti, che pagano profumatamente per essere portati in Europa).

 

Come la sénia (o se si preferisce un etimo non arabo, la nòria) del “Brigantino” faceva affiorare le secchie d’acqua dal pozzo, così dunque i documenti raccolti da Alibrandi vengono via via a costituire i capitoli del libro. La cui struttura è così ontogeneticamente geografica. Ma anche i singoli capitoli vengono poi titolati, spesso, con un’immagine caratterizzante, anche se tutto sommato senza la lunghezza tipica delle narrazioni barocche. E qui si viene alla caratterizzazione stilistica del libro. Il

prefatore Fabritio Patriarca parla di “espressionismo” secondo la formulazione di Gianfranco Contini. Tutto bene ed esatto. Ma ciò si riscontra in modo particolare nella prima parte della narrazione, dove il lessico si basa su componenti dialettali (in primis siciliano, ma anche veneziano e genovese), italiani del Cinque e Seicento, spagnoli, arabi, latini: sicché ne deriva un impasto che può rientrare nel “barocchetto mediterraneo” (d’altronde cosa sono i rigonfiamenti e le deformazioni espressionistiche?). Anche perché c’è una componente stilistica che lo caratterizza: le frequenti ripetizioni (ci limitiamo a citare quella di Ciccio Brunone, il “canonico rosso” tornato dall’Inghilterra su una Bentley 1500 di colore verde: a p. 229 e, otto righi dopo, a p. 230). A cui si può aggiungere qualche catalogo verbale, come i seguenti: “disperse navi carriaggi cannoni archibugi spingarde e munizioni, animali e armamenti sulla costa” (p. 37); “addotti, mustine, occhibelli, runghi, murene, triglie e siccie finivano in ghiacciaia” (p. 234); oppure quello, ironicamente demistificante, dei familiares di un inquisitore (p. 50).

 

Ma anche se il lessico poi si allenta, soprattutto nella terza parte, e la connotazione espressiva si fa meno eclatante, il modo di procedere resta ugualmente lo stesso. Proprio in questa terza parte Alibrandi aggiunge alla sua stilizzazione un elemento nuovo: quello dell’ironia dissacrante per le malefatte e gli abusi (personificati in Cuantiabbusi, e la doppia “b” è volutamente peggiorativa) perpetrati al “Brigantino” e nell’intera “Giusa” (S. Giorgio di Gioiosa Marea). Eccone un esempio: “L’iperattivo speculatore Cuantiabbusi che aveva attrezzato la marina di rudimentali docce che dovevano rendere più appetibile l’acquisto dei suoi bivani ai potenziali acquirenti provenienti dall’hinterland dei Nebrodi nei giorni del turismo mordi e fuggi d’agosto, quando imbandivano la spiaggia di angurie e carne di castrato, lasciandosi dietro, alla fine della giornata, un immondezzaio” (p. 244).

O quest’esempio, dove l’ironia si fa vero e proprio sarcasmo: “La cosa più bella ed interessante di Smeraldina asciutta avviene puntualmente ad agosto […], La nascita di un rarissimo animaletto che in questa città trova gli elementi adatti alla sua crescita […]: lo Streptococco fecale” (p. 294).

 

Non meraviglia dunque se Maria Catena della Torretta, quando tornò in Sicilia, abbia trovato tanto stravolto il paese da non riconoscerlo. In ogni caso qualcosa di positivo c’è stata anche allora: la creazione di quel cenacolo pittorico patrocinato da Michele Spadaro che, insieme con altri pittori (Alfredo D’Angelo, il norvegese Jack Frieling e altri) si riunivano al “Brigantino” per dipingere en plein air, come a Barbison nel 1872, località che “racchiudeva un pensiero oscuro e millenario di bellezza” (p. 282). Sicché quella località, nel cap. XXIV del libro, venne battezzata “Brigantino social club”: e Alibrandi tesse un inno di gratitudine e rimpianto al pittore Michele e gli fa concludere questo versante con l’affermazione: “Non c’è nulla che possa essere vero, perché niente è quello di prima e quindi uguale a se stesso. Solo l’arte è vero. Il bello è il vero” (p. 291).

 

Alibrandi chiude la narrazione con una punta di rimpianto, anche se al fondo di sé ha la consapevolezza di custodire, e di tramandarci, quelle “stanze della memoria dove riposano i tesori dell’immagine più prossima alla creazione del mondo” (p. 310).

 

Resta da dire che, di tanto in tanto, ci sono allusioni o richiami più squisitamente letterari. Si va dal “vistocogliocchi” (p. 21 e p. 221) di Stefano D’Arrigo, al “verso” a Vincenzo Consolo nella frase “giudicò che non erano ali d’uccello, quelle, ma vele turchesche” (p. 40), che riprende un’immagine pubblicata nell’opuscolo Marina a Tindari col quale Consolo aveva presentato una personale di Michele Spadaro a Como nel 1972, all’allusione a Giuseppe Tomasi di Lampedusa di p. 201, alla citazione di Leonardo Sciascia per Il consiglio d’Egitto (p. 247), a quella di Quasimodo a p. 283 e 284, all’allusione a Lucio Piccolo e Montale di p. 301: il che - se si eccettua il Calvino della speculazione edilizia di p. 298 - ci dà il quadro di un orizzonte letterario di Alibrandi che più siciliano non potrebbe essere.

                                                                                                    SERGIO  SPADARO


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